Farò ammenda nella vita

Pubblicata su Confidenze n. 39 Settembre 2014

E mi ha baciata anche stamattina, come ogni giorno da venticinque anni a questa parte. Mi bacia per amore, per affetto, per abitudine, non importa, a me importa il suo bacio che è un rinnovo della promessa del suo amore.

Sto parlando di mio marito, dell’uomo che ho sposato venticinque anni fa e che amo ancora come il primo giorno. E’ la persona migliore che esista, è un uomo buono, colto, bello, dolcissimo.

Dal nostro matrimonio sono nati due splendidi figli ora grandi che ci hanno riempito la vita e tuttora ci danno tante soddisfazioni.

Abbiamo entrambi un buon lavoro, una casa, non manca niente alla nostra felicità.

So di tante coppie che fanno fatica ad andare avanti, altre si sono arrese davanti alle difficoltà e si sono separate, perché con loro la vita è stata forse molto più severa.

Invece per quanto ci riguarda, siamo proprio felici.

Nonostante tutto.

Nonostante il fatto che vent’anni fa io lo abbia tradito.

Vorrei poter scrivere che è stata una scappatella, che mi sono ripigliata subito, che non ha avuto nessun valore per me. Ma mentirei.

Quando amo, amo profondamente con tutto il cuore e investo ogni fibra del mio corpo e della mia mente. E ho amato quell’uomo, senza smettere mai di amare mio marito.

Ci ho pensato tanto prima di scrivere questa storia, temevo il giudizio di chi legge, la durezza di chi critica senza conoscere le situazioni.

Sono stata così anch’io, un tempo.

Non avevo pietà per gli errori degli altri, sempre pronta ad alzare il dito dall’alto del mio piedistallo di perfezione.

Poi ho capito.

Ho capito che Qualcuno dall’alto ci spinge in un certo senso a passare attraverso le situazioni, per imparare a capire gli altri, a metterci nei loro panni, prima di esprimere un giudizio.

E se oggi racconto questa storia è perché spero che porti un po’ di pace nel cuore di chi come me ci è passata, perché voglio rassicurare le persone che hanno amato più volte, che si può commettere un errore, ma si può anche rimediare e scegliere di fare la cosa giusta.

Una volta avevo chiesto ad un sacerdote come potessi rimediare a un simile peccato, e lui aveva risposto che se tu hai tradito ma hai compreso di aver sbagliato, e che tuo marito è la persona che ami, che vuoi andare avanti a costruire la vita insieme a lui, allora è meglio tacere anziché scaricare il peso su di lui, meglio fare buon uso di questa esperienza per diventare una compagna migliore e per contribuire al tuo cammino di coppia con più energia e convinzione. Insomma, fare ammenda nella vita.

Ecco io questo ho cercato di fare.

Per tutta la vita mi sono impegnata per essere una buona moglie, una brava madre, mi sono dedicata al volontariato anima e corpo, cercando di dare una mano a chiunque ne avesse bisogno, senza risparmiarmi, perché mi pareva in questo modo, appunto, di fare ammenda.

Oggi chi mi conosce, pensa bene di me e non sa che porto questo peso nel cuore e ancora qualche volta mi domando se mi basterà il resto che ho da vivere per farci  pace.

Paolo lavorava in ospedale come me, lui medico e io infermiera.

Potrebbe sembrare la solita storia squallida, ma vi giuro che non è andata così.

All’inizio non c’era la minima attrazione tra di noi, anche perché tra medici e infermieri esiste una certa gerarchia che consente di mantenere le distanze gli uni dagli altri.

Non ci crederete ma l’ho conosciuto al supermercato che stava di fronte all’ospedale.

Quel giorno io stavo facendo la spesa trafelata come al solito e lui mi ha chiesto informazioni perché si era appena trasferito e non conosceva niente e nessuno. Abbiamo scoperto di lavorare nello stesso ospedale anche se in reparti diversi: lui è chirurgo, mentre io a quell’epoca ero in reparto di medicina.

Ci si incontrava qualche volta alla macchinetta del caffè, per le scale, in mensa, senza nemmeno guardarsi. Io non ero in cerca di una storia, lui nemmeno.

Ma certe volte è il destino che si diverte a giocare alle nostre spalle.

Una sera poco prima di Natale, durante la festa tradizionale per i dipendenti che si teneva ogni anno, quando sono uscita per fare ritorno a casa, la mia auto non ne ha voluto sapere di partire.

Lui si è avvicinato, ha dato un’occhiata e poi si è offerto di accompagnarmi a casa.

Durante il viaggio mi ha detto che non si era mai accorto di quanto fossi carina, sempre nascosta in quella divisa da infermiera ed è stato in quel preciso istante che ho fiutato il pericolo. Ho sentito il cuore fare una piccola dispettosa capriola e una voce dentro che mi suggeriva di lasciar perdere.

E’ stata la mia presunzione a farmi credere che potevo gestire benissimo la situazione.

Benissimo un corno.

Lui era sposato senza figli. Sua moglie era rimasta nella vecchia casa perché troppo distante dall’ospedale e non voleva perdere il lavoro, così si vedevano nei fine settimana.

Da quel giorno ho cominciato a guardarlo con occhi diversi, a rendermi conto che in effetti era proprio un bell’uomo che aveva un modo di fare che faceva sentire uniche.

Se mi raccoglievo i capelli in un certo modo me lo faceva notare con un complimento, se una mattina osavo con un po’ di trucco, mi diceva come sei carina. Ecco, Paolo mi faceva sentire speciale.

Quanto abbiamo bisogno noi donne di qualcuno che ci faccia sentire uniche?

Purtroppo, nella fretta di vivere, nella quotidianità che ci logora, non sempre i nostri mariti trovano il tempo o l’occasione per farci un complimento.

Non possiamo biasimarli, è vero, ma ciò non significa che a noi non faccia piacere. Basta così poco certe volte a renderci felici.

Paolo ha cominciato ad arrivare con un cioccolatino in tasca, a lasciare memo appesi nel mio armadietto, a non perdere occasione di avvicinarsi a me con qualche scusa.

Forse saremmo andati avanti così per sempre, senza nient’altro. Una relazione diventa tale quando ti ci metti dentro fino al collo.

Qualche volta noi donne giochiamo con queste cose, ma senza rischiare, non vogliamo certo giocarci la famiglia per due sorrisi o un fiore.

Però che brividi sentirsi desiderata.

E così il primo bacio furtivo, traditore è arrivato quando meno me lo aspettavo, in ascensore, tra un piano e l’altro. Ci siamo baciati, una volta due, dieci, ci siamo baciati fino allo sfinimento, ogni volta come se fosse la prima e al tempo stesso l’ultima.

Oddio com’ero viva e felice e incosciente.

Il giorno dopo i rimorsi mi pesavano sul cuore come un macigno. Gli lasciavo biglietti nei quali giuravo di non volerlo più rivedere che mi vergognavo di me stessa e lui era sempre d’accordo con me.

Certo, a parole.

Poi ci si rivedeva e di nuovo esplodeva la passione. Fughe rocambolesche, salti mortali per incontri brevi  ma intensi, eravamo pazzi l’uno per l’altra e niente ci poteva fermare.

La cosa sconvolgente che ricordo è che al di fuori di questo rapporto esclusivo, entrambi continuavamo la nostra vita come se nulla fosse.

Io con la mia famiglia e la nostra routine, lui con sua moglie che incontrava nei fine settimana. Mai una volta abbiamo parlato di divorzio, di separazione, di lasciare la nostra vita.

Nessuno di noi lo desiderava e per quanto mi riguarda io volevo soltanto stare con lui e in quei momenti sentirmi al centro del mondo, bella, desiderata, appagata.

Siamo andati avanti un anno, non domandatemi come, eppure sono sicura che mai nessuno si è accorto della nostra storia.

Poi sua moglie ha avuto un trasferimento di lavoro e lui per seguirla, ha chiesto e ottenuto di andare in un altro ospedale, a 200 chilometri di distanza.

Quando me l’ha detto ho provato quasi un sollievo perché sapevo che questo sarebbe stato l’unico modo per allontanarci definitivamente.

Ci siamo salutati con un abbraccio alla festa di addio organizzata in suo onore, senza aggiungere una parola ma con la tacita promessa che nessuno dei due avrebbe più cercato l’altro.

E cosi è stato per vent’anni.

Con il cuore a pezzi, ma il desiderio di rimettere insieme i cocci della mia vita, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato da capo. Non avevo mai smesso di essere una buona madre e una buona moglie, ma se possibile ho cercato di migliorare ancora.

Non nascondo soprattutto all’inizio di averlo sognato giorno e notte, e mentre sognavo, andavo avanti con la mia vita mettendoci tutto l’impegno possibile. Facendo ammenda, appunto.

Con mio marito ho sempre taciuto.

Mai e poi mai gli avrei spezzato il cuore  raccontandogli la verità: era colpa mia, e mio sarebbe stato il peso da portare. Mi dicevo che anche questo era amore, in fondo.

Certi giorni mi domando se nell’errore ho agito bene, se aver lavorato tanto in questi anni, servirà a scontare la mia colpa. Poi ci sono giorni in cui non mi rimprovero nulla, se non di aver troppo amato.

Penso ai miei figli, al loro amore per me e mi dico che se perdessi la loro stima, potrei anche morire oggi stesso. Po stamattina è suonato il telefono ed era lui che mi cercava, infrangendo la promessa.

Il respiro mi è mancato per un momento: possibile che dopo vent’anni questa voce mi faccia ancora questo effetto?

Mi ha chiesto un incontro, il tempo di un caffè, soltanto se lo volevo. Si, lo volevo, anche solo per la curiosità di vederlo dopo tutto questo tempo.

Poi adesso sono forte mi sono detta, non ho più trent’anni.

E ci sono andata in quel caffè, dove lui mi ha raccontato di essere rimasto vedovo, ha perso sua moglie un anno fa per un tumore e ha cercato di rimettere insieme la sua vita, nel dolore e io posso solo immaginare che dolore.

Non sono mai riusciti ad avere figli  e adesso la solitudine gli sta togliendo la voglia di andare avanti.

Mentre mi racconta della sua vita lo guardo  e rivedo quel volto che ho accarezzato infinite volte, quelle labbra che ho baciato con passione e quegli occhi nei quali mi sono perduta totalmente e mi domando come ho potuto?

“Viola, non sono qui per chiederti di buttare via la tua vita, ci mancherebbe altro. Avevo soltanto voglia di rivederti, e ti chiedo perdono per questo egoismo che non ho saputo trattenere, volevo stringere le mani di una donna che ho molto amato e per la provo ancora qualcosa. Ma non ho il di diritto di chiederti niente. La nostra storia è finita tanto tempo fa e ora so che abbiamo fatto entrambi la cosa giusta lasciandoci per continuare la nostra strada. Però lasciami dire che sei ancora bellissima, forse più di vent’anni fa e che tuo marito è davvero un uomo fortunato ad averti accanto”.

Come è possibile? Mi domando, com’è possibile che stiamo qui a parlare di un amore che non sarebbe nemmeno dovuto esistere, di una colpa grande quanto il mondo che  non basterà una vita a redimere?

Eppure, ne parliamo come la cosa più bella e più pura del mondo.

Mi viene in mente quella stupenda poesia di Prevert, “Questo amore, così fragile, così tenero, così disperato, cattivo come il tempo quando il tempo è cattivo. Questo amore che faceva paura agli altri e li faceva impallidire…”

Questo amore che si prende gioco di noi, che ci illude, ci trascina su e giù per le montagne russe del nostro cuore, ci deride, ci umilia, ci rende pazzamente felici e desolatamente tristi, ci investe di rimorsi e di meraviglia al tempo stesso e noi lasciamo che tutto accada, impotenti di fronte a tanta forza e tanta determinazione.

So che basterebbe un mio gesto, un parola e tutto di nuovo ripartirebbe come una giostra.

Nonostante tutto sorrido. Sorrido per questa mia fragilità che quando meno me la aspetto si trasforma in forza, sorrido per tutti i miei errori che sono fioriti diventando saggezza.

Riconosco ogni singolo sbaglio commesso e non cerco giustificazioni.

Ora basta però. Ho quasi cinquant’anni e la vita che mi rimane da vivere me la voglio godere alla luce del sole. Voglio essere degna dell’amore di mio marito, che senza saperlo ha fatto in modo che io fossi felice nonostante quello strappo nel cuore di tanti anni fa.

Voglio poter guardare negli occhi i miei figli e dire sì, ho sbagliato ma adesso non sbaglio più.

Abbraccio Paolo e gli auguro ogni bene, e poi imbocco il cammino della libertà e l’aria non mi è mai sembrata più fresca.

“…Questo amore perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora cosi vivo
E tutto soleggiato
E tuo
E mio
E stato quel che è stato”























Un abbraccio consolante

Ho scoperto che questa settimana ci sono state due ricorrenze importanti.
La prima, il 17 Gennaio, è denominata Blue Monday.

Il terzo lunedì di gennaio infatti è considerato il giorno più triste dell’anno a causa (secondo lo psicologo inglese Cliff Arnall dell’Università di Cardiff) del freddo, delle poche ore di luce, e della distanza che ci separa dalle prossime feste. Tutto ciò ci fa sentire stanchi, incapaci e poco entusiasti.

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Natale a rovescio

Pubblicato su Confidenze N. 52 Dicembre 2017

Aspettando il Natale

Guardo l’orologio del cellulare e ne approfitto per dare un ultimo sguardo ai messaggi e alle mail. Ok posso uscire di casa e arrivare a scuola tranquillamente. Viola è ben fissata nel seggiolino e sta giocherellando con la sua inseparabile giraffa di gomma. Le do un’ultima occhiata dallo specchietto retrovisore.

E’ bellissima, ancora non mi capacito di come io possa essere la mamma di un tale tesoro.

Il vestitino blu e fucsia che le ho fatto indossare stamattina mette in risalto i suoi riccioli biondi. Nel pomeriggio c’è la recita natalizia e lei farà la Madonna, non vedo l’ora di vederla. Oggi è l’ultimo giorno di scuola poi finalmente cominceranno le tanto sospirate vacanze natalizie.

Voglio che sia un Natale specialissimo, sono due mesi che mi sto preparando a questo evento e tutto deve essere perfetto. Come ogni cosa che organizzo nella mia vita.

Sono fatta così, mi piace fare le cose per bene, ogni mattina prima di uscire di casa, ho già rifatto i letti, passato l’aspirapolvere, fatto una lavatrice e imbastito la cena per la sera.

Ho un lavoro che mi piace tanto e mi gratifica, insegno in una scuola media e  quest’anno sono riuscita a passare di ruolo. Ho studiato tantissimo per superare l’esame ma volevo dimostrare che se mi impegno posso raggiungere qualunque risultato. Avrei voluto che mio padre potesse vedere dove sono arrivata, lui ha sempre creduto così tanto in me, ma lo scorso anno se ne è andato a causa di una brutta malattia e il vuoto che ha lasciato è incolmabile.

Ho un marito meraviglioso con il quale condivido tante passioni, dallo sport al cinema,  che mi sostiene in tutte le mie scelte e abitiamo in una bella casetta che stiamo pagando con il mutuo ma che è proprio ciò che desideravamo. Mi fanno arrabbiare le persone che mi dicono che sono fortunata.

Io non credo nella fortuna, credo nell’impegno, nella determinazione, nella tenacia che servono per inseguire i propri sogni e adoperarsi per  realizzarli. E adesso c’è in arrivo un altro bambino e sono pazza di gioia.

Viola ha compiuto 3 anni, io ne ho 35 e non aveva senso aspettare ancora, è il momento perfetto per avere un altro figlio e sono contenta che sia arrivato subito. Abbiamo deciso di dare l’annuncio proprio la vigilia di Natale.

Per noi è un giorno bellissimo perché sia la mia famiglia che quella di Giorgio si ritrova per una cena e lo scambio di regali e già mi immagino le loro facce quando daremo la notizia. Ho già pianificato tutto.

Preparerò  un enorme pacco sotto l’albero e quando lo apriranno dentro troveranno una tutina azzurra e una rosa.

“Mamma”
“Si tesoro?”
Guardo Viola dallo specchietto e la vedo accaldata.
“Tutto bene tesoro? Siamo quasi arrivati. Oggi pomeriggio c’è la recita devi fare la Madonna ti ricordi?”.
“Tu vieni?”

Non me la perderei per niente al mondo. Devo fare ancora un miliardo di cose, ma ce la farò a qualunque costo.
Quando finisco la mia ultima ora di lezione sono stremata, ma ho promesso di occuparmi dei centrotavola per la cena di domani sera e di preparare gli antipasti quindi devo assolutamente passare al centro commerciale e acquistare tutto ciò che mi serve. E prima di sera ho appuntamento con la parrucchiera, se voglio essere in splendida forma per la recita e per l’annuncio di domani.

Mentre corro a destra a e manca non posso fare a meno di vedere gli addobbi che hanno allestito in paese e spendere un pensiero su questa festa che amo più di ogni altra. La tradizione di ritrovarci in famiglia è la cosa più bella del mondo e desidero che Viola la assapori fino in fondo. Voglio ricordare il mio papà e tutti i Natali meravigliosi che mi ha fatto trascorrere.

Scendo dall’auto parcheggiata davanti alla parrucchiera, e mi accorgo di sentirmi poco bene, tutto diventa improvvisamente nero. Quando mi riprendo sono circondata da un gruppo di volti sconosciuti. Riconosco la mia parrucchiera che mi chiama.

“Viviana stai bene?”

Sono confusa e stordita. Cerco di rassicurare Debora, ma la testa ricomincia a girare e mi sento troppo debole. Sento qualcuno che dice di chiamare l’ambulanza e di nuovo perdo i sensi.

Quando mi risveglio sono in un letto di ospedale e per fortuna c’è Giorgio accanto a me.

“Cosa succede?”
“Ciao tesoro come ti senti? Hai fatto prendere un bello spavento a tutti quanti”.
Mi racconta che hanno chiamato un’ ambulanza e poi subito lui perché mi raggiungesse in ospedale, ma io non ricordo niente. Poi penso al bambino e mi tiro su di colpo.

“Vivi stai tranquilla il bambino sta bene devi solo riposare, tra poco arriva il medico e sentiremo cosa dice”.

Colta da un pensiero improvviso chiedo che ore sono e mi accorgo di aver perso la recita di Viola. E anche se Giorgio mi dice che ha mandato i nonni, sono disperata pensando a quanto sarà delusa la mia bambina. Ma ancora più disperata lo sono quando mi rivela di aver detto ai nonni il motivo per cui sono in ospedale. Mi viene da piangere. La mia sorpresa pianificata da mesi è andata in frantumi

Oggi tutto gira al rovescio, che cavolo succede? Che antivigilia è mai questa?

Il medico entra proprio in quel momento e mi consegna la stoccata finale.

“Signora il bambino sta bene, ma se vuole arrivare a portare a termine questa gravidanza deve assolutamente darsi una calmata. Perdere i sensi non è la cosa migliore e probabilmente lei soffre di pressione bassa e questa cosa non fa certo bene né a lei né al suo bambino”.

Ho paura di ciò che le mie orecchie stanno per sentire. Cerco la mano di Giorgio che me la stringe e lo ascolto mentre mi comunica che mi terranno qui qualche giorno in osservazione, e poi una volta tornata a casa assoluto riposo almeno fino alla fine del quarto mese.

E’ come se l’intero ospedale mi stesse crollando sopra la testa.

“Qualche giorno qui? Ma dopodomani è Natale”.

“Si mai noi siamo sempre aperti non si preoccupi”.

Il dottore cerca di scherzare ma io sento già le lacrime spuntarmi. Giorgio mi guarda, sa cosa significhi per me Natale, questo Natale poi, il primo senza il mio papà. Il solo pensiero di non poter essere con la mia famiglia mi toglie letteralmente il respiro. Lo so che devo pensare al mio bambino, ma sto lo stesso da cani e la delusione è fortissima.

E’ notte ma di prendere sonno non se ne parla proprio. Mi giro e mi rigiro in questo letto che non è il mio alla ricerca di un senso a ciò che mi sta succedendo. Perché non ho potuto controllare questa cosa? Come ho fatto a spingermi oltre le mie possibilità? Come ho potuto esagerare fino a mettere a rischio la vita del mio bambino?

Ha ragione Giorgio quando dice che credo di poter avere ogni momento il controllo della situazione, ma è solo un’illusione. Alla fine possiamo fare ben poco per governare la nostra vita. Accade sempre qualcosa che ci ricorda quanto siamo vulnerabili.

E adesso sono qui in questo letto di ospedale la vigilia di Natale, sola e preoccupata e non riesco a fare altro che piangere.
“La smetti di piangere che  non riesco a dormire?”

Sussulto per lo spavento. La mia vicina di letto che è arrivata poche ore fa è evidentemente stufa di sentirmi singhiozzare.

“Scusami è che sono…”

“Disperata lo so. Anch’io cosa credi?”

Si chiama Linda e anche lei ha rischiato grosso. Ha avuto delle perdite e non è ancora fuori pericolo.

“E’ il tuo primo figlio?” mi chiede.

Quando le racconto di avere già una bambina di tre anni, mi dice che anche per lei è il secondo figlio, ma il primo non è mai nato. Chiudo gli occhi. Qualcosa mi ha attraversato il cuore ed è talmente doloroso da togliermi il respiro.

Questo Natale sta girando a rovescio e io non riesco più a capirlo.

Comincia la giornata più lunga della mia vita.

Tutti corrono per i preparativi e io sono qui inchiodata, guardo Linda che non parla fissa il soffitto, suo marito è stato qui due volte ma dice che non ha voglia di vedere nessuno.

E’ chiusa nella sua preoccupazione e io non riesco a trovare qualcosa da dirle che non sia banale e scontato. Non riesco nemmeno e immaginare cosa significhi perdere un bambino senza nemmeno averlo visto, averlo toccato, averlo abbracciato.

Mi ha detto che non si muoverà di un millimetro, che smetterà anche di respirare se potrà servire a salvare il suo bambino. Penso a quanto ho rischiato per correre e arrivare chissà dove, quando la mia meta sta crescendo dentro di me e ha soltanto bisogno che io mi prenda cura di lui fin da ora.

Ma è la vigilia di Natale accidenti, possibile che non sia niente che possa dare un po’ di sollievo a tutti quanti?

Sono quasi le sei quando qualcosa accade.

Sento una musica di sottofondo, qualcuno spegne la luce della camera e poi entra Viola, vestita da Madonna, che tiene tra le mani una candela mentre intona una canzoncina natalizia che ha imparato per l’occasione e che le ho sentito canticchiare decine di volte. Dietro di lei Giorgio, mia mamma, i miei suoceri.

Mi chino davanti a lei, mi sorride, Buon Natale mamma.

L’abbraccio fino a quando mi supplica di lasciarla perché sta soffocando. Giorgio mi racconta che voleva che io la vedessi a tutti i costi vestita da Madonna e allora hanno pensato di portare il Natale in ospedale visto che non si poteva fare il contrario.

Mi torna alla mente il Natale alla rovescia, che non significa che vale di meno, solo che pur non essendo il Natale che avevamo pensato, è ugualmente meraviglioso.

Guardo Linda, che non può fare a meno di sorridere.

Sono sicura che tutto l’amore che stasera ha riempito questa stanza, le ha dato un po’ di sollievo, una piccola tregua per continuare a sperare.