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Figli di qualcuno Capitolo 4: il finale

Figli di qualcuno capitolo 1

Figli di qualcuno capitolo 2

Figli di qualcuno capitolo 3

ANDREA

Siamo due pazzi.

Chissà cosa credevamo di fare. Lei dice che si sono rotte le acque e va tutto bene, ma io sono sudato fradicio, ho la testa nel pallone e una paura maledetta.

Io voglio chiedere aiuto, non posso e non voglio prendermi questa responsabilità, non ce la faccio , lo so che un sono un cacasotto, ma me ne frego, adesso faccio finta di andare in bagno e scrivo a qualcuno.

Sì ma a chi?
A mia sorella?
“Ciao senti Chiara sta partorendo, hotel Kappa verresti a darci una mano?”
Sicuro le faccio venire un colpo e poi non è mica un’ostetrica.

Ecco potrei scrivere a Viola la migliore amica di Chiara.
“Non ti posso spiegare ma vieni subito è urgente ti prego”.
Che fesseria, non sa niente di parti penserebbe a uno scherzo di pessimo gusto.

No, no, devo pensare a chi potrebbe darci una mano concretamente.

Dovrei guardare la rubrica del mio cellulare ecco cosa dovrei fare. Sono sicuro che troverei qualcuno che fa al caso nostro. Ma come diavolo faccio a convincere Chiara che abbiamo bisogno di aiuto?

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Notti prima degli esami

Dedicato alla 5AL
per avermi piacevolmente tenuto compagnia durante questi cinque anni,
che la forza sia con voi

Mentre scrivo questo articolo, giù al fresco nella nostra taverna, un gruppo di maturande stanno studiando per il mega ripasso in vista dell’esame di maturità.

Dico la verità mi riempiono il cuore di tenerezza.

Questa è una di quelle situazioni in cui i genitori vorrebbero farsi carico delle ansie e della preoccupazioni dei loro figli senza tuttavia privarli di un’esperienza che comunque vada, rimarrà uno dei ricordi più indimenticabili della loro vita.

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Figli di qualcuno Capitolo 3

Figli di qualcuno capitolo 1

Figli di qualcuno capitolo 2

CHIARA

“Che diavolo succede adesso?” domando nervosamente.

“Sta calma, sembra un black out, vado a bussare alla camera accanto, torno subito” mi dice Andrea.

Il buio mi fa paura. Da sempre. Una paura atavica che mi porto dentro da quando ero piccolissima.

Più mia madre si ostinava a non lasciar la lucina accesa in camera mia la notte, e più mi terrorizzava il pensiero di essere circondata da ombre spaventose.

“Andrea dove sei? No, non lasciarmi sola ti prego” il tono della mia voce è quasi stridulo, ma faccio veramente fatica a controllarmi in questo momento.

Al buio mi sento vulnerabile, come se crollassero di colpo tutte le mie barriere di difesa.

“E’ andata via la luce, sarà per colpa della neve, se vuoi do almeno un’occhiata in corridoio”

“No, non uscire, non ci deve vedere nessuno. Se è andata via la luce tornerà prima o poi”.

Mi manca il respiro, sto perdendo la concentrazione, sento l’ansia arrivare da lontano come un’onda che sta per travolgermi, Dio mio HO PAURA, qui seduta su questo letto sento il coraggio venire meno.

Sento i passi di Andrea che con cautela viene verso di me, si siede sul letto e poi lentamente, comincia a massaggiarmi la schiena.

Piano piano riprendo il controllo del respiro, so che durerà poco, ma non voglio rovinare questo momento.

ANDREA

Sono quasi due ore che ce ne stiamo qui sul letto nel buio più totale.

Le contrazioni di Chiara sono regolari, ormai le ha ogni 5 minuti.

E’ sudata, cerca di controllare il respiro e mi domando come ci riesca, visto che sta tremando come una foglia. Lo so che ha paura del buio e questo black out proprio non ci voleva accidenti.

Mi è venuto naturale sedermi accanto a lei e massaggiarle la schiena e mi sa che c’ho azzeccato perché stavolta mi ha lasciato fare. Avrei così tanto da dirle, ma non credo che sia il momento giusto.

Vorrei giurarle che non la lascerò mai più sola, che mi dispiace per tutto quanto e che qualunque cosa accada  io non scapperò.

Avrei dovuto dirgliele prima queste cose e invece sono nove mesi che non facciamo altro che farci del male, che covare dentro una rabbia che arriva da lontano, a ferirci con parole crudeli e bugiarde, incolpandoci reciprocamente di tutto quello che è successo.

Questo bambino non ci voleva, siamo così giovani, io non sono proprio capace di crescere un figlio, a malapena mi prendo cura di me stesso figuriamoci. E poi Chiara aveva già deciso per entrambi.

“Non posso più abortire, sono troppo avanti con la gravidanza”.

“Merda. E quindi cosa possiamo fare?”

“Lo partorirò, ho tutto il tempo necessario per documentarmi su come si mette al mondo un bambino, e quando sarà nato tu te ne sbarazzerai”.

“Tu sei pazza” avevo risposto incredulo.

Ho sperato fino all’ultimo di farle cambiare idea, mi sono scervellato cercando un’altra via d’uscita, ma pareva che nulla andasse bene, si è messa in testa questa mossa criminale e ora che siamo a un passo dal metterla in atto, io non sono affatto sicuro di potercela fare.

La luce che torna all’improvviso ci acceca ma ci rincuora. Guardo Chiara sorridendo, ma il sorriso mi si congela sulla faccia, perché il letto è completamente bagnato.

CHIARA

Ogni suo massaggio è come una richiesta di perdono. Lo so che mi avresti voluta più fragile per poterti prendere cura di me, ma ho imparato da sempre a contare solo su me stessa e a cavarmela da sola in ogni situazione. Sei stanco e preoccupato, lo vedo, ma so anche che sei un bravo ragazzo e non scapperai da me qualunque cosa accada.

Qui nell’oscurità più profonda riesco a immaginare per la prima volta i lineamenti di questo bambino che mi porto dentro da nove mesi e qualcosa di molto simile a un singhiozzo mi sale in gola rapido e doloroso.

Non ho mai pensato a lui come a mio figlio. Non gli ho permesso di rubarmi i sentimenti, non ha mai avuto un volto, Né un colore di occhi o chi capelli, né tantomeno l’ho mai chiamato per nome.

Ricordo che quando l’ho sentito muoversi per la prima volta con un sfarfallio improvviso e impercettibile, ho chiuso gli occhi e le orecchie cercando di sopravvivere a quel momento di dolore e disperazione.

Tu non sei niente per me, assolutamente niente, sei una zavorra che mi pesa dentro e che appena posso butterò fuori.

Non ti muovere, stai fermo, non disturbare il mio sonno, i miei sogni e i miei pensieri.

Non ti ho cercato e non ti ho voluto, ho ben altro a cui pensare in questa vita.

Come a ribadire la sua presenza, lo sento scalciare ancora una volta, mentre un liquido caldo mi scorre tra le gambe.

Finalmente la luce è tornata.

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Benvenuta al Sud

E’ proprio vero che se ti lasci condurre, la vita ti porta veramente dove non avresti mai pensato di arrivare.

Certo ci si deve fidare e affidare, due atteggiamenti che mica sempre ci appartengono. Ma da quando è mancato mio marito, ho ricominciato a rincorrere la felicità, perché ho capito che non sempre ti viene data in dono gratuitamente, e quando non accade, se la desideri, devi proprio andartela a prendere.

E così ho provato a fare.

Venerdì mattina ho preso un treno con destinazione Eboli per andare incontro a un appuntamento irrinunciabile che come immaginavo si è rivelato magico e indimenticabile.

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Figli di qualcuno Capitolo 2

Figli di qualcuno capitolo 1

CHIARA

Scendo dal taxi a fatica, questo tragitto estenuante a passo d’uomo mi ha esasperata. Guardo le ore, ho contrazioni ogni 15 minuti. Perfetto. Sono ancora sopportabili, c’è tutto il tempo per fare bene ogni cosa.

Ho portato una piccola borsa con tutto il necessario. Andrea è pallidissimo ma so che posso contare su di lui, un po’ perché si sente responsabile del casino che abbiamo combinato e poi perché credo che davvero ci tenga a me. Non avrei mai pensato che un tipo come lui potesse innamorarsi di una come me: io sono la ragazza perfetta che tutti si aspettano che sia e che mette soggezione ai ragazzi.

Ma lui non si è per niente intimorito, anzi, ha osato, ha rischiato e mi è piaciuto per questo. Se ne frega delle convenzioni e soprattutto ha capito chi sono veramente dietro questa faccia da brava ragazza.

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Il cammino di Oropa in tre giorni: quando la fatica stempera il dolore

Non c’è tristezza che, camminando, non si attenui e lentamente si sciolga.
Romano Battaglia
.

Certi giorni spezzano le gambe e tolgono il respiro come quando si sale in vetta.
E’ da giorni così che scappo, anche se poi torno.

La fuga che preferisco in assoluto è quella che faccio quando intraprendo un cammino.

Lo scorso anno avevo affrontato la via Francisca del Lucomagno, scoprendo nella modalità della camminata una carica e una forza che non avevo mai sperimentato prima.

Quest’anno invece ho scelto il Cammino di Oropa e ne sono rimasta letteralmente rapita.

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Figli di qualcuno Capitolo 1

Anche “Figli di qualcuno”, come “Il segreto di nonna Aldina” è una storia che ho scritto diversi anni fa, in occasione di laboratorio di scrittura creativa organizzato da la Macchina dei sogni e superbamente curato dallo scrittore Matteo B.Bianchi.

Le storie soffrono a rimanere nei cassetti, vanno rispolverate, rimaneggiate e poi rimesse in circolo, perché in un modo o nell’altro, trovano sempre la maniera di tornare utili a qualcuno.

Ecco per voi il primo capitolo.

In attesa come sempre di leggere i vostri commenti.

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Qualche volta ritornano

pubblicato su Confidenze n. 33 Agosto 2009

Rigiro tra le mani la scatolina di velluto rosso e continuo a domandarmi come ho fatto a finire in questa situazione. Se non ci fosse da piangere, quasi mi verrebbe da ridere.

A me, che ho superato la sessantina già da un pezzo, vedova da tempo immemorabile, madre di un figlio quasi trentenne, a me una scatolina di velluto rosso.

La apro ancora una volta, per essere sicura di avere visto giusto e l’anello è sempre lì, che mi fissa superbo, certo che prima o poi, cederò alla tentazione di infilarlo al dito.

Un anello di fidanzamento.

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S come stupore S come Sara, Samuele, Susanna

Questa estate in anticipo ci sta cogliendo un po’ tutti quanti di sorpresa.

Non abbiamo nemmeno fatto in tempo a tirare fuori l’abbigliamento primaverile, che senza troppe esitazioni siamo passati a quello decisamente estivo. Nonostante abbia imparato negli anni che le stagioni alla fine fanno quello che vogliono e quando vogliono, non finisco mai di stupirmi di quanto pericolosamente e repentinamente avvengano questi cambiamenti climatici.

E sempre a proposito di stupore, vista la calura estiva, per il suo compleanno la mia terzogenita ha preparato del dolcetti al cioccolato bianco freschi e deliziosi che dovete assolutamente sperimentare. Vi garantisco che chi li assaggerà non potrà fare a meno di guardarvi mentre lo assapora e chiedervi stupito: ma cosa c’è dentro?

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Una famiglia speciale

Pubblicato su Confidenze n. 36 Settembre 2014

Stringo tra le braccia questo piccolino e non so più quali sentimenti provare.

Nell’ultimo anno di vita li ho sperimentati un po’ tutti, prima il dispiacere, poi la rabbia, la rassegnazione, la speranza e adesso lo guardo e penso che sia arrivato il momento della gioia, anche se non ne sono del tutto sicura.

La mia amica Pia mi dice che ne ho il diritto dopo tutto quello che ho passato.

Solo un anno fa ho perso mio marito, il cancro me l’ha portato via in pochi  mesi. Potevamo goderci la pensione, tanti progetti, tanta voglia di stare insieme e invece è finito tutto a nemmeno sessant’anni.

Mi sono fatta coraggio per Angelo, il mio unico figlio, e Lara sua moglie, li vedevo così fragili, senza un figlio in quasi dieci anni di matrimonio, non volevo che questo grande dolore andasse a caricarsi sulle loro spalle.

Ma non è servito a nulla, avevo già capito da un pezzo che il loro matrimonio era naufragato in mezzo alle liti e alle colpe che ciascuno infliggeva all’altro senza pietà. Com’è possibile aver amato tanto una persona e poi trovare il coraggio di  ferirla così gratuitamente, senza un minimo di rimorso?

Si sono separati e Lara se ne è andata.

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Il diavolo e l’acquasanta

La scorsa domenica sono andata a Milano a trovare una cara persona che sta attraversando un momento difficile e doloroso😔😔.

Nonostante conosca Milano molto bene e l’esperienza negli anni mi abbia insegnato a muovermi sui mezzi senza abbassare la guardia, a quanto pare ho ancora tanto da imparare perché mi hanno rubato il portafoglio 😭😭.

Non è la prima volta che mi capita di essere derubata, sempre a Milano e sempre sui mezzi mi era già accaduto diversi anni fa, ma mi sono resa conto che non ci si abitua mai a questo genere di cose.

Quando mi sono accorta di ciò che era accaduto ho provato un fortissimo senso di smarrimento.

Anche se di breve durata, la sensazione che si prova di impotenza, solitudine, ma soprattutto umiliazione, è indescrivibile. Ritrovarsi in un luogo così affollato senza documenti né soldi genera uno strato di sottile ansia e vi garantisco che non è facile scrollarsela di dosso.

E’ stato come se improvvisamente seppure per un breve lasso di tempo, avessi smesso di essere me stessa.

Un ladro non ti ruba soltanto un portafoglio, ma molto di più.

Ti rende diffidente verso il prossimo, e timoroso, e incredibilmente vulnerabile. Cambia il tuo sguardo sulle persone e serve molto tempo per riacquistare una sorta di equilibrio.

Forse ti insegna anche a essere più accorto (non a me), ma pagando un prezzo veramente caro.

Dopo lo sconforto è sopraggiunta la frustrazione, al solo pensiero della quantità di tempo che avrei dovuto spendere per richiedere tutti i duplicati dei documenti e sporgere denuncia.

Tuttavia, sapete bene che io amo i bicchieri mezzi pieni.

E quindi voglio raccontarvi anche un altro aspetto di questa vicenda, un aspetto che ha a che fare con le brave persone.

Nei giorni seguenti ho richiesto il blocco della carta di credito e la mia amica Cristina ha reso tutto molto più sbrigativo e semplice di quanto non credessi.

Per non parlare delle commesse dell’Esselunga e di Arca Planet, che mi hanno dedicato buona parte del loro tempo per farmi duplicati delle tessere.

Quando poi mi sono decisa a sporgere denuncia, e mi sono recata dai Carabinieri, ho trovato un Appuntato comprensivo e gentile.

Ma la certezza che al mondo alla fine ci sono molte più brave persone che gente disonesta,  l’ho avuta ieri mattina, quando ho ricevuto una telefonata dal signor Giuliano che  mi comunicava di aver ritrovato il mio portafoglio sotto la sua auto.

Non posso descrivervi la gioia e il sollievo provati in quel momento, ma credo riusciate a immaginarla.

Così ieri sono tornata a Milano a riprenderlo e ho conosciuto anche la moglie del signor Giuliano, altra persona squisita che mi ha accolta con un tale affetto, da rasentare la commozione.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene, e quindi volevo dire al ladruncolo che si è preso il mio portafoglio che non ce l’ha fatta nemmeno questa volta a farmi perdere la fiducia nel genere umano, perché ci hanno pensato tutte le splendide persone che ho incontrato lungo la settimana a dimostrami che alla fine il bene vince su tutto.

E siccome voglio chiudere questo articolo con una nota di dolcezza, visto il titolo, vi giro la ricetta di una torta buonissima che ho realizzato per festeggiare la felice conclusione di questa vicenda.

Sto parlando della torta paradiso, una delle mie preferite, delicata, profumata e perfetta per la colazione del mattino e il te del pomeriggio.

Vi giro gli ingredienti ma per il procedimento vi invito a seguire il video di questa ragazza stra-simpatica perché è pieno zeppo di accorgimenti importanti per realizzare una torta veramente squisita


TORTA PARADISO
100gr burro morbido, tolto dal frigo almeno due ore prima di preparare la torta
180gr zucchero
4 uova a temperatura ambiente
buccia grattugiata di un limone non trattato un cucchiaino (5ml)
estratto di vaniglia
80gr fecola di patate o amido di mais
200gr farina 00
una bustina (16gr) di lievito per dolci
un pizzico di sale
zucchero a velo vanigliato per decorare
Cottura 180°C | 40 minuti, ripiano centrale.

Amiche care, se anche voi avete una storia da raccontare vi ricordo che potete inviarla alla mail gio.fumagalli66@gmail.com, così la pubblicherò nella categoria “Protagoniste per un giorno” .

Vi auguro una buona domenica e naturalmente se questo articolo vi è piaciuto, non dimenticate di condividerlo.

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La crepa e la luce

Care amiche, con questo articolo sono felicissima di inaugurare una nuova categoria del mio blog: Protagoniste per un giorno, dedicato proprio a voi e ai vostri articoli. Dopo l’articolo pubblicato domenica scorsa, stanno arrivando le prime mail e io non vedo l’ora di darvi lo spazio che meritate 😍😍.
Voglio cominciare con la mia amica Rosy che avevate già conosciuto perché mi aveva inviato la ricetta strepitosa della torta della nonna ve la ricordate? Ebbene oggi la ritroviamo con una bellissima recensione di un libro che mi ha consigliato e che sarà certamente la mia prossima lettura.

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Protagoniste per un giorno

Due anni fa, Michele, un ragazzo dal cuore grande, mi ha regalato una rosa di un colore splendido come non ne avevo mai viste.

La gioia di quel dono è stata subito offuscata dalla preoccupazione di non essere in grado di prendermene cura.

Ho sempre avuto un rapporto complicato con le rose, straordinariamente perfette, superbe, orgogliose della loro bellezza, sempre a giusta distanza dagli esseri umani.

Desideravo prendermene cura, ma difficilmente lei me lo consentiva.

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Un gatto per amico (anzi 12!)

pubblicata su Confidenze n. 33 Agosto 2010

Dedicata alla mia amica Paola,
gattara fin dentro l’anima, persona speciale
che 12 anni fa mi ha fatto quel grande regalo che è la mia Bijoux

Questa è una storia che parla di gatti.

Quindi se non vi piacciono i gatti o non volete leggere storie inverosimili che raccontano fino a dove possa spingersi un umano che ama questi animali, meglio che lasciate perdere.

Tutto è cominciato qualche settimana fa davanti ai voti finali esposti a scuola.

Io ero disperata. Debito di matematica. Fino all’ultimo ho sperato di cavarmela, non credevo proprio che la mia prof. volesse punirmi in questo modo.

Ero in compagnia della mia amica Arianna che cercava di farmi coraggio e mi veniva così da piangere che avevo paura di scoppiare in lacrime davanti a tutti gli altri studenti. Niente vacanza a Friburgo con le mie compagne, niente oratorio estivo, niente casa al mare.

Insomma mi vedevo già china sui libri circondata da innumerevoli gatti.

Perché dovete sapere che mia madre e mio padre adorano i gatti.

Ma non si limitano ad amarli incondizionatamente, loro fanno parte di non mi ricordo quale associazione che si occupa di recuperare i gatti randagi, sterilizzarli e poi donarli a chi naturalmente promette di prendersene cura. A volte queste gatte arrivano in procinto di partorire, quindi la casa si riempie di cuccioli di gattini che rimangono con noi almeno per otto settimane.

E’ pazzesco lo so, per questo vi dicevo che se non amate i gatti è meglio che lasciate perdere questa storia perché non ce la fareste proprio a capirla.

E naturalmente poiché ogni gatto ha diritto alla sua privacy, in questo momento abbiamo il bagno occupato da Camilla che ha appena partorito due gattini, in mansarda Bijoux che allatta tranquilla e indisturbata tre piccoli di nemmeno un mese, in soggiorno passeggia Lulù, solitaria e in attesa di trovare qualcuno che sopporti le sue unghie lunghe, e la sua inesauribile voglia di giocare.

In camera dei miei c’è Romeo che è senza un occhio e se ne sta per i fatti suoi e in camera di mio fratello che per fortuna non c’è perché sta a Roma a studiare, abbiamo un’intera famiglia di gatti, madre, padre e tre fratellini.

L’unico locale nel quale non ci sono animali è la mia camera, perche mi sono rifiutata fin dall’inizio di averli tra i piedi.

Se devo dire tutta la verità anche a me piacciono molto i gatti, mentirei se dicessi il contrario, ma sinceramente certi giorni mi pesa un po’ questo viavai di gente che viene a vederli li sceglie, se li porta via, poi telefona, chiede informazioni e quando mia madre non c’è, tocca a me prendermi nota di tutto.

Insomma capirete che non è una situazione facile anche se ci sono talmente abituata che spesso non ci faccio nemmeno caso.

Comunque torniamo a noi, anzi a me che tre settimane fa stavo davanti al tabellone che diceva a chiare lettere che avrei avuto un debito di matematica.

Stavo rimuginando su questa terribile sventura quando una voce dietro di me mi ha fatto sussultare.

“Hai bisogno di ripetizioni?”

Mi sono girata e a momenti svenivo. Claudio. Non un Claudio qualunque, beninteso.

Claudioilragazzopiùcarinodellascuoladelqualesonoinnamorataperdutamentedaalmenounanno, non so se mi spiego.

Era la prima volta che mi rivolgeva la parola e il cuore ha cominciato a battere così furiosamente che avevo paura mi esplodesse.

“Scusa?” gli ho risposto come una cretina mentre cercavo disperatamente di farmi venire in mente qualcosa di più intelligente da dire.

“Ho visto che hai il debito di matematica. Se vuoi qualche ripetizione io ci sono”.

Naturalmente ho risposto sì al volo certa che non sarei stata così fessa da sprecare una simile occasione.

Cosi ci siamo accordati che la settimana successiva, sarebbe venuto lui da me perché a casa sua ci sono gli imbianchini. Quella mattina sono andata dal parrucchiere mi sono vestita con cura e ho pure preparato una torta per l’occasione.

Claudio è arrivato puntuale e bello come il sole. Oddio ero pazza di felicità.

L’oblio è durato meno di dieci minuti.

Dopodiché Claudio ha attaccato con una fila interminabile di starnuti, continuando a scusarsi perché proprio non capiva cosa gli stesse succedendo. Io ero più imbarazzata di lui in verità e non sapevo fare altro che passargli fazzoletti.

Quando mia madre ha bussato per chiedere se tutto andava bene, con in braccio la piccola Bijoux, c’è mancato poco che Claudio cadesse dalla sedia.

“Oddio adesso capisco: non mi avevi detto di avere un gatto” ha esclamato allibito.

“Veramente questa è una gatta e al momento in casa ne abbiamo dodici” ha risposto mia madre.

“Cosa?” Claudio è saltato in piedi come se l’avesse morso una tarantola.

Io ho cercato di calmarlo chiedendogli cosa stesse accadendo e alla fine ho scoperto che Claudio è allergico ai gatti da quando è nato.

Nel giro di due secondi lui ha preso la sua roba e se ne è andato di casa nonostante tutti i miei tentativi di convincerlo e rimanere, ma era veramente terrorizzato.

Ma vi rendete conto? Allergico ai gatti! Praticamente in casa mia non avrebbe più potuto mettere piede.

Abbiamo provato a trovarci in biblioteca per studiare, ma è stato un disastro, perché ogni volta che cercavo una scusa per avvicinarlo, lui attaccava di nuovo con gli starnuti probabilmente dovuti a qualche pelo di gatto rimasto sulla mia maglietta.

A un passo dal concludere qualcosa con il ragazzo più carino della scuola e per il quale ho una cotta da mesi, tutto si frantumava sotto i miei increduli occhi.

Perché la vita è così ingiusta e crudele?

Ho trascorso giorni di vero sconforto, ero nervosissima e una sera a tavola sono persino sbottata chiedendo perché mai non potevamo essere una famiglia normale come tutte perché proprio a noi era toccato di salvare tutti i gatti del pianeta tirandoceli in casa?

Quella sera mia madre mi ha raggiunta in camera cercando di farmi ragionare, ma soprattutto di capire il motivo della mia reazione. Povera mamma, ero così arrabbiata che le ho risposto che mi erano indifferenti e che mi sembrava veramente esagerato tenerne così tanti.

Non dimenticherò mai la sua espressione delusa e ancora oggi se ci penso mi si stringe il cuore. Che poi i gatti miei gatti alla fine guai chi me li tocca.

Nel frattempo ho accettato le ripetizioni di Roberto, un amico di mio fratello. D’altra parte il debito di matematica continuava ad esserci e pur con il cuore spezzato dovevo andare avanti.

Roberto era noiosissimo, ma molto bravo e in pochi giorni ho fatto grandi progressi. Una sera mi ha chiesto di uscire a mangiare una pizza e ho accettato.

Perché no mi sono detta? Anch’io voglio godermi un po’ di estate.

La cosa pazzesca è che usciti dalla pizzeria, stavamo attraversando la strada per raggiungere il parcheggio, quando abbiamo visto un gatto attraversare di corsa la strada proprio mentre transitava un’auto che l’ha investito di striscio.

Io ho urlato e ho chiuso gli occhi senza trovare il coraggio di guardare.

Ma quando li ho riaperti sono rimasta basita: Roberto era già chino sul povero gatto, si era tolto la giacca e l’aveva avvolto con cura. Mi ha guardato e mi ha chiesto se me la sentivo di tenerlo in braccio.

“Ma certo ho risposto”.

Siamo volati da un veterinario suo amico e l’abbiamo fatto visitare.

Il veterinario ha deciso di operarlo subito perché era un po’ preoccupato e quindi siamo rimasti in sala d’aspetto per almeno due ore. E così parlando del più e del meno, ho scoperto di questo suo amore per i gatti.

“Beh mi risulta che anche tu sia così no? Tuo fratello mi racconta sempre di quanto la tua famiglia si prodighi per queste povere bestiole”.

Mi sono sentita un verme e non ho risposto.

Comunque Milù (abbiamo saputo che era una femmina per giunta incinta) si è salvata, me la sono portata a casa dove è stata accolta con il consueto affetto e credo che adesso ci terrà compagnia per un bel po’.

Ecco la storia per il momento termina qua.

Ancora non so se passerò l’esame di matematica, ma sto andando piuttosto bene con lo studio.

E ancora non so come finirà la mia amicizia con Roberto.

Però dentro il cuore mi è rimasta una lezione importante che ho imparato. E sono molto, molto fiera di me stessa.     

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Le fate ignoranti

Lo ammetto, è stato innanzitutto il titolo a catturarmi, poi ho letto la trama e mi sono incuriosita, allora ho cominciato a guardarla e me ne sono innamorata.

Sto parlando de “Le fate ignoranti” che prima di diventare una miniserie televisiva di 8 puntate disponibile dal 13 aprile 2022 su Disney+, è stato anche un film uscito nel 2001 (che peraltro non ho mai visto).

Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto di cosa parla “Le fate ignoranti”?

Continua a leggere “Le fate ignoranti”
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Farò ammenda nella vita

Pubblicata su Confidenze n. 39 Settembre 2014

E mi ha baciata anche stamattina, come ogni giorno da venticinque anni a questa parte. Mi bacia per amore, per affetto, per abitudine, non importa, a me importa il suo bacio che è un rinnovo della promessa del suo amore.

Sto parlando di mio marito, dell’uomo che ho sposato venticinque anni fa e che amo ancora come il primo giorno. E’ la persona migliore che esista, è un uomo buono, colto, bello, dolcissimo.

Dal nostro matrimonio sono nati due splendidi figli ora grandi che ci hanno riempito la vita e tuttora ci danno tante soddisfazioni.

Abbiamo entrambi un buon lavoro, una casa, non manca niente alla nostra felicità.

So di tante coppie che fanno fatica ad andare avanti, altre si sono arrese davanti alle difficoltà e si sono separate, perché con loro la vita è stata forse molto più severa.

Invece per quanto ci riguarda, siamo proprio felici.

Nonostante tutto.

Nonostante il fatto che vent’anni fa io lo abbia tradito.

Vorrei poter scrivere che è stata una scappatella, che mi sono ripigliata subito, che non ha avuto nessun valore per me. Ma mentirei.

Quando amo, amo profondamente con tutto il cuore e investo ogni fibra del mio corpo e della mia mente. E ho amato quell’uomo, senza smettere mai di amare mio marito.

Ci ho pensato tanto prima di scrivere questa storia, temevo il giudizio di chi legge, la durezza di chi critica senza conoscere le situazioni.

Sono stata così anch’io, un tempo.

Non avevo pietà per gli errori degli altri, sempre pronta ad alzare il dito dall’alto del mio piedistallo di perfezione.

Poi ho capito.

Ho capito che Qualcuno dall’alto ci spinge in un certo senso a passare attraverso le situazioni, per imparare a capire gli altri, a metterci nei loro panni, prima di esprimere un giudizio.

E se oggi racconto questa storia è perché spero che porti un po’ di pace nel cuore di chi come me ci è passata, perché voglio rassicurare le persone che hanno amato più volte, che si può commettere un errore, ma si può anche rimediare e scegliere di fare la cosa giusta.

Una volta avevo chiesto ad un sacerdote come potessi rimediare a un simile peccato, e lui aveva risposto che se tu hai tradito ma hai compreso di aver sbagliato, e che tuo marito è la persona che ami, che vuoi andare avanti a costruire la vita insieme a lui, allora è meglio tacere anziché scaricare il peso su di lui, meglio fare buon uso di questa esperienza per diventare una compagna migliore e per contribuire al tuo cammino di coppia con più energia e convinzione. Insomma, fare ammenda nella vita.

Ecco io questo ho cercato di fare.

Per tutta la vita mi sono impegnata per essere una buona moglie, una brava madre, mi sono dedicata al volontariato anima e corpo, cercando di dare una mano a chiunque ne avesse bisogno, senza risparmiarmi, perché mi pareva in questo modo, appunto, di fare ammenda.

Oggi chi mi conosce, pensa bene di me e non sa che porto questo peso nel cuore e ancora qualche volta mi domando se mi basterà il resto che ho da vivere per farci  pace.

Paolo lavorava in ospedale come me, lui medico e io infermiera.

Potrebbe sembrare la solita storia squallida, ma vi giuro che non è andata così.

All’inizio non c’era la minima attrazione tra di noi, anche perché tra medici e infermieri esiste una certa gerarchia che consente di mantenere le distanze gli uni dagli altri.

Non ci crederete ma l’ho conosciuto al supermercato che stava di fronte all’ospedale.

Quel giorno io stavo facendo la spesa trafelata come al solito e lui mi ha chiesto informazioni perché si era appena trasferito e non conosceva niente e nessuno. Abbiamo scoperto di lavorare nello stesso ospedale anche se in reparti diversi: lui è chirurgo, mentre io a quell’epoca ero in reparto di medicina.

Ci si incontrava qualche volta alla macchinetta del caffè, per le scale, in mensa, senza nemmeno guardarsi. Io non ero in cerca di una storia, lui nemmeno.

Ma certe volte è il destino che si diverte a giocare alle nostre spalle.

Una sera poco prima di Natale, durante la festa tradizionale per i dipendenti che si teneva ogni anno, quando sono uscita per fare ritorno a casa, la mia auto non ne ha voluto sapere di partire.

Lui si è avvicinato, ha dato un’occhiata e poi si è offerto di accompagnarmi a casa.

Durante il viaggio mi ha detto che non si era mai accorto di quanto fossi carina, sempre nascosta in quella divisa da infermiera ed è stato in quel preciso istante che ho fiutato il pericolo. Ho sentito il cuore fare una piccola dispettosa capriola e una voce dentro che mi suggeriva di lasciar perdere.

E’ stata la mia presunzione a farmi credere che potevo gestire benissimo la situazione.

Benissimo un corno.

Lui era sposato senza figli. Sua moglie era rimasta nella vecchia casa perché troppo distante dall’ospedale e non voleva perdere il lavoro, così si vedevano nei fine settimana.

Da quel giorno ho cominciato a guardarlo con occhi diversi, a rendermi conto che in effetti era proprio un bell’uomo che aveva un modo di fare che faceva sentire uniche.

Se mi raccoglievo i capelli in un certo modo me lo faceva notare con un complimento, se una mattina osavo con un po’ di trucco, mi diceva come sei carina. Ecco, Paolo mi faceva sentire speciale.

Quanto abbiamo bisogno noi donne di qualcuno che ci faccia sentire uniche?

Purtroppo, nella fretta di vivere, nella quotidianità che ci logora, non sempre i nostri mariti trovano il tempo o l’occasione per farci un complimento.

Non possiamo biasimarli, è vero, ma ciò non significa che a noi non faccia piacere. Basta così poco certe volte a renderci felici.

Paolo ha cominciato ad arrivare con un cioccolatino in tasca, a lasciare memo appesi nel mio armadietto, a non perdere occasione di avvicinarsi a me con qualche scusa.

Forse saremmo andati avanti così per sempre, senza nient’altro. Una relazione diventa tale quando ti ci metti dentro fino al collo.

Qualche volta noi donne giochiamo con queste cose, ma senza rischiare, non vogliamo certo giocarci la famiglia per due sorrisi o un fiore.

Però che brividi sentirsi desiderata.

E così il primo bacio furtivo, traditore è arrivato quando meno me lo aspettavo, in ascensore, tra un piano e l’altro. Ci siamo baciati, una volta due, dieci, ci siamo baciati fino allo sfinimento, ogni volta come se fosse la prima e al tempo stesso l’ultima.

Oddio com’ero viva e felice e incosciente.

Il giorno dopo i rimorsi mi pesavano sul cuore come un macigno. Gli lasciavo biglietti nei quali giuravo di non volerlo più rivedere che mi vergognavo di me stessa e lui era sempre d’accordo con me.

Certo, a parole.

Poi ci si rivedeva e di nuovo esplodeva la passione. Fughe rocambolesche, salti mortali per incontri brevi  ma intensi, eravamo pazzi l’uno per l’altra e niente ci poteva fermare.

La cosa sconvolgente che ricordo è che al di fuori di questo rapporto esclusivo, entrambi continuavamo la nostra vita come se nulla fosse.

Io con la mia famiglia e la nostra routine, lui con sua moglie che incontrava nei fine settimana. Mai una volta abbiamo parlato di divorzio, di separazione, di lasciare la nostra vita.

Nessuno di noi lo desiderava e per quanto mi riguarda io volevo soltanto stare con lui e in quei momenti sentirmi al centro del mondo, bella, desiderata, appagata.

Siamo andati avanti un anno, non domandatemi come, eppure sono sicura che mai nessuno si è accorto della nostra storia.

Poi sua moglie ha avuto un trasferimento di lavoro e lui per seguirla, ha chiesto e ottenuto di andare in un altro ospedale, a 200 chilometri di distanza.

Quando me l’ha detto ho provato quasi un sollievo perché sapevo che questo sarebbe stato l’unico modo per allontanarci definitivamente.

Ci siamo salutati con un abbraccio alla festa di addio organizzata in suo onore, senza aggiungere una parola ma con la tacita promessa che nessuno dei due avrebbe più cercato l’altro.

E cosi è stato per vent’anni.

Con il cuore a pezzi, ma il desiderio di rimettere insieme i cocci della mia vita, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato da capo. Non avevo mai smesso di essere una buona madre e una buona moglie, ma se possibile ho cercato di migliorare ancora.

Non nascondo soprattutto all’inizio di averlo sognato giorno e notte, e mentre sognavo, andavo avanti con la mia vita mettendoci tutto l’impegno possibile. Facendo ammenda, appunto.

Con mio marito ho sempre taciuto.

Mai e poi mai gli avrei spezzato il cuore  raccontandogli la verità: era colpa mia, e mio sarebbe stato il peso da portare. Mi dicevo che anche questo era amore, in fondo.

Certi giorni mi domando se nell’errore ho agito bene, se aver lavorato tanto in questi anni, servirà a scontare la mia colpa. Poi ci sono giorni in cui non mi rimprovero nulla, se non di aver troppo amato.

Penso ai miei figli, al loro amore per me e mi dico che se perdessi la loro stima, potrei anche morire oggi stesso. Po stamattina è suonato il telefono ed era lui che mi cercava, infrangendo la promessa.

Il respiro mi è mancato per un momento: possibile che dopo vent’anni questa voce mi faccia ancora questo effetto?

Mi ha chiesto un incontro, il tempo di un caffè, soltanto se lo volevo. Si, lo volevo, anche solo per la curiosità di vederlo dopo tutto questo tempo.

Poi adesso sono forte mi sono detta, non ho più trent’anni.

E ci sono andata in quel caffè, dove lui mi ha raccontato di essere rimasto vedovo, ha perso sua moglie un anno fa per un tumore e ha cercato di rimettere insieme la sua vita, nel dolore e io posso solo immaginare che dolore.

Non sono mai riusciti ad avere figli  e adesso la solitudine gli sta togliendo la voglia di andare avanti.

Mentre mi racconta della sua vita lo guardo  e rivedo quel volto che ho accarezzato infinite volte, quelle labbra che ho baciato con passione e quegli occhi nei quali mi sono perduta totalmente e mi domando come ho potuto?

“Viola, non sono qui per chiederti di buttare via la tua vita, ci mancherebbe altro. Avevo soltanto voglia di rivederti, e ti chiedo perdono per questo egoismo che non ho saputo trattenere, volevo stringere le mani di una donna che ho molto amato e per la provo ancora qualcosa. Ma non ho il di diritto di chiederti niente. La nostra storia è finita tanto tempo fa e ora so che abbiamo fatto entrambi la cosa giusta lasciandoci per continuare la nostra strada. Però lasciami dire che sei ancora bellissima, forse più di vent’anni fa e che tuo marito è davvero un uomo fortunato ad averti accanto”.

Come è possibile? Mi domando, com’è possibile che stiamo qui a parlare di un amore che non sarebbe nemmeno dovuto esistere, di una colpa grande quanto il mondo che  non basterà una vita a redimere?

Eppure, ne parliamo come la cosa più bella e più pura del mondo.

Mi viene in mente quella stupenda poesia di Prevert, “Questo amore, così fragile, così tenero, così disperato, cattivo come il tempo quando il tempo è cattivo. Questo amore che faceva paura agli altri e li faceva impallidire…”

Questo amore che si prende gioco di noi, che ci illude, ci trascina su e giù per le montagne russe del nostro cuore, ci deride, ci umilia, ci rende pazzamente felici e desolatamente tristi, ci investe di rimorsi e di meraviglia al tempo stesso e noi lasciamo che tutto accada, impotenti di fronte a tanta forza e tanta determinazione.

So che basterebbe un mio gesto, un parola e tutto di nuovo ripartirebbe come una giostra.

Nonostante tutto sorrido. Sorrido per questa mia fragilità che quando meno me la aspetto si trasforma in forza, sorrido per tutti i miei errori che sono fioriti diventando saggezza.

Riconosco ogni singolo sbaglio commesso e non cerco giustificazioni.

Ora basta però. Ho quasi cinquant’anni e la vita che mi rimane da vivere me la voglio godere alla luce del sole. Voglio essere degna dell’amore di mio marito, che senza saperlo ha fatto in modo che io fossi felice nonostante quello strappo nel cuore di tanti anni fa.

Voglio poter guardare negli occhi i miei figli e dire sì, ho sbagliato ma adesso non sbaglio più.

Abbraccio Paolo e gli auguro ogni bene, e poi imbocco il cammino della libertà e l’aria non mi è mai sembrata più fresca.

“…Questo amore perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora cosi vivo
E tutto soleggiato
E tuo
E mio
E stato quel che è stato”























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Donne in rinascita

Nonostante i buon propositi ci sono cascata di nuovo.🙄🙄

Tentata dall’offerta, prima di Pasqua ho acquistato una colomba senza pensare alle solite conseguenze che posso riassumere in due semplici punti

1 La colomba pasquale non è certamente il dolce preferito della nostra famiglia (ho pure scelto la versione con i canditi che tutti detestiamo😣😣)

2Non ho calcolato che per finirla ci avremmo impiegato almeno sei mesi.

Insomma un disastro.

Così questa settimana dopo aver tentato di proporla inutilmente a colazione in primis alla sottoscritta e poi ai figli, mi sono arresa e ho cercato una ricetta che la trasformasse in qualcosa di più appetitoso.

Ebbene, è con grande soddisfazione che posso dire di esserci riuscita.

Leggete un po’ qui.

 Torta morbida con la colomba e le uova di Pasqua

  • colomba e uova avanzati
  • latte a pari peso della colomba, (io ho utilizzato 300 gr di colomba e 300 di latte)
  • 2 uova (per 300 di colomba, o 3 per 500 g.)

Ho tagliato fette di circa un cm di spessore, le ho disposte in una teglia con carta forno, ho messo dei pezzetti di cioccolato e poi di nuovo una strato di fette di colomba. Ho sbattuto le uova, ho aggiunto il latte e ho versato il tutto sopra le fette di colomba inzuppandole per bene. Ho infornato a 180°C per circa mezz’ora.

Come potete vedere dalle foto l’aspetto non è proprio dei più invitanti, ma vi garantisco che il risultato è stupefacente.

Vi raccomando solo di consumarla fredda, meglio ancora se il giorno successivo.

Mentre la gustavo stamattina a colazione mi sono sentita molto soddisfatta della rinascita della mia colomba e non a caso utilizzo questa parola che amo molto, perché è proprio di rinascita che oggi vi parlare, anzi di donne in rinascita.

Alcuni anni fa in un momento faticoso della mia vita, un’amica mi aveva inviato questa poesia bellissima che ho tenuto appesa in cucina per molto tempo, perché rileggendola, mi dava sempre una ragione per non arrendermi.

DONNE IN RINASCITA

Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta.
Che uno dice: è finita.
No, non è mai finita per una donna.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.
Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: “Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così”.
E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasqua.
In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima ed è passato tanto tempo, e ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d’acqua nello stomaco.
Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino.
Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze!
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore.
“Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?”
Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle inestricabile. Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa.
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel.
Parte piano, bisogna insistere.
Ma quando va, va in corsa.
E’ un’avventura, ricostruire se stesse.
La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo.
Perché tutti devono capire e vedere: “Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse”.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre.
Quando meno te l’aspetti…

Se la volete ascoltare recitata dalla voce di Fabio Volo, è ancora più bella.

Questa settimana ho avuto l’occasione di incontrare diverse donne, alcune per lavoro, altre per amicizia, altre ancora per caso.

Ciascuna di loro mi ha raccontato la sua storia, storia di una rinascita già avvenuta, non ancora pensata, oppure in divenire.

Ho ascoltato i loro dubbi, le perplessità, il timore di non farcela, di sbagliare, di ferire, di deludere.

Eppure rinascere è qualcosa di cui non possiamo fare a meno, ci spaventa l’idea di lasciare certezze, stabilità, sicurezza per intraprendere un percorso che non conosce nemmeno una risposta a tutte le domande che ci salgono dentro, un percorso che potrebbe portare a un fallimento, a una sconfitta, a un declino.

Ma potrebbe anche farci scorgere nuovi scenari, altri colori, altre sfumature di cui ignoravamo completamente l’esistenza.

Certo, la rinascita richiede sempre un cambiamento.

Sorrido pensando alla mia colomba pasquale, forse buona lo stesso, ma certamente migliore dopo aver accettato la trasformazione.

Allora dedico questa poesia a tutte le donne al bivio che ho avuto l’onore e il privilegio di incontrare in questi giorni, non è tanto la decisione che prenderete che parlerà di voi, ma la modalità con la quale arriverete a decidere il vostro progetto di rinascita che farà la differenza. E poi, comunque vada non dimenticate di andarne fiere.

E se avete una storia di rinascita da raccontare, potete farlo attraverso le pagine di questo blog.

Per me sarà un onore ospitarle.

Amiche vi auguro una buona domenica, se volete scrivermi vi ricordo che potete farlo qui :

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Raccontami una storia

Pubblicata su Confidenze n. 21 Maggio 2020

Per quanto scavi dentro la mia memoria, faccio fatica a ricordare un pranzo della mia vita in cui non sia stata seduta a tavola con i miei nonni.

Loro ci sono sempre stati, dentro la mia infanzia, la mia adolescenza e ancora oggi che ho diciotto anni compiuti, non vado a dormire se prima non sono salita da loro per un saluto. Sono i genitori della mia mamma, e abitano sopra di noi da sempre, anzi, noi abitiamo sotto di loro, perché quando si sono sposati i miei genitori, i nonni hanno fatto alzare il tetto della casa e ricavato un piccolo appartamento per lasciare a loro la casa più grande.

Per i miei genitori è stata una grande fortuna poter contare sui nonni, la mamma mi racconta sempre che per ogni cosa ci sono sempre stati.

Quando partivamo per le vacanze non c’era nemmeno il problema di chiudere casa, perché la nonna scendeva, la ripuliva per bene e al nostro ritorno trovavamo sempre profumo di pulito e frutta fresca sul tavolo.

E’ stata semplice e meravigliosa la vita con i nonni.

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La passione che muove il mondo

Dopo una settimana di isolamento ero in astinenza da passeggiate con il mio cane.

Così ieri mattina anziché il consueto giretto, mi sono spinta un po’più in là, senza tuttavia esagerare, anche perché i postumi del Covid sono piuttosto impegnativi da debellare.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 10: il finale

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

ALDINA

Mi hanno raccontato che sono stata tra la vita e la morte per interi giorni.
Poi in qualche modo ha vinto la vita.
Una mattina ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata i volti delle mie sorelle di clausura che mi guardavano con una corona di rosario tra le mani.
Avevo navigato così a lungo in quel mare di dolore confuso e disperato che mi ero convinta che non avrei più fatto ritorno a riva.

E’stato due giorni dopo il mio risveglio, mentre con pazienza suor Angelica mi aiutava a mandare giù di malavoglia qualche cucchiaio di brodo, che dai recessi più profondi della mia povera devastata memoria, mi è apparsa all’improvviso come un pugno nello stomaco.

Dov’è Isabella?

Come in una scena a rallentatore ho visto la ciotola fare un volo in aria e precipitare brutalmente al suolo infrangendosi in mille pezzi, senza nemmeno rendermi conto che ero stata io a causare quel disastro, e mentre sentivo un lamento profondo salire dalle viscere più profonde del mio corpo ed esplodere di fronte a una suor Angelica terrorizzata, ho capito che qualcosa mi si stava spezzando dentro e nessun collante l’avrebbe mai più aggiustato.

Emorragia post partum. Cosi hanno chiamato quello che si è portato via Isabella.

Morta a vent’anni di parto dopo aver dato alla luce una bambina, senza che nessuno potesse fare niente per salvarla.

I giorni si sono susseguiti lenti, penosi, insopportabili.

Poi sono diventate settimane, mesi e infine anni.

Mi trascinavo in quel convento stanca e debole per via della malattia e della fatica di vivere che non ne voleva sapere di concedermi una tregua.

Non ho mai voluto conoscere la piccola Sofia, che consideravo responsabile della morte di sua madre, nonostante le suore mi raccontassero di quanto fosse amorevole.

In realtà ancora una volta ero io ad aver fallito, ad aver abbandonato Isabella dopo averla raccolta, come un uccellino caduto dal nido.

Ma dovevo trovare un capro espiatorio per sopravvivere a una simile assurda follia.
Avevo un tale vuoto dentro lasciato da Isabella, dalla sua giovinezza, dalla sua voglia di vivere nonostante avesse attraversato l’inferno.

In quei pochi mesi in cui eravamo state insieme avevo imparato tante cose da lei.

Che si può fuggire dalle situazioni che non ci appartengono, che non ci vogliono.

Che ogni mattina in cui ci svegliamo è una buona occasione per ricominciare tutto daccapo.

Mentre lei aveva speso la sua vita a tirarsi fuori da situazioni ingarbugliate, io non avevo fatto che infilarmici dentro.

Poi una mattina la Madre Superiora mi ha chiamata per chiedermi di lasciare il convento.

“Ti abbiamo tenuta fin oltre le nostre possibilità Aldina, ma questa non è la vita che fa per te. E nemmeno per Sofia.”.

Avevo pianto, supplicato, implorato, ma in cuor mio sapevo che non c’era verità più grande.

Non avrei voluto portare Sofia con me, ma aveva tre anni e doveva iniziare a condurre una vita normale.

Ogni cosa si aggiusterà, mi aveva detto la Madre Superiora.

Avevo faticato a crederlo, ma poi in qualche modo nel tempo, le ho dato ragione.

Le suore mi trovarono una casa, un lavoro e io cercai di crescere Sofia con tutto l’impegno che mi fu possibile trovare dentro di me, senza tuttavia imparare ad amarla e lei questo non me l’ha mai perdonato.

Ma era come se il cuore si fosse fermato per sempre, e per quanto mi sforzassi, non ne veniva fuori nulla di buono.
Nemmeno quando Andrea, che aveva lasciato i voti da tempo, bussò un giorno alla mia porta.

Attese con pazienza per due anni prima che mi decisi a sposarlo, accettando persino di vivere il nostro matrimonio in totale castità per tutta la vita.
Ci portò a vivere nella splendida dimora appartenuta ai suoi genitori e amò Sofia anche per me.

Poi un giorno sei arrivata tu Miranda e solo in quel momento come per magia, il mio cuore dopo tanti anni ha ripreso a funzionare.

Ma ho tanto da farmi perdonare e non so se vivrò abbastanza.

So di aver risparmiato a tua madre un padre violento, ma anche di averle nascosto le sue origini, la storia della sua mamma per troppo tempo e quando le ho rivelato tutto molti anni fa, lei che già soffriva del mio mancato amore, se ne andò di casa per anni.

La mia vita ha cambiato strada molte volte Miranda e ogni volta ero scontenta di affrontarla, ogni volta non era la scelta che avrei voluto fare.

Ci sono stati giorni in cui mi sono convinta che l’errore più grande di tutti l’ho commesso quando ho ignorato i bisogni del mio cuore.

Poi però mi dico che se avessi ascoltato solo quello forse tu non saresti arrivata da me e quindi sono felice per ogni scelta sbagliata, ogni forzatura, ogni fallimento compiuto, ogni sì sussurrato quando avrei voluto urlare no a pieni polmoni.

Perché cammina cammina una cosa alla fine l’ho imparata: che tutto in qualche modo riconduce al bene e non esistono vite che non abbiano portato almeno una volta qualcosa di buono e generativo. Mi piace pensare che anche per me sia stato così.

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Diamo i numeri

Esattamente 2 anni fa come oggi me ne stavo comodamente seduta sul divano indecisa se annoiarmi o tormentarmi per la preoccupante situazione che in breve tempo si era venuta a creare.

E’ stato in quel momento lì che ho deciso di aprire un blog, per riempire i lunghi pomeriggi ma anche e soprattutto per un bisogno non ben definito di raccontarmi, di condividere parole, pensieri, immagini perché avevo intuito in qualche modo che tutto questo avrebbe fatto a bene a me e a chi mi avrebbe letto.

E devo dire che a un passo dal traguardo di 1500 iscritti e 70.000 visite, forse avevo ragione perché l’affetto dal quale sono stata circondata ha un valore che non potrò mai dimenticare.

E’ nato così comodamentesedute e pensate un po’ quanto è beffardo il destino: esattamente 2 anni dopo mi sono presa il Covid e quindi oggi vi scrivo mentre mi appresto ad affrontare il periodo previsto di isolamento😷🤒🤕.

Ma quello che mi ha fatto riflettere è l’importanza che hanno i numeri nella nostra vita, molta più di quanto non vogliamo ammettere.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 9

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

ISABELLA

Le prime contrazioni  sono cominciate verso le due del mattino.

Il dolore mi ha costretto ad aprire gli occhi. Mi sono tirata su troppo velocemente e la testa ha cominciato a girare come una trottola, ho il respiro affannato e sono sudata fradicia.

Sono rimasta immobile per qualche istante aspettando di nuovo lo stesso dolore che mi desse la certezza di non averlo sognato. E ‘sopraggiunto puntuale dopo dieci minuti, poi dopo otto, sempre più ravvicinato.

E’ troppo presto accidenti, manca ancora un mese e suor Aldina non può occuparsi di me, è ancora troppo debole. Questi pensieri bastano a spaventarmi a morte.

Di nuovo una contrazione, di nuovo un dolore lancinante che mi lascia senza forze.

Non posso più aspettare.

Scendere dal letto mi richiede un sacrificio che mi lascia senza fiato, raggiungo la porta in un tempo che mi pare un’eternità tenendomi il ventre che pare voglia esplodere da un momento all’altro talmente si contrae.

Ma che razza di male fa partorire? Sono abituata al dolore ma questo è terrificante, improvviso, assurdo.

Percorro il corridoio fino alla porta di suor Aldina. Devo sapere come sta, ho bisogno di lei, non posso far nascere il mio bambino senza Aldina. Mi sembra di metterci un’eternità ma finalmente arrivo.  Busso con forza ma nessuno mi apre.

“Aldina, Aldina apri per favore sto malissimo, il bambino sta per nascere” supplico.

La porta si apre all’improvviso e crollo tra le braccia della Madre superiora.

“Isabella per amor del cielo, ti riaccompagno in camera, calmati”.

“Tu non capisci, io sto per partorire! Ho bisogno di Aldina! Dove diavolo è quella donna?” grido esasperata all’ennesima contrazione.

“Mi spiace Isabella, suor Aldina sta molto male”.

Sono le ultime parole che sento, poi un liquido caldo bagna le mie gambe, ho solo il tempo di chinare la testa pensando che si sono rotte le acque,ma quello che vedo con orrore è sangue.

Qualcosa non funziona, ho bisogno di aiuto, ma prima che riesca a parlare, il buio cala su di me e sento che sto perdendo conoscenza.

ALDINA

Stanotte ho fatto un sogno. Mi trovavo in una grande stanza semibuia. Cercavo disperatamente una via d’uscita, ma non c’erano porte, soltanto una piccola finestra in cima alla parete di fronte a me.
Un odore acre di urine ed escrementi mi toglieva il respiro.
Imploravo di farmi uscire urlando con quanto fiato avevo in gola e picchiavo i pugni sui muri con violenza tale da farli sanguinare.
All’improvviso ho sentito un pianto.  Mi sono messa in ascolto, cessando anche di respirare per il timore di non riuscire a sentirlo di nuovo, e ho capito che proveniva dal fondo della stanza.
Con prudenza ho attraversato a passi lievi il locale. Ora il pianto si sentiva forte chiaro. Mi sono fatta coraggio, mi sono chinata e nella penombra l’ho visto. Un neonato completamente nudo piangeva con quanto fiato aveva nei polmoni. Ho dato un urlo e sono corsa di nuovo verso la parete tempestandola di pugni.

“Aprite, aprite vi prego c’è un bambino che ha bisogno di aiuto! Aprite!”

Mi sono tirata su di colpo dal letto, madida di sudore e prima che potessi chiedermi il significato di quel sogno orribile,  ho sentito che realmente qualcuno stava bussando alla porta implorando aiuto.

“Isabella!” credevo di averla chiamata, ma in realtà non sono riuscita ad emettere alcun suono.

“Suor Aldina sei troppo debole non muoverti per amor del cielo!”.

Cos’è il dolore? Arriva a ondate e senti che non gli sopravvivrai, poi si ritrae e cogli quella frazione di secondo per recuperare le forze pur sapendo che non servirà a nulla.

Ho imparato che nel momento di maggiore sofferenza, l’ultima preoccupazione che hai è quella di della morte, anzi se arriva ti sembra quasi una liberazione.

Sono settimane che sto male, vivo in una sorta di oblio dove fatico a distinguere i volti di chi mi è accanto.

Non so cosa mi stia succedendo ma oggi se possibile sto ancora peggio.

Fitte lancinanti arrivano da ogni parte del mio corpo, non mangio da giorni, bevo pochissimo e non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto.

“Cosa mi succede?” domando senza nemmeno sapere a chi.

“Suor Aldina, il medico dice che hai preso una grave infezione, ti stiamo curando, però devi stare tranquilla”.

Chiudo gli occhi stremata, Isabella è l’ultimo pensiero che ricordo.

***********

E’ stata la più lunga delle notti che a memoria d’uomo, nel convento si possa ricordare.
Stamattina le campane non emettono alcun suono.
Non dicono di una vita che si è spenta, perché nessuno deve sapere.
Padre Antonio è già arrivato per le ultime esequie. E per battezzare un nuova creatura.
Quando uscirà dal convento porterà nel cuore un segreto che lo accompagnerà fino alla tomba.
Il segreto di una giovane donna che è morta e il miracolo di un’altra che è tornata indietro perché una creatura ha bisogno di lei per crescere. 

La prossima settimana non perdere l’ultimo capitolo del Segreto di Nonna Aldina.

Come finirà secondo te questa storia?

Rispondimi in segreto 😉😉 scrivendo qui : https://comodamentesedute.com/uno-spazio-per-te/

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L’eleganza del cocco

Un regalo molto gradito che ho ricevuto al mio compleanno è stato un libro (insieme ad altri quattro, vero Irene🥰 ?) di ricette spettacolari.

Il titolo è Lucake il mio manuale di pasticceria per tutti ed è veramente goloso, scritto da Luca Perego, un ragazzo giovanissimo con la passione per la pasticceria e la fotografia.

Vi invito a curiosare le sue pagine social di Instagram e Facebook perché pubblica prelibatezze!

Ora, conoscendo la mia passione per i dolci potete immaginare quanto non vedessi l’ora di sperimentare qualcosa e così ieri mi sono cimentata in questi dolcetti che dovete assolutamente provare.😋😋

Continua a leggere “L’eleganza del cocco”
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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 8

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

MIRANDA

Avevo sei anni.

Me lo ricordo perché avevo iniziato a frequentare le prima elementare. Era sempre di domenica sera.

La mamma mi stava accompagnando dalla nonna che mi avrebbe tenuta con lei per un’intera settimana.

Piangevo perché non volevo perdere tutti quei giorni di scuola.

“Riportami a casa mamma ti prego”

“Miranda ne abbiamo già parlato non è possibile lo sai”.

Seduta nel seggiolino dell’auto, vedevo nello specchietto retrovisore il suo viso così bello, quel trucco perfetto, il caschetto di capelli biondi che ondeggiava lievemente quando parlava spargendo un profumo di lillà nell’abitacolo dell’auto che mi si depositava nel cuore  come una piuma leggera.

Continua a leggere “Il segreto di nonna Aldina Capitolo 8”
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La prima volta che

Prima o poi arriva.

Non smette mai di arrivare, se glielo concedi.

Basta poco in realtà, basta pronunciare due semplici parole, capaci di scioglierti da vincoli, dubbi, esitazioni, timori.

“Perché no?”

Sto imparando adagio adagio ad accogliere occasioni di vivere esperienze belle, che fino a un anno fa rifuggivo per il timore di incrinare quell’equilibrio che così faticosamente mi ero costruita attorno come un bozzolo caldo e confortevole.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 7

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

SOFIA

Sono così nervosa che ho di nuovo sbavato l’eye liner nel tentativo di metterlo.
Mi tremano le mani e non capisco perché.
Sono andata in scena mille volte, conosco a memoria il copione, sono brava nel mio lavoro e so di piacere al pubblico.
Ho sacrificato la mia vita per il teatro e non tornerei indietro per nessuna ragione al mondo, perché il teatro è l’unico che non mi ha mai tradito.
Ma stasera mi guardo allo specchio e per la prima volta vedo che il tempo ha cominciato a lasciare segni sul mio viso, sempre bello, ma con qualche piccola ruga agli angoli degli occhi.
Le labbra si stanno assottigliando e il colore dei capelli è più spento del solito.

Cosa ne faccio di questo tempo dispettoso che corre lontano senza aspettarmi?

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Stralci di te

Ho già avuto modo di raccontare nelle pagine di questo blog quanto spesso la scrittura mi sia stata di grande supporto per cercare di dare un senso agli eventi più o meno faticosi che hanno attraversato la mia vita.

Uno di questi, è stata la perdita della mia mamma, avvenuta 10 anni fa per una terribile malattia.
Nei giorni difficili di accudimento, giorni intrappolati tra la disperazione e la speranza, ho messo per iscritto parole che come scialuppe di salvataggio mi hanno aiutata a non annegare in quel mare di dolore.
Quando ho saputo che l’associazione Noi,amici dell’hospice e dell’ospedale di Eboli, aveva organizzato il concorso “Le parole che non ho detto”, ho pensato che non avrei potuto trovare mani migliori alle quali affidare il mio racconto, convinta come loro, che non ci sia nulla di più prezioso di un’esperienza condivisa, per alleviare e consolare chi la scrive e chi la legge.

Oggi a quasi due anni da quel giorno, sono accadute due cose importanti:

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 6

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

ISABELLA

Dormo in una piccola stanzetta al piano inferiore, vicino alla cucina, partecipo alla vita del convento, prego con le suore pur non essendo del tutto convinta che ci sia Qualcuno che si interessi veramente a me e abbia a cuore la mia vita, (altrimenti non sarei finita come sono) e cerco di rendermi utile in qualche modo, perché nessuno abbia a pensare che io qui sia un peso.

Se soltanto sei mesi fa qualcuno mi avesse predetto il futuro, avrei riso come una pazza, pensando alla mia vita tra queste mura, dove il tempo scorre seguendo un ritmo che non ha nulla a che vedere con il mondo esterno.

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Altre cento di queste pagine

Amiche, mi sembra ieri che ho postato l’articolo con il quale festeggiavo le mie prime 100 pagine di contenuti.

Eccole qui se avete piacere di andare a rispolverarle.

Le prime cento pagine

E’ trascorso un altro anno e oggi mi ritrovo qui in vostra compagnia a celebrarne altre 100.

Mentre preparavo questo articolo e ho avuto occasione di rileggerle, vi dico la verità, mi sono profondamente emozionata.

Quanta vita, quanta bellezza, quanta riconoscenza nonostante tutto!

Oggi vi invito a ripercorrere con me questo anno pieno zeppo di parole, emozioni, storie a lieto fine e storie che hanno spezzato il cuore e a raccontarmi qual è quella che vi portate dentro, che è stata capace di suscitare in voi desiderio di rinascita e di rivincita, quella che vi ha commosso fino alle lacrime o vi ha messo di buonumore, quella che avete mandato all’amica o alla sorella perché sapevate che ne aveva davvero bisogno.

Per quanto mi riguarda mi porto sempre nella taschino Irene piccola e la sua mamma Barbara, amica di cuore, e Irene grande che lentamente ma tenacemente sta lottando giorno dopo giorno per riprendersi il  suo posto nel mondo. E sono sicura che ce la farà.

Sono sicura che ce la faremo tutte a riprendercelo, se non smetteremo di crederci.

Vi abbraccio una ad una profondamente grata.

E adesso, buona lettura 😍😍

1 Libera (la) mente

La zucca fiduciosa

E poi sei arrivata tu

Gratuitamente

5 Un amore di compleanno

Punti di luce

La risata dell’uva passa

La ricotta preoccupata

Un respiro trattenuto

10 La bellezza delle uova

11 Albino albero felice

12 Lacrime di cipolla

13 La pazienza dei genitori

14 Le fragole felici

15 La strada dell’amore

16 A come acqua, A come Amore

17 C come Casa, C come Calore

18 V come Vino, V come verità

19 E’ ora di lasciarlo andare

20 S come sole, S come stanchezza

21 I come insalata, I come incompresa

22 Effetto sorpresa

23 Teo pesciolino saggio e pieno di coraggio

24 Comfort zone

25 T come Tè, T come Tranquillità

26 Forte e fragile

27 Amina nipote prediletta

28 G come Giardino, G come Generosità

29 Un bambino non infrange i sogni

30 M come mare, M come Meraviglia

31 L’amore in fondo ai piedi

32 Le mele annoiate

33 Essere ricordati

34 Le scarpe deluse

35 Come un fiore spezzato

36 Anguria e melone in competizione

37 Miracoli dal cielo

38 P come pesche P come perdono

39 I migliori anni della nostra vita

40 Irene la guerriera

41 L’albero degli amici

42 Il caldo maleducato

43 Dentro un sogno romantico

44 Ti leggo un libro

45 Dal diario di Toby: un Ferragosto veramente speciale

46 Buone vacanze

47 Felice Anno Nuovo!

48 Via Francisca del Lucomagno: un cammino in fondo, è come la vita

49 Ciò di cui hai bisogno

50 F come fichi F come frustrazione

51 Diario di bordo di un piccolo uomo di mare

52 Il melograno responsabile

53 This is us – Questi siamo noi

54 Plastic free

55 La famiglia che vorrei

56 I nonni di ieri, oggi, domani

57 Squadra che vince

58 Le banane virtuose

59 Qui e ora

60 L come lutto L come libro

61 Il tesoro del campo

62 Regala una poesia

63 La mia storia con Claudio Baglioni

64 Il risotto arrabbiato

65 La fortuna un po’ come la luna

66 25 Novembre: giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne

67 La felicità altrove

68 Un cero per la mia amica Irene

69 Persona di cuore

70 La solitudine del limone

71 D come donna D come dignità

72 Il mandarancio geloso

73 Un blog per la risalita

74 La crostata esagerata

75 Vigilia con sorpresa

76 La memoria del cuore

77 I tortellini di Natale

78 Greenway del lago di Como 29 Dicembre – save the date

79 Natale a rovescio

80 Buon Natale

81 Comodamentesedute il 1° raduno: ciclopedonale dei laghi di Garlate e Olginate

82 Ostinata speranza

83 E’ il pensiero che conta

84 Tutto in un giorno

85 Donne al volante

86 Cuori di donne

87 Un abbraccio consolante

88 Quell’attimo perfetto

89 La scatola furba

90 Chi fermerà la musica

91 I calzini rispettosi

92 Il segreto di nonna Aldina capitolo 1

93 La piccola parte del colibrì

94 Il segreto di nonna Aldina capitolo 2

95 La patata accomodante

96 Il segreto di nonna Aldina capitolo 3

97 La primula intraprendente

98 Il segreto di nonna Aldina capitolo 4

99 Tutti i colori del mondo

100 Il segreto di nonna Aldina capitolo 5

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 5

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

I colpi al portone mi hanno svegliata all’improvviso.

C’è un tale silenzio dentro il convento, che qualunque rumore anche se molto distante dalle camere, si sente forte e chiaro.

“Che diamine sta succedendo?” mi sono chiesta nel tentativo di infilarmi le pantofole e gettarmi addosso la vestaglia di flanella, mentre un vago senso di vertigine mi coglieva all’improvviso.

Ho aperto la porta della camera e in corridoio ho visto passare di fretta la Madre Superiora seguita da suor Angelica, l’unica incaricata al colloquio con gli estranei.

“Che succede Reverenda Madre?” ho chiesto preoccupata.

Mi ha risposto senza fermarsi, la voce bassa e roca di chi è stato svegliato nel cuore della notte, il velo calcato in testa in qualche modo.

“Ancora non lo sappiamo suor Aldina, ma qualcuno sta chiedendo aiuto ed è nostro dovere aprire il portone. Rientra nella tua camera per favore e non uscire più.”

Ho lasciato che mi superassero e poi le ho seguite in silenzio pensando vagamente al nuovo peccato che avrei avuto da raccontare la prossima settimana al confessore.

Mi sono fermata dietro uno dei grandi pilastri che si trovano nell’ingresso austero e lugubre del convento e ho ascoltato.

Suor Angelica apre prima la finestrella per vedere guardinga chi sta disturbando la tranquilla notte di un convento di suore.

“Chi siete? Cosa volete?”

Una giovane voce di donna implora aiuto e pietà, continua a gridare frasi senza senso e racconta di un uomo che vuol farle del male.

Mentre un brivido inaspettato mi percorre la schiena, vedo le due suore scambiarsi uno sguardo di assenso e aprire la porta.

E poi la vedo.

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Tutti i colori del mondo

Non ho mai amato granché il carnevale e l’ultimo dei miei pensieri era quello di parlarne dentro il mio blog.

Però, questa settimana sono accadute delle cose che mi hanno fatto cambiare idea, ma soprattutto mi hanno fatto accostare il carnevale ai colori ed è qualcosa che mi è piaciuto molto fare.

E naturalmente non vedevo l’ora di raccontarvelo.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 4

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

ISABELLA

Corre a perdifiato nella notte, incurante dell’oscurità che pare volerla inghiottire, ad ogni respiro il fiato corto le esce dalla bocca formando dense nuvole di vapore caldo e una fitta intensa alla milza le rammenta di essere ancora viva, nonostante tutto.

Si passa le mani tra i capelli intrisi di umidità per allontanarli dagli occhi, poi si tocca il labbro inferiore e lo sente gonfio e tumefatto, segno tangibile che quello che sta vivendo non è un incubo, ma la più terrificante delle realtà.

La borsa a tracolla batte ritmicamente sulla coscia destra, come a scandire il tempo e i piedi sembrano affondare ad ogni passo nel terreno sconnesso e cedevole.

Giunge davanti ad un bivio  e si costringe a fermarsi un istante, si  piega  leggermente in avanti, poggia le mani sulle ginocchia nel tentativo di riempire i polmoni d’ossigeno, poi si guarda furtivamente alle spalle e riprende a correre proseguendo verso destra.

“Dove accidenti mi trovo?” pensa.

Uscendo di casa poche ore prima, si era diretta alla fermata degli autobus, troppo sconvolta per poter guidare, e aveva acquistato un biglietto per la destinazione più lontana.

Dopo due ore di viaggio, era scesa e senza esitare aveva cominciato a correre, convinta che presto lui si sarebbe svegliato e l’avrebbe cercata fino in capo al mondo.

“Stavolta non torno indietro” pensa tra sé “ ho ventanni maledizione se voglio posso continuare a correre per ore, non lascerò che mi riporti con sé, non questa volta”.

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La primula intraprendente

E’ accaduto durante una delle passeggiate che faccio quotidianamente con il mio cane.

Una mattina in cui mi sono presa il tempo di guardarmi intorno e godere della bellezza di questa timidissima primavera che tenta di arrivare, le ho viste.

Bellissime e audaci.

Hanno bucato con ostinazione il duro terreno che l’inverno ha congelato e con tutta la loro forza sono fiorite.

Mai sole, sempre in piccoli gruppi sfidando pur nella loro delicata fragilità i rigori invernali in un periodo in cui ancora tutto è morto.

Sto parlando delle primule naturalmente, uno dei fiori che amo in assoluto non fosse altro che per il loro coraggio e la loro intraprendenza nell’affacciarsi prima di tutte le altre piante.

Ed è stata proprio la loro intraprendenza a farmi riflettere.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 3

Capitolo 1

Capitolo 2

ALDINA

Stamattina quando ho aperto gli occhi, ho creduto per un momento di stare ancora nel mio letto, nella casa di via Ripesecche. Mi pareva quasi di sentire mia madre in cucina che preparava la colazione.

Il profumo del caffè mi solleticava le narici e lei non aveva mai bisogno di venire a svegliarmi, perché bastava quell’aroma a farmi saltare giù dal letto.

Le mattine in cui faticavo ad alzarmi, facevo un gioco, mi sforzavo di trovare qualcosa di buono nella giornata che mi attendeva e che mi avrebbe dato la forza per affrontare tutto il resto.

Quando ho compreso che il letto nel quale stavo distesa stamattina, era lo stesso del giorno prima e del giorno prima ancora, e le pareti spoglie che mi circondavano erano quelle della mia piccola camera in convento, ho richiuso gli occhi e ho tentato disperatamente di fare di nuovo quel gioco.

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La patata accomodante

Se c’è un menù che accontenta veramente tutta la famiglia e non stanca mai, sono i petti di pollo impanati con le patate. Io per prima li adoro. 😋😋

Sì lo so, non rientra certamente nell’elenco dei cibi più sani, ma quando vedo i miei figli fare ritorno a casa reduci da una giornata faticosa, non posso fare a meno di accontentarli, perché se lo stomaco è soddisfatto, migliora anche l’umore.

Comunque dicevamo, le patate.

Qualche volta cedo alla tentazione di friggerle, ma ultimamente devo dire che ho trovato una ricetta alternativa veramente sorprendente che vi giro al volo.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 2

ALDINA

L’antico convento di clausura sorge sopra una piccola altura in fondo al paese.

Esiste da sempre. Ricordo che fin da piccola, quando uscivo la sera con le amiche per una passeggiata, la meta era sempre la medesima.

“Ma’, arriviamo al convento e poi torniamo”.

Eravamo in quattro: Aldina, Santina, Elisabetta e Mariapia.

Quanti sogni abbiamo condiviso lungo quelle camminate, avevamo 15 anni e il cuore pieno zeppo di speranza.

“Ma voi lo volete un marito raga’? Io c’ho un po’ paura se ci penso” diceva Santina la più fifona, lei aveva paura di tutto perché era cresciuta con un papà che alzava sempre la voce e ogni volta il cuore pareva esploderle nel petto dalla paura.

“E dove vuoi finire sennò Santì? Io me lo sogno di notte il matrimonio con l’abito bianco.” rispondeva Mariapia la sfrontata, che non vedeva l’ora di andarsene di casa perché aveva cinque fratelli maschi tutti da servire e non gliela faceva più.

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La piccola parte del colibrì

Una delle prime lezioni importanti che ho imparato da quando sono diventata Consigliera è che un’Amministrazione comunale che si rispetti deve avere a cuore più di ogni altra cosa il benessere dei suoi cittadini.

E non mi riferisco soltanto alle decisioni importanti che vengono prese quotidianamente, ma soprattutto a quelle piccole ma significative azioni che rendono il nostro paese più accogliente e le persone che vi abitano più serene.

In modo particolare mi riferisco a un disagio che da tempo sta generando insofferenza e anche un po’ di rabbia in molti cittadini (me compresa😤😤) e sto parlando della spinosa questione delle deiezioni canine.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 1

Diversi anni fa ho frequentato un corso di scrittura creativa durante il quale ci era stata offerta l’opportunità di scrivere una storia. La storia di nonna Aldina ce l’avevo in cuore da molti anni, ma mancava sempre l’occasione giusta per raccontarla. Quando però ho iniziato a trasformarla in parole, quando i personaggi hanno cominciato a prendere vita attraverso la mia penna, ho capito che non c’era niente di più meraviglioso di questo. E’ rimasta nel cassetto per molto tempo e oggi ho deciso di fare ciò per cui le storie sono nate, condividerla. Ogni settimana attraverso le pagine del mio blog, ne pubblicherò un capitolo. Spero che l’amerete, come l’ho amata io. E aspetto fiduciosa come sempre i vostri commenti.
Buona lettura

MIRANDA

Miranda spostò i pesanti tendaggi verde scuro, guardò fuori dalla finestra e si accorse che si era fatto buio. Aveva perso completamente la cognizione del tempo. Erano ore che girovagava per le stanze di quella casa troppo grande, accarezzando mobili e cuscini, posando lo sguardo sui quadri pregiati, le suppellettili impolverate, i tappeti consumati da tutti quei passi che li avevano calpestati.

Dio che fatica entrare in una casa senza vita, una casa così intrisa di ricordi da rischiare di rimanerne soffocati.

Ci era cresciuta in quella casa, conosceva ogni angolo, ogni nascondiglio, ogni fessura, distingueva dallo scricchiolio delle scale di legno, il passo di chi le saliva e le scendeva: la nonna, il nonno, la Elvira, fidata governante di una intera vita.

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I calzini rispettosi

Prima di scoprire l’esistenza di una Giornata dedicata a loro, la questione calzini spaiati in casa nostra è sempre stato piuttosto spinosa🙄🙄.
Ogni volta che qualcuno puntualmente si ritrovava con un calzino senza compagno, scatenava la caccia al colpevole: la mamma che li aveva persi durante il lavaggio, i figli e il loro perenne disordine, o addirittura la casa che, nonostante il famoso proverbio “Nasconde ma non ruba”, in realtà, li nascondeva talmente bene che alla fine, ci toccava rassegnarci tutti quanti a non rivederli più.🙈🙈

E’ nato così il cassetto dei calzini solitari.

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Chi fermerà la musica?

I CONTENUTI DEL MIO BLOG: CONCORSI LETTERARI

Concorso 88.00 YOWRAS Editrice

Gennaio 2017

Dedicato a chi non si perde la settimana del Festival di Sanremo cadesse il mondo, e soprattutto a chi coglie l’occasione per stare con gli amici e guarire ferite dolorose, perché la leggerezza di una canzone, è sempre un balsamo per il cuore

CHI FERMERA’ LA MUSICA

Può finire una storia perfetta?

Certo che no, anzi, essendo per definizione perfetta, mi aspettavo che durasse per sempre. Per questo continuo a domandarmi perché te ne sei andata. Mi guardo allo specchio e l’immagine che mi rimanda è quella di un uomo incredulo, che non si capacita di ciò che gli è accaduto. Com’è che qualcuno che ti aveva fatto scoprire di avere un cuore, poi di colpo te l’ha spaccato in due senza troppe spiegazioni? 

Com’è possibile svegliarsi una mattina qualunque, fatta di quella faticosa ma confortevole quotidianità che da un senso anche alle giornate più grigie, e giungere a sera di quello stesso giorno, con il respiro corto per l’angoscia, e la gola chiusa per il dolore?

Come si fa a non morire d’amore?

Io non ce la faccio giuro.

Tre anni d’amore, una seria intenzione di cominciare una convivenza, parole una sopra all’altra, sussurrate nella notte, rubate al telefono, chattate in conversazioni on line, urlate nei momenti di rabbia, parole importanti come futuro, figli, per sempre. Parole che hanno costruito una pira e poi, hanno preso fuoco in un istante, incenerendo i miei giorni. Com’è possibile che io non abbia mai colto nessun segnale, che non abbia capito che qualcosa non andava.

Ti ho trascurata?

Forse il declino è cominciato quando ho dimenticato il nostro anniversario. Maledetto quel giorno che non mi ha acceso una luce nella mente, che non mi ha portato davanti a un fiorista o una pasticceria.

Dici che non c’è un altro, che semplicemente l’amore finisce e bisogna farsene una ragione. Ma se l’amore finisce soltanto per metà, la metà che rimane come fa ad andare avanti?

Il suono del campanello mi distoglie per un momento dai pensieri cupi che in questi giorni mi tormentano. Apro la porta e vedo una confezione di sei bottiglie di birra che ondeggia davanti ai miei occhi.

“Amico? Sei pronto? Sono un po’ in anticipo ma mi son detto scambiamo due parole che diamine, ormai ti vedo sempre meno preso come sei… Ehi che accidenti hai combinato? Cos’è quella faccia?”

So cosa vede Rodolfo, mio vecchio amico fin dai tempi dell’università: sono tre giorni che non esco di casa, ho la barba lunga e gli occhi iniettati di sangue per le continue notti insonni.

Mi passo una mano tra i capelli sporchi e lo guardo tristemente.

“Silvia mi ha lasciato”.

Nonostante sia uomo di mondo, che non si lascia scalfire da nulla, prima di tirare fuori la sua battuta immediata, io che lo conosco bene, riesco a leggere nei suoi occhi una punta di incredulità. “Ti sembra il caso di ridurti così per colpa di una donna? Dico ma ti sei visto? Sembri Chewbecca di Star Wars!”.
“Rudy sto a pezzi non puoi immaginare, ero sicuro che l’avrei sposata, ci avevo creduto davvero che era la donna della mia vita”.
Mi vergogno a dirlo ma mi sale un groppo in gola mentre gli dico queste cose.
“Aaahhhh storie, non esiste l’amore eterno, dai retta a me. Vedrai che cinque serate di festival di Sanremo e della buona birra ti faranno cambiare idea” risponde facendomi l’occhiolino.
“Il Festival? No Rudy me ne ero completamente dimenticato, proprio stasera non ne ho voglia…” Naturalmente non mi ascolta nemmeno e si dirige in salotto per accendere la tivù. Il Festival di Sanremo, è un rito dai tempi dell’università, cadesse il mondo ci troviamo a guardarlo ogni anno, tutta la settimana, ogni santa sera. Non so come ho potuto dimenticarlo. Si vede che proprio non ci sono con la testa. Tanto vale che mi sieda, so che non cambierà idea.
“Non crederai di sederti vicino a me conciato in quel modo? Sai cosa facciamo? Adesso tu ti infili sotto la doccia e ci rimani per lungo tempo, ti radi quella barba da clochard, io nel frattempo do una sistemata a questo casino di casa, preparo due panini sperando che il tuo frigo non sia come il tuo stomaco e poi ci mettiamo sul divano e vedrai che andrà tutto bene”.
Andrà tutto bene. E’ la frase della speranza che ci ripetiamo sempre quando qualcosa non va, un esame andato male, un colloquio di lavoro, un amore finito. Sospiro e mi infilo in bagno. Quando ne esco in effetti mi sento meglio e sentendo il profumo che aleggia per la casa, direi che ho quasi fame .
“Di panini nemmeno l’ombra, ho rimediato due spaghetti al sugo”.

Poi ha inizio la kermesse musicale.

Io amo la musica in generale, ma per quella italiana ho una vera passione, e stasera, da Enrico Ruggeri, agli Stadio, da Patty Pravo a Noemi, mi lascio trasportare cercando di non pensare a quanto schifo faccia la mia vita in questo momento.

“Chi fermerà la musica?” cantavano i Pooh e quanta ragione avevano.

Io con la musica ho riso, pianto, ballato, incontrato e perduto amici e amori. Sono nato con la generazione di Baglioni, Battisti, De Gregori, Bennato e ogni momento importante della mia vita è stato segnato da una canzone. E’ stato suonando la Canzone del sole durante l’ora di musica alle medie che ho fatto innamorare una compagna di scuola.

A Rimini durante la prima vera vacanza della mia vita, mi sono perdutamente innamorato, e  c’erano le parole di “Questo piccolo grande amore” a suggellare quel momento.

Ho dedicato A te di Jovanotti a Silvia dopo soli tre giorni che stavamo insieme.

Non sono mai stato un grande poeta, ma i cantautori mi hanno sempre aiutato a trovare le parole adatte per esprimere uno stato d’animo.

Quando è morto mio padre, un’amica mi ha fatto scoprire Viaggio con te della Pausini “E così sempre di più somiglio a te, nei tuoi sorrisi e nelle lacrime
Ho imparato il tuo coraggio, e ho imparato ad amare e credere”
e l’ho ascoltata fino alla nausea trovandoci un grande conforto.

Siamo rimasti in silenzio per un bel po’, Rudy e io, ma quando Elton John ha attaccato con Your song, è stata una liberazione: abbiamo cominciato a cantare a squarciagola, incuranti dell’ora ormai tarda. Mi è sembrato di poter buttare fuori tutta l’amarezza e la delusione per un amore che sembrava destinato per sempre.

Quasi non sento nemmeno il suono del campanello.

Apro la porta e mi trovo davanti una giovane donna che ha un aspetto familiare.

“Senti io abito da poche settimane sopra il tuo appartamento, mi spiace disturbarti, ma ho una bimba di due anni che sta dormendo, quindi ti pregherei di abbassare il volume della tivù se possibile”.

Oddio che imbarazzo, ecco chi è: la mia vicina di casa.

“Ah scusami scusami tanto , io e il mio amico ci siamo lasciati sopraffare dall’emozione. Ora abbasso subito. Scusami anche con tuo marito.

“Un marito non ce l’ho, ma grazie lo stesso”.

Rimango di sasso. Torno da Rudy ma è troppo preso dalla musica per darmi retta. Quando Rudy se ne va, mi pare di buonumore.

“Giacomo, dì la verità, che stai meglio. Cosa dici ci rivediamo domani?”

“Perché mi sento molto ricco e
molto meno infelice
e vedo anche quando c’e’ poca luce
con un amico in più
con il mio amico in più”

Rudy mi fa pensare a Cocciante, a quella canzone sull’amico che stasera calza a pennello su quest’uomo barbuto e capellone, che lo so, per me ci sarà sempre.

“A domani amico”.

Mi addormento stranamente sereno e non mi esce dalla mente la vicina di casa. La mattina dopo incuriosito mi fermo dalla portinaia per indagare. Scopro che vive sola con la bambina, è molto riservata.

Decido di farmi perdonare. Prima che arrivi Rudy salgo al piano di sopra e suono il campanello. Quando apre la porta, ha in braccio una splendida bimba con dei capelli rosso fuoco. Anche la mamma è carina, non me ne ero accorto. Le do i pasticcini e mi scuso di nuovo, poi mi presento.

“Nessun problema, io mi chiamo Clara, scusami tu ma faccio una fatica ad addormentarla e temevo che si svegliasse”.

Scopro che anche a lei piace Sanremo e la invito una di queste sere, a raggiungerci, pur sapendo che non sarà tanto fattibile la cosa. Scendo le scale e mi sento stranamente leggero. Sera dopo sera, avviene il cambiamento.

Il cuore è sempre a pezzi, ma lentamente mi torna la voglia di andare avanti. Ricorderò questo Sanremo come quello della rinascita. Rudy mi guarda di traverso capisco che ha capito che non morirò d’amore nemmeno questa volta.

Che non si muore per amore,
è una gran bella verità

Battisti docet.

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La scatola furba

Già immagino i vostri sorrisi alla vista di questa foto.

Ebbene sì, amo questi Butter cookies danesi e non perdo occasione di tanto in tanto di acquistarli.

Quando li metto in tavola durante il tè pomeridiano si presentano con eleganza dentro la loro bella scatola blu, sono buonissimi e fanno fare sempre bella figura anche con gli ospiti che qualche volta aprendola, si stupiscono di trovarvi biscotti anziché ago e filo😂😂.

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Quell’attimo perfetto

pubblicata su Confidenze n. 7 Febbraio 2021

Guardo fuori dalla finestra dell’ospedale e vedo l’inverno arrivare.

Mi chiamo Fabiana e questo è il terzo inverno per me qui a Dublino. Ricordo la prima impressione che mi ha fatto quando sono arrivata: non era certo la città che mi aspettavo, molto piccola rispetto ad altre metropoli, ma con una concentrazione di problemi da far paura: alcolismo, abuso di sostanze stupefacenti, depressione.

Avevo 25 anni e per me che arrivavo da un piccolo paese della Brianza, nata e cresciuta in una famiglia di solidi principi dove al primo posto ci sono sempre stati valori importanti come amore, fede, e senso del dovere, è stata dura affrontare questa realtà.

Ma non potevo più rimanere a casa, sono un’ostetrica e in Italia trovare lavoro per me era diventato troppo difficile.

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Un abbraccio consolante

Ho scoperto che questa settimana ci sono state due ricorrenze importanti.
La prima, il 17 Gennaio, è denominata Blue Monday.

Il terzo lunedì di gennaio infatti è considerato il giorno più triste dell’anno a causa (secondo lo psicologo inglese Cliff Arnall dell’Università di Cardiff) del freddo, delle poche ore di luce, e della distanza che ci separa dalle prossime feste. Tutto ciò ci fa sentire stanchi, incapaci e poco entusiasti.

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Cuori di donne

Non è la prima volta che vi parlo di serie TV.

Ma forse è la prima volta che vi racconto perché ne guardo in continuazione.

I primi tempi in cui mi sono ritrovata sola dopo la morte di mio marito, quando arrivava il momento di andare a dormire senza di lui, mi prendeva una leggera ansia che mi faceva vivere quel momento con preoccupazione.

Allora mi ero ricordata di quanto mi piacesse guardarle in sua compagnia e così ho deciso di continuare a fare.

Ogni volta che la sera mi concedo una puntata o due a seconda della stanchezza, mi prendo una pausa dalla vita e il peso del mondo si fa più leggero.

Ne ho guardate veramente tante, ma ogni tanto, quando ne trovo qualcuna che mi piace particolarmente, la racconto qui nel mio blog.

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Donne al volante

Forse è il pensiero che la mia diciottenne si sta apprestando fin troppo velocemente a raggiungere il traguardo della patente, oppure il semplice fatto che durante quest’ultima settimana mi è capitato di percorrere tragitti in auto più lunghi del solito.

Non lo so.

Quello che so è che in questi giorni continuavo a pensare a quell’antico ma discriminante proverbio “Donne al volante pericolo costante” e non riuscivo a togliermelo dalla testa.

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Tutto in un giorno

I CONTENUTI DEL MIO BLOG: CONCORSI LETTERARI

Concorso letterario “Tuttiscrittori” Coarezza
Giugno 2017
Quarta classificata

Sono sotto le coperte da ore, ma di prendere sonno non se ne parla proprio. Continuo a ripercorrere questa giornata che non dimenticherò mai e non sarò la sola, la ripercorro come un film, avanti e indietro senza stancarmi, senza fermarmi, senza capire, a dirla tutta.

Ma io la voglio raccontare, per me stessa innanzitutto, per aiutarmi a fare chiarezza, e per non dimenticare, che anch’io sono una persona speciale.

Sono nata all’ombra di mia sorella, sei anni dopo di lei, quando nessuno più mi aspettava. Celeste con gli occhi azzurri più belli del mondo, cominciava la scuola, i miei genitori che gestiscono un bar, finalmente uscivano da notti insonni e pannolini sporchi e ricominciavano a fare ciò che hanno sempre amato fare: lavorare. Ma io con prepotenza sono venuta al mondo ignara di quanto avrei dovuto faticare nella vita per brillare di luce che fosse soltanto mia. Celeste naturalmente era la figlia perfetta: bella ma di quella bellezza proprio che fa girare la testa ai ragazzi quando cammina per strada, brava, sempre la prima della classe, prima nello sport e con i ragazzi. Mai un grillo per la testa, mai un grattacapo.

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E’ il pensiero che conta

Mai come quest’anno in famiglia per quanto riguarda la scelta dei regali natalizi, abbiamo commesso errori clamorosi.

I giorni successivi al Natale c’è stata la corsa al reso e al cambio: Susanna ha ricevuto da parte mia delle scarpe che non erano proprio quelle che desiderava 🙄🙄, Sara con Fabrizio si è tanto impegnata per regalarmi un pile bellissimo (indumento che io adoro😍😍) ma sbagliando sia la taglia che il colore 😭😭, per non parlare dei regali che si sono scambiati tra fratello e sorelle: portachiavi, calze, libri, insomma un disastro.

Invece di essere riconoscenti e felici per i doni ricevuti eravamo tutti piuttosto delusi e scontenti.

Com’è possibile che persone che si conoscono da tutta la vita e si vogliono così bene, facciano tanta fatica a scegliere un regalo capace di soddisfare le aspettative reciproche?

Questa cosa mi ha fatto pensare un po’ al significato dello scambio dei doni natalizi che è iniziata con la nascita di Gesù ed in particolare con la visita dei Re Magi e dei doni che portarono: oro, incenso e mirra.

Insomma l’intento era quello di celebrare un momento di gioia, anche se purtroppo nel corso degli anni sappiamo bene quale caratteristica un po’ troppo consumistica ha preso questa bella usanza.
Però al di là del consumismo la gioia che si prova a donare e ricevere dovrebbe essere comunque autentica, a prescindere da ciò che riceviamo perché come si ripete sovente:

E’ il pensiero che conta

Di questa frase lungo gli anni abbiamo un po’ smarrito il significato secondo me.
Se ripenso ai Natali della mia giovinezza, ricordo che scegliere un regalo per le persone a me care, non era fonte di ansia e indecisione e soprattutto non vivevo la preoccupazione di trovare ad ogni costo qualcosa di utile che potesse soddisfare i gusti e le necessità di chi l’avrebbe ricevuto.

Quando trovavo qualcosa di bello mi domandavo: a chi potrei regalarlo? E poi lo accompagnavo con un bel biglietto nel quale magari raccontavo la storia della mia scelta augurandomi che potesse piacere.
E nessuno ci rimaneva male.

Perché la magia di un regalo sta tutta racchiusa lì: nella gioia di sapere che qualcuno ti ha pensato e te lo dimostra con un piccolo gesto concreto.

E non importa cosa ne farai di quel regalo: potrai riciclarlo senza sentirti in colpa come si riciclano abiti, libri, carta e penne, oppure dimenticarlo in un angolo, o dedicargli uno spazio speciale in qualche angolo della casa: ma l’emozione di riceverlo e sentirti amata, non la dimenticherai per il resto della tua vita

I doni non sono mai sbagliati, nemmeno quando ci deludono, ma è necessario che impariamo ad andare oltre, a leggere l’affetto di chi ce lo regala, che non sempre va di pari passo con la conoscenza dei nostri gusti, ma questa credetemi, è veramente tutta un’altra storia, di poca importanza.

E a proposito di regali natalizi prima di salutarvi voglio raccontarvi di un regalo molto carino che mi è arrivato da Alessandra, mia nipote.

Questo vaso contiene una miscela di farina, zucchero e non so cos’altro, per realizzare biscotti natalizi 😋😋

Stamattina forse un po’ nostalgica per la fine delle vacanze ho provato a realizzarli.

Ho aggiunto 100 g di burro, un uovo, ho impastato, ricavato biscotti con l’aiuto di alcune formine che avevo in casa, e infornato a 180 gradi per 15 minuti.

Guardate che meraviglia 😊😊

Potrebbe essere un’idea per i vostri regali di Natale cosa ne dite?

In casa si è subito sprigionato un fragrante profumo di cannella e mentre ne assaggiavo uno, ho salutato con un po’ di malinconia, il secondo Natale della mia vita senza mio marito.

Il tuo cuore lo porto con me.
Lo porto nel mio
Non me ne divido mai.


Edward Estlin Cummings

Vi auguro una buona domenica e se anche voi come me state già pensando al prossimo Natale (io vorrei tanto andare a New York e voi?), vi mando un abbraccio solidale 🥰🥰.

E non dimenticate di condividere questo articolo, se vi è piaciuto naturalmente 😉

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Ostinata speranza

Era da tempo che desideravo tornare a scrivere della mia amica Irene dentro questo blog.

Ma aspettavo il giorno buono, il giorno della risalita, quello in cui avrei annunciato con gioia che stava meglio, che si cominciava a intravedere la luce in fondo al tunnel, e che vi ringraziava tutti di cuore per i vostri pensieri, i vostri ceri, il vostro affetto.

Ma quel giorno tarda ad arrivare purtroppo e il doloroso, lento, lungo calvario che sta percorrendo la mia amica pare non avere fine.

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Comodamentesedute il 1°raduno: La ciclopedonale dei laghi di Garlate e Olginate

Metti una fredda giornata di fine Dicembre, con un cielo inaspettatamente terso, una piacevole aria frizzante e tanta voglia di camminare.

Aggiungi un pizzico di curiosità, perché stiamo pur sempre parlando di un’iniziativa mai sperimentata prima, un filo di delusione, dovuto a un cambio di repentino di itinerario (la Greenway di Como è soltanto rimandata 😉😉) a causa del Covid, una buona dose di emozione, perché le cose belle fanno anche questo effetto.

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