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Piccoli traguardi crescono

Nessuna impresa è impossibile se pensi che ne valga la pena.

La scorsa settimana mia sorella Tiziana (gattara nel cuore come me  😻  😻 )ha filmato un coraggioso ragazzo mentre portava in salvo un gatto che audacemente si era arrampicato su un albero dal quale però non era più riuscito a scendere.

Ve lo mostro perché è bellissimo, fin quasi commovente.

Il desiderio di misurarsi con i suoi limiti e il tentativo di oltrepassarli gli ha fatto dimenticare le conseguenze che quel gesto avrebbe portato.

Chissà come si sarà sentito fiero di se stesso una volta arrivato in cima, poco prima che la paura lo bloccasse impedendogli di scendere.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene per fortuna.

Questa vicenda mi ha fatto pensare a un libro che avevo letto qualche mese fa PER DIECI MINUTI  della bravissima Chiara Gamberale, scrittrice che io amo molto per la sua capacità di raccontare le storie attingendo dalla sua esperienza personale e arrivando dritta al cuore dei lettori.

La trama è semplice: la trentaseienne Chiara chiude la sua relazione con il marito dopo dieci anni di matrimonio e va in crisi, faticando a trovare una nuova ragione per andare avanti.

L’originalità del contenuto consiste nella proposta che le fa la psicologa alla quale lei si rivolge per farsi aiutare a uscire da questo momento faticoso: tutti i giorni, per un mese dovrà  fare una cosa nuova mai fatta prima, per almeno dieci minuti, per uscire dagli schemi abitudinari, per ritrovare la voglia di vivere, smettere di avere paura e  rimettersi in gioco abbandonandosi al nuovo 😳 .

Quando avevo letto questo libro, ricordo che la faccenda dei dieci minuti mi aveva provocato a tal punto da desiderare di impegnarmi a fare qualcosa che potesse sorprendere gli altri ma soprattutto me stessa.

Perché ogni giorno mi ritrovo a fare i conti con limiti che mi sfidano e chiedono di essere oltrepassati e non sempre ci riesco per mille ragioni, tra le quali la paura di commettere errori, di fallire e soprattutto di non riuscire a sopportare il peso del fallimento.

Così ci avevo provato e mi ero posta obiettivi semplici e alla mia portata per vedere un po’ l’effetto che questa cosa avrebbe avuto su di me.

Volevo imparare a fare benzina a un self service, cosa che ho sempre detestato fare ma che vivevo come un limite alla mia autonomia.

Volevo tranquillizzare mio marito dimostrandogli che ero capace di svolgere attività che di solito competevano a lui ma che purtroppo non era più in grado di svolgere e così ho imparato a imbiancare, a montare mobili dell’Ikea, a guidare la sua auto con il cambio automatico, a occuparmi del giardino.

Sono trascorsi diversi mesi da allora e oggi pensandoci, mi ritrovo con altri traguardi da superare, perché non c’è mai fine al desiderio di misurare le nostre capacità cimentandoci in qualcosa di nuovo, perché è da lì che tiriamo fuori la forza e l’entusiasmo di camminare dentro questa vita. Ogni conquista ci porta un po’più in là e ci permette di volerci un po’ più bene.

Attualmente mi sto impegnando a superare due limiti: ricominciare ad andare a fare la spesa al supermercato vincendo il timore di incontrare sguardi compassionevoli che mi rendano più vulnerabile di quanto non lo sia, ed entrare in una chiesa senza che il suono dell’organo mi scaraventi dentro un pozzo di ricordi capaci di spezzarmi il cuore.

Forse avrei bisogno di un po’ di quell’audacia che ha avuto il gattino arrampicandosi sull’albero senza pensare troppo a ciò che questo comporterebbe.

E ora che vi ho confidato i traguardi che vorrei raggiungere cosa ne direste di condividere i vostri? Potremmo stringere una sorta di alleanza nella quale sostenerci reciprocamente e poi raccontarci come è andata, diciamo tra un mese.

Con chi o con cosa vorreste confrontarvi, mettere in atto un cambiamento, quale limite vorreste provare a superare?  E cosa vi spaventa al pensiero di farlo?

Aspetto le vostre storie e se ne avete, anche i vostri suggerimenti per aiutarmi a superare i miei.

Ah, volevo anche dirvi che il gattino sta bene  😊 

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La piadina indignata

A casa nostra la piadina una volta alla settimana non manca mai.

E’ un piatto unico che accontenta tutti, colora la giornata, e mette di buonumore.

Di solito noi la farciamo con affettato a scelta, mozzarella o squacquerone, pomodori, insalata e a chi piace, un po’ di maionese.

Quando ho voglia di sorprendere i miei figli però, cambio ripieno e ne preparo uno speciale che ho elaborato traendo spunto come sempre da altre ricette.

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Mariolina senza cuore

I CONTENUTI DEL MIO BLOG: CONCORSI LETTERARI

PREMIO LETTERATURA D’AMORE XXI EDIZIONE
CENTRO STUDI CULTURA E SOCIETA’ TORINO
SEGNALAZIONE DI MERITO – GIUGNO 2012

La chiamavano Mariolina Senza Cuore, ma lei un cuore l’aveva, eccome se l’aveva, soltanto che aveva smesso di battere tanti anni fa, quando il suo fidanzato non aveva più fatto ritorno dalla guerra.

La vita di Mariolina non era stata vita facile.

Settima di nove figli, a dieci anni partiva prima dell’alba per andare al pascolo a mungere le mucche e poi fare ritorno con il bidone pieno di latte caricato sulle spalle pesante come la sua vita.

I fratelli e le sorelle lavoravano, ma lei no, era andata a scuola dalle suore per due o tre anni, ma era stato così tanto tempo fa’ che nemmeno se lo ricordava come si faceva a leggere, scrivere e far di conto.

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Sensi di colpa vendesi

Avevamo ancora i figli piccoli quando mio marito una sera è tornato dall’ufficio con due piccole piante di castagno.

“Cosa ne facciamo?” avevo chiesto perplessa.

“Le piantiamo in giardino”.

Oggi quelle piccole piante sono diventati due alberi che in questo periodo traboccano di castagne che io amo, ma che ahimè nuocciono alla mia pancia e a quella dei miei familiari.

Eppure ogni anno la storia si ripete: le raccolgo, mi dico stavolta resisto e poi inevitabilmente le faccio lesse o caldarroste salvo poi annegare nei sensi di colpa quando tutti quanti, dopo averle mangiate, si lamentano.

A volte compiamo dei gesti sapendo che produrranno conseguenze spiacevoli, ma perseveriamo, chissà perché.

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Dove abita la malinconia

La malinconia è la gioia di essere tristi”.

Victor Hugo

Mi ero preparata con anticipo ad affrontare questa ricorrenza, convinta che se non mi fossi fatta prendere di sorpresa, non mi avrebbe rapita.

Avevo riempito con cura la giornata di tanti impegni, certa che sarei arrivata a sera incolume.

Ma non avevo tenuto conto di tante cose.

Credevo semplicemente che vivendo ai bordi del mio cuore, sarebbe bastato non aprirle la porta e tutto sarebbe andato bene. 

La malinconia è un sentimento che ci ricorda che ci manca qualcuno o qualcosa che abbiamo avuto il privilegio di avere e che ci ha fatto stare bene, ma che ora è perduto e non torna più.

Avevo un anniversario da attraversare, un anniversario di matrimonio lungo 30 anni che arrivava carico di ricordi e promesse e impegno, che poteva solo raccontare il passato, perché non conosceva né presente né futuro.

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Le melanzane permalose

Nella mia famiglia le melanzane sono sempre state piuttosto antipatiche a tutti, anche se non ne ho mai compreso a fondo la ragione.

Ogni volta che le portavo in tavola, tutti storcevano il naso, qualunque fosse la modalità di cottura con la quale le preparavo.

“Sono amare!”.

“Sono insipide!”.

“Sono mollicce!”.

Si lamentavano a turno tutti quanti e io mi sentivo la più inadeguata delle cuoche.

Sentendosi insultate le melanzane permalose si sono offese e io non sapevo più come uscire da questo pasticcio.

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Preziose cicatrici

L’altra sera, un po’ per stanchezza o forse per distrazione, come accade qualche volta in tutte le case, un ricordo di una zia a me molto caro mi è scivolato dalle mani e cadendo è andato in pezzi.

Mi dico sempre e lo ripeto anche ai miei figli che non dobbiamo rimanere legati alle cose materiali, che se qualcosa si rompe lo si getta via senza rimpianti, perché sono i ricordi custoditi nella nostra memoria che contano e sono i legami le cose belle di cui dobbiamo prenderci cura.

In realtà un po’ mi è dispiaciuto anche se ho cercato di non darlo a vedere. Poi mi è tornato alla mente un bellissimo articolo che mi aveva girato mio nipote Martino e che avevo letto di fretta.

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Ho avuto occhi anche per te

Pubblicato su Confidenze N. 10 Marzo 2015

Questa è la storia di una donna che ho il privilegio di avere per amica, una donna che ha tanto da insegnare a ciascuno di noi, perché ha fatto della sua vita un capolavoro di cui andare fiera.

Quarantanove anni fa, una coppia di sposi che vive a Milano, aspetta un bimbo. Sono giovani, lavorano sodo perché la vita costa cara, ma sono innamorati e certi che la forza del loro amore basterà per ogni cosa.

La casa è piccola, ma con entusiasmo ed emozione si dedicano ai preparativi della cameretta per il loro bimbo. Ancora non esistono strumenti sofisticati come l’ecografia, dunque non possono sapere che anziché un bimbo, ne sono in arrivo due.

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In compagnia del Piccolo Principe

La data riportata in prima pagina in calce al libro che custodisco gelosamente nella mia libreria  la dice lunga: 13 Novembre 1982.

Era la prima volta che leggevo questo piccolo prezioso libro. Avevo 16 anni e mi prese cuore e mente come mai mi era accaduto prima. La semplicità delle parole con le quali si raccontano contenuti profondi, rappresenta il punto di forza del Piccolo Principe  che ha venduto oltre 140 milione di copie e ancora oggi è considerato uno dei libri più letti nel mondo.

Lungo gli anni ogni volta che torno a leggerlo, l’effetto delle parole si modifica portando nuove riflessioni e nuove consapevolezze.

In questi primi giorni di autunno diversi da ogni altro vissuto fino ad ora, un pensiero mi ha spinto a riprenderlo in mano, quasi per farmi un piccolo regalo, come se il mio cuore chiedesse un po’ di bene.

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Camminare controvento

Che di amiche ne ho tante ormai l’avrete già capito da un pezzo.

Ciascuna a modo suo, è stata protagonista e testimone di tanti momenti della mia vita e mi ha insegnato qualcosa.

Da Flavia ad esempio ho imparato che non è vero che a noi donne mancano coraggio e tenacia, è solo che certi giorni finiscono talmente in fondo ai piedi che rischiamo di dimenticarli. Ma quando arriviamo a un passo dal toccare il fondo ci tornano alla mente ed è allora che ce li andiamo a riprendere, ce li carichiamo sulle spalle e ripartiamo.

Dal 2014 Flavia è affetta da distonia cervicale, un disturbo del movimento caratterizzato da contrazioni muscolari involontarie, che costringono alcune parti del corpo ad assumere posture o movimenti anormali e spesso dolorosi.

Per meglio conoscere questa malattia vi rimando al sito ufficiale.

Di Flavia voglio dirvi che dopo tanta fatica si è presa una grande rivincita, e oggi è Presidente dell’Associazione Italiana per la ricerca sulla distonia (ARD) che offre supporto a tutti coloro che soffrono di questa malattia e devono intraprendere il faticoso cammino di cura e di riconoscimento legale della propria condizione.

E proprio ieri 26 Settembre 2020 si è celebrata  la prima giornata nazionale della distonia durante la quale ho avuto l’onore di offrire il mio piccolo contributo.

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La gentilezza delle olive

Ci sono regali che accettiamo con il sorriso in volto e il dispiacere nel cuore.

Consapevoli di non poter offendere chi ce li dona, li accogliamo fingendo stupore e gioia.

Dico la verità, mi sono sentita un po’ così l’altro giorno quando una persona a me molto cara mi ha regalato due chili di olive verdi in salamoia.

E scrivendo queste parole ho già diviso i lettori di questo blog a metà.

Chi ama le olive avrà pensato: “Che meraviglia!”

Chi le detesta (come me) avrà riso dicendo: “E cosa ci farai con due chili di olive?”

Appunto.

Per due giorni non ho fatto altro che:

  1. regalarne a chiunque mi capitasse a tiro (ma si sa, le olive pur piacendo non sono come le ciliegie, non se ne possono certo regalare a cesti)
  2. Metterle regolarmente in tavola a ogni pranzo e cena nella speranza che i figli ne mangiassero almeno una mezza dozzina a testa.

Ma anche dopo aver messo in atto queste strategie, il livello del secchiello che le conteneva, non accennava a diminuire.

Poi è accaduta una cosa.

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Ali per volare, radici per tornare

Dona a chi ami ali per volare,
radici per tornare,
e motivi per restare.

Dalai Lama

Nei giorni scorsi Emanuela, un’altra delle mie preziose amiche, una di noi, combattente, tenace e tosta, ha lasciato un commento sulla mia pagina di facebook raccontandomi che il suo modo di mettere la vita in stand by consiste nel preparare torte.

Siccome non sono tipo da lasciarmi sfuggire ricette interessanti ( e questo l’avrete capito :)) le ho chiesto di inviarmi qualche bella ricetta e lei carinamente ha risposto all’invito.

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Insieme per costruire

Pubblicato su Confidenze N. 15 Aprile 2017

L’ago entra ed esce con regolarità dal tessuto, il filo lo segue docile e piano piano il ricamo prende forma.

Mi fermo un momento per sfregarmi gli occhi, ho passato la settantina da un pezzo e ricamare non è più così facile come una volta, ma non riesco a rinunciare a questa passione.

Ricamo da quando avevo sette anni, mi aveva insegnato la mia mamma con pazienza, perché ero una bambina ribelle desiderosa soltanto di correre a perdifiato nei campi di fronte a casa mia, piuttosto che stare seduta per ore a sforzarmi di non pungermi le dita.

Volevo essere libera come mio fratello, che è sempre stato il mio eroe.

E’ per lui che sto ricamando questa veste.

E’ un missionario e vive in Africa da quarant’anni ormai.

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Il giorno prima del primo giorno

Ce l’abbiamo tutti, adagiata in un angolo di cuore e di memoria, la nostalgia di quella sensazione a metà strada tra malinconia e dolcezza che fa capolino un po’ sorniona il giorno prima del primo giorno di scuola.

Ci ha tenuto compagnia per diversi anni della nostra vita.

La consapevolezza dolorosa dell’ultimo giorno di vacanza ci accompagnava inesorabile verso il primo giorno di scuola e non c’era modo di sottrarsi.

Come per tanti altri capitoli della nostra vita, anche in questo caso, l’unico modo per affrontarlo, era passarci attraverso.

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Guardare una serie TV ovvero mettere la vita in stand by

Esiste un momento nella giornata di una donna in cui emerge prepotente la necessità di prendersi una pausa da tutti i ruoli impegnativi che è chiamata a ricoprire di continuo con responsabilità e cura.

Un tempo in cui smettere di pensare a quanto ancora si sarebbe potuto fare avendo tempo, voglia ed energia per farlo e a ciò che inevitabilmente ci attende l’indomani.

Io lo definisco l’attimo in cui si mette in stand by la propria vita.

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RINCORRERE I BISOGNI (e rimanere senza fiato)

La prima volta che ho scritto dentro questo blog, l’ho fatto profondamente spinta dalla necessità di dare voce a una parola che noi donne fatichiamo a pronunciare.

Sto parlando dei nostri bisogni.

Cominciamo da qui, c’è scritto nella pagina iniziale.

Dai nostri bisogni che raccontano tante cose di noi, chi siamo, da dove veniamo dove siamo dirette  e soprattutto se stiamo bene dentro a dove siamo.

Ma se i nostri bisogni dicono così tanto di noi, perché tanta reticenza nel raccontarli?

Forse crediamo che a nessuno possano interessare?

Oppure temiamo che raccontandoli, vengano minimizzati, fraintesi, bistrattati?

I nostri bisogni inascoltati, mai narrati, soffocati e calpestati da quelli degli altri.

Chi vive accanto a noi li conosce? Li rispetta? Ne distingue il valore?

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BIJOUX MON AMOUR

Pubblicato su Confidenze N. 25 Giugno 2015

Ho sempre sentito dentro di me che non avrei mai dovuto accogliere animali nella mia casa, nella mia vita, soprattutto nel mio cuore. Eppure l’ho fatto più volte.

Come so che le caramelle rovinano i denti eppure le mangio, che il tiramisù fa ingrassare ma non ci rinuncerei mai, che l’acqua naturale è più sana di quella frizzante. La gente pensa che le persone che si trascinano dietro abitudini alimentari, di sonno o di vita scorrette, abbiano bisogno di essere rieducate. In realtà, la teoria la conoscono benissimo, ma la verità è che vogliono essere libere di commettere errori, perché dagli errori si imparano un sacco di cose e a volte è proprio grazie a loro che arrivano sorprese inaspettate nella nostra vita.

Quindi, perfettamente consapevole di tutto questo, ho accolto un cane, due gatti, una tartaruga, e persino due galline. Ho avuto anche un criceto per due anni e quando se ne è andato, in famiglia abbiamo pianto tutti e l’abbiamo sepolto  con dignità e dispiacere.

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LA SORELLANZA

“La sorellanza è un patto sociale, etico ed emotivo costruito tra donne. Prima di tutto è sapere che insieme si è più forti, che l’emancipazione è possibile solo creando forti alleanze, trattandosi come sorelle”.

Arriva da lontano questa parola magica che racconta della cura che le donne si prendono l’una dell’altra quando il vivere diventa impegnativo e la paura di non farcela spaventa e preoccupa un po’.

Custodisce la profonda, confortante certezza che non si è mai sole, soprattutto quando si ha il desiderio di cercare di raggiungere un obiettivo.

Non è soltanto un’occasione di chiacchiere e risate.

E’ molto di più.

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I CLUB SANDWICH: UN MISCUGLIO DI SAPORI COME LA VITA

Cucinare in questi giorni è una sfida che difficilmente riesco ad affrontare.

Dopo aver giocato più volte la carta del riso freddo, dell’insalatona, del prosciutto con melone, e del vitello tonnato, mi sono arresa e sconsolata ho chiesto ai miei figli:

“Cosa avreste voglia di mangiare?”

“Mamma è da una vita che non prepari i club sandwich”.

Che bellissima idea.

Ho pensato di proporvi la ricetta perché i club sandwich mettono davvero tutti d’accordo avendo al loro interno una tale varietà di ingredienti che difficilmente qualcuno potrebbe rimanere insoddisfatto.

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L’ESTATE CHE MI HA CAMBIATO LA VITA

Pubblicato su Confidenze N. 33 Agosto 2016

“L’estate sta finendo e un anno se ne va…” il tormentone dei Righeira che la mia generazione ben conosce, mi torna alla mente anche quest’anno, mentre scivolo nell’autunno che profuma di marmellata di fichi e castagne.

Ci sono vacanze che trascorriamo serenamente, mentre altre sono destinate a lasciare un segno, a cambiarci la vita, a ribaltare tante nostre priorità sulle quali avevamo costruito grandi progetti, o perlomeno, pensavamo di averlo fatto.

Tocco la mia pancia già ingrossata e sorrido. Riccardo nascerà a Novembre e io non vedo l’ora.

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DENTRO LA SCATOLA DI TICKET TO RIDE

Abbiamo aperto la scatola ieri sera ed era lì ad aspettarci, nascosto tra le carte, le pedine e il tabellone colorato.

Il rimpianto, una di quelle parole che nel nostro vocabolario non dovrebbe occupare alcun posto.

Adoperarsi lungo la vita per fare in modo di non avere rimpianti, dovrebbe essere uno degli obiettivi primari per il genere umano.

Il suo significato è semplice ma doloroso: ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, o di occasioni mancate.

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NATALE A FERRAGOSTO

Otto anni fa come oggi, perdevo la mia mamma. Ho già scritto di lei in questo blog e non voglio aggiungere altre parole.

Ma ho ritrovato una storia che avevo scritto proprio quell’anno, in occasione del primo Natale trascorso senza la sua presenza e ho deciso di condividerla con voi.

E’ dedicata a chi ha già attraversato questo dolore immenso e desidera ritrovare un po’ conforto.

A chi ha perduto il ruolo di figlia e darebbe chissà cosa per ritrovarlo almeno una volta, e a chi invece è ancora dentro a quel ruolo e fa una fatica immensa per rimanerci.

E’ dedicata a chi il giorno di Ferragosto pensa al Natale (e so che qualcuno lo fa).

E infine a chi mi legge con pazienza e affetto, rispettando il filo dei miei pensieri non sempre ordinati che vanno a finire dentro a questo blog.

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LE ASPETTATIVE DI UN GELATO

La mia amica Luisa la scorsa settimana mi ha inviato un video che spiega come fare un buon gelato in breve tempo senza gelatiera.

E’ un procedimento davvero semplice e l’unico ingrediente necessario è la frutta.

Eccolo qui

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MRS. DOUBTFIRE

Ci sono serate in cui si naviga, nostro malgrado, dentro la malinconia.

Complici una giornata uggiosa, un freddo da golfino che non ti aspettavi, un passato di verdura che lascia intravedere uno spiraglio di autunno e subito diventa impegnativo trovare motivo di buonumore.

Però ci si sforza.

A casa nostra esiste una regola non scritta ma ben collaudata: di fronte a una difficoltà di un membro della famiglia, scatta la gara al sorriso con una battuta, un ricordo, una frase che aiuti a venirne fuori in qualche modo.

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VOLEVO ESSERE FIGLIA UNICA

Pubblicato su Confidenze N. 24 giugno 2009

“Strani amori che fanno crescere e sorridere tra le lacrime…”

Sto cantando a squarciagola e sento la musica dentro ogni fibra del mio corpo. E’ il primo concerto della mia vita e Laura Pausini è lì, a pochi metri da me e ancora non mi sembra vero.

E’ stata una faticaccia arrivare fino a qui, ottenere il permesso da mia madre, convincerla, ma ne è valsa la pena. Questo è il giorno più bello della mia vita. Non ricordo nemmeno più da quando sono diventata fan di Laura.

Conosco tutte le sue canzoni a memoria ho tutti i suoi CD ma non ero mai stata ad un concerto. Però stavolta i miei non potevano certo negarmi il permesso. Non dopo quello che hanno combinato.

Ho 16 anni, sono figlia unica cresciuta tra le coccole dei miei genitori e dei miei nonni e la vita finora per me è stata solo un piacere. Questo fino a due mesi fa, quando il mondo mi è crollato addosso. Se ci penso mi prende ancora una rabbia che rischio di rovinarmi la serata.

“Greta papà e io dobbiamo parlarti di una cosa importante”.

Eravamo a tavola, me lo ricordo ancora, stavamo cenando con pizza e gelato, il mio menù preferito. Ho realizzato soltanto dopo che avevano organizzato tutto per bene.

“Che c’è?” Ho chiesto con la bocca piena di pizza al prosciutto.

“Sai quel viaggio che avevamo in mente di fare a Parigi?”

Altrochè se me lo ricordavo, erano mesi che lo stavamo programmando.

La mamma con aria finto contrita mi dice a bassa voce che probabilmente bisognerà rimandarlo, almeno per il momento.

“C’è qualche problema?” ho chiesto cercando di capire se fosse il caso di preoccuparsi.

Papà mi dice che la mamma sta poco bene, ma niente di cui preoccuparsi.

Ah bene faccio io poco convinta e rendendomi conto solo in quel momento di quanto fosse pallida e sbattuta da qualche tempo a questa parte.

“Cosa succede mamma?”

 “Niente tesoro, papà esagera come al solito. Il fatto è che… aspetto un bambino”.

Quanto ci mette un’espressione del tipo “ti cade il mondo addosso” a realizzarsi?

Ebbene ve lo dico io, meno di un istante.

“Stai scherzando vero?” ho chiesto con un filo di voce. “Cioè voglio dire, sei proprio sicura? Non si tratta di un ritardo mestruale o roba del genere per caso? Insomma hai 43 anni può succedere no?” ho chiesto mentre cercavo di far circolare un po’ di saliva nella mia bocca prosciugata.

Non dimenticherò mai l’espressione angelica con la quale lei ha preso la mano di mio padre e guardandomi mi ha risposto “ Greta tesoro, nessun ritardo te lo assicuro. Sono incinta di dodici settimane e anche se devo ammettere che tuo padre ed io abbiamo avuto un attimo di smarrimento iniziale, adesso siamo davvero felici”.

Oddio che schifo, ma vi prego!

“Dodici settimane? E cosa aspettavate a dirmelo?” ho chiesto alzando il tono di voce.

Mamma ha detto che volevano essere sicuri che tutto stesse procedendo per il meglio. La ricordo ancora la rabbia che mi ha investito in quel momento. Un fratello a 16 anni? Insomma io sono figlia unica da quando sono nata, nemmeno lo so cosa significa avere un fratello.

“Spero che tu sia felice almeno quanto noi tesoro” conclude papà vedendomi silenziosa.

La parte migliore di me mi aveva suggerito di tacere, ma vederli così beati nella loro felicità, mi ha dato sui nervi.

“Beh se devo essere sincera non è che la notizia mi faccia scoppiare di gioia…insomma, chi ci pensava più a un fratello, non eravamo già una famiglia? Che bisogno c’era…insomma?”

Da quel giorno la mia vita ha preso una piega tutt’altro che piacevole.

Il viaggio a Parigi è stato sospeso definitivamente. Mamma ha avuto problemi con la gravidanza e il ginecologo l’ha messa a riposo. Così adesso è a casa tutto il giorno e ha un sacco di tempo per controllarmi meglio. Se ne sta sempre sul divano a leggere riviste di neonati, guardare la tivù e stare al telefono con la nonna che non perde occasione per dirle quello che pensa.

Mia nonna è una persona speciale.

E anche lei si è dimostrata un po’ perplessa quando ha saputo dell’arrivo di un fratello, anzi di una sorella. Sì perché nel frattempo ho pure scoperto che si tratta di una sorella.

L’unico problema è che non ho ancora avuto il coraggio di dirlo ai miei amici, l’ho detto solo ad Alessandra.

“Si può sapere perché non lo dici a nessuno? Qual è il problema Greta? Si va beh tua madre è incinta e ha 43 anni, ma che diamine non era forse peggio se ti avesse detto che aveva una malattia grave?”

Ci ho pensato a questa possibilità. Ho cercato di pensarci fino a piangere al pensiero di perdere mia madre, ma mi è servito a ben poco.

“Tu non puoi capire. Non sai cosa significhi avere sotto gli occhi tua madre trasformarsi giorno dopo giorno. Si è comprata dei premaman all’ultima moda, si è iscritta a un corso di yoga, frequenta un corso di parto con mio padre, ma ti rendi conto? Dovrebbe…dovrebbe vergognarsi, rimanere chiusa in casa, non uscire, insomma, o accidenti a lei e a tutti i programmi che ha scombinato”.

Alessandra rimane in silenzio un attimo e mi fissa.

“Non è che per caso sei un po’ gelosa?”

La domanda mi fila dritta al cuore e un poco mi punge, ma appena appena.

“Non dire scemenze. Ho 16 anni, e non mi manca niente. Sto da dio, adesso poi che mi sono vista la Pausini dal vivo, non mi manca proprio niente. Certo sognavo quel viaggio a Parigi, è stato rimandato, pazienza. Adesso arriverà la scocciatrice e cercheremo di abituarci, ma no, non sono affatto gelosa”.

E poi che altro può scombinare un esserino grande come un peluche?

“Stai scherzando vero? Che significa che devo cedere la mia stanza da letto?

“Amore pensavamo di prepararti la mansarda potrai arredarla come vuoi sono sicura che di sopra ti troverai benissimo, nessuno ti disturberà”.

“Questo bambino sta rovinando un sacco di progetti. Stavamo così bene prima che arrivasse, che cavolo vi è saltato in mente? Il viaggio a Parigi annullato, le vacanze al mare a Settembre perché prima sarà troppo caldo, e adesso questa storia della camera da letto, insomma non vi sembra di esagerare?”

“Greta adesso mi sembra che sia tu quella che sta esagerando, tua madre voleva solo essere carina con te, pensando di darti la mansarda, avresti certamente più spazio…pensa alle notti in cui magari la piccolina si sveglierà piangendo per mangiare o per essere cambiata…”

Non so perché all’improvviso mi viene da piangere. Dio come sono stanca, come odio il mondo intero. Rivoglio la mia vita, rivoglio i miei genitori, rivoglio essere figlia unica. Li guardo e vedo due sconosciuti e mi sento disperatamente sola. Me ne vado di sopra senza aggiungere altro. Ho capito cosa devo fare. Prendo il telefono e chiamo la nonna.

“Nonna ciao sì sto bene, volevo chiederti se posso venire a stare da te per un po’, se non ti disturbo…”

La voce materna e amorevole della nonna mi fa salire le lacrime agli occhi.

Preparo il mio trolley e aspetto il nonno. Starò bene. Andrà tutto bene.

 “Greta? Ha chiamato papà, sono in ospedale, alla mamma si sono rotte le acque”.

“Ma non è presto?  E’ solo al settimo mese” domando preoccupata.

“Sì, ma sapevano che c’era questa possibilità. Le faranno un cesareo, credo che tua sorella stia per nascere”.

“Ma la mamma sta bene?”

“Vuoi che la raggiungiamo?”

Ormai sto dai nonni da diverse settimane e anche se qui mi sento amata e coccolata, devo ammettere che la mamma mi è mancata moltissimo.

“Sì forse è meglio”.

Durante il viaggio sento come un’inquietudine crescere dentro di me.

Forse sono stata troppo dura con lei, forse se non fossi andata dalla nonna avrei potuto esserle d’aiuto. Mentre raggiungiamo il reparto mi tremano un po’ le gambe. Mia sorella sta nascendo. Non è più un pancione come tanti altri, tra poco la vedrò e sarà in carne ed ossa. Quando entriamo in reparto papà è lì che ci aspetta, agitato e pallido.

Senza pensarci due volte lo raggiungo e lo abbraccio forte.

Profuma di dopobarba al pino silvestre e mi fa tanta tenerezza.

Oddio il pensiero di dividerlo con qualcun altro mi stringe il cuore.Prima ancora che possa rispondere esce un’infermiera dalla sala operatoria.

“E’ nata una bellissima bambina, pesa 2 kg e mezzo ma è perfetta!” 

 “Oddio ho una sorella, ho una sorella, ho una sorella…”

Come una cretina continuo a ripetermi questa frase, mentre intorno a me si scatena il finimondo. I nonni e papà non la finiscono più di abbracciarsi e io sento qualcosa che scivola giù dritto fino in fondo al mio cuore e mi fa stare bene.

Ho paura che si chiami felicità.

****

Laura.

Non me l’avevano detto perché volevano farmi una sorpresa. L’hanno chiamata Laura, come la Pausini per farmi un regalo.

Siamo tutte qui, sul sofà in soggiorno, noi donne della famiglia. Io cerco di studiare, ma ogni 30 secondi alzo gli occhi per guardarla, vedere se c’è ancora, se non è stato solo un sogno. Ma lei c’è. Ha appena finito di ciucciare e adesso dorme il sonno dei beati. Dio mio quanto è bella. Ha tutta la pelle raggrinzita e un ciuffo di capelli neri che non ne vuole sapere di stare giù, ma io la trovo bellissima. Ho una sorella. Non credevo che ci si potesse innamorare a prima vista di una personcina tanto piccola e invece è accaduto l’inspiegabile. Quasi non esco più di casa per paura di perdermi le sue faccette buffe.

Laura.

Cresci in fretta piccolina, che ti devo insegnare a metterti la matita sugli occhi, e poi ti devi fare i buchi alle orecchie.

“Qualcosa da sperare davanti a me, qualcosa da finire insieme a te, forse mi basta respirare, solo respirare un po’, forse è tardi, forse invece no”

Anche stavolta hai ragione tu Laura.

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10.297 GRAZIE

Credo che la gratitudine sia veramente una gran bella cosa.

Quando ci sentiamo grati per qualcosa o qualcuno che inaspettatamente e piacevolmente entra a far parte della nostra vita, non importa per quanto tempo, diveniamo a nostra volta portatori di gioia e prosperità.

La gratitudine non è altro che un modo di stare al mondo.

Sentirsi grati ci permette di apprezzare tutto ciò di cui godiamo dalla mattina quando mettiamo i piedi giù dal letto (che fortuna!) alla sera, quando di nuovo facciamo ritorno a quel letto (altra fortuna! ).

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SCOPRIRSI GENITORI

Per quanto mi sforzi di adattare la mia vita alla mancanza lacerante della tua presenza, tutto inevitabilmente mi riconduce a te, anzi a noi, al nostro matrimonio e alla bellezza con cui l’abbiamo rivestito in questi anni, alle storie ascoltate e condivise, alle esperienze accumulate, al poco che abbiamo donato e all’abbondanza che è tornata indietro facendo della nostra coppia una bella storia.

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UN ANTICIPO DI PARADISO

Ci sono storie che impongono di essere narrate.

Storie che ad ascoltarle muovono corde che ciascuno di noi possiede, ma che dimentica di strimpellare, ogni tanto.

Piccoli anticipi di Paradiso, li definisco io.

Protagonisti, un compositore e direttore d’orchestra dal nome impronunciabile e il suo sogno: fare musica meravigliosa insieme, non importa la distanza .

Dieci anni fa ha dato vita a qualcosa che prima non esisteva, il coro virtuale.

“Il coro virtuale è un fenomeno globale che riunisce i cantanti di tutto il mondo e il loro amore per la musica in un modo nuovo attraverso l’uso della tecnologia. I cantanti registrano e caricano il loro video da luoghi di tutto il mondo. Ciascuno dei video viene sincronizzato in un’unica performance per creare il coro virtuale”.

Il lockdown  poi, ha fatto il resto.

Eric ha composto un brano di poche semplici parole “Sing gently” e ha invitato cantanti da tutto il mondo a interpretarlo.

E’ nato il Virtual Choir 6, un coro virtuale composto da 17.572 cantanti provenienti da 129 paesi.

Il risultato è strepitoso e io vi invito a prendervi dieci minuti ( se sono troppi ne bastano tre, perché questa è la durata effettiva del brano) per ascoltarlo.

Quando uomini e donne di buona volontà si alleano, rendono migliore lo stare al mondo, fosse anche per un solo giorno.                                                                                 

Grazie di cuore a Elisabetta Cuzzolin , componente del Virtual Choir 6, per avermi fatto assaporare un pezzo di paradiso in una giornata difficile della mia vita.

Possiamo cantare insieme, sempre.

Possa la nostra voce essere dolce,

possa il nostro canto essere musica per gli altri e tenere gli altri in alto.

“Sing gently”

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LA PAZIENZA DELLE MELE

Non so se anche a voi è capitato, ma l’arrivo dell’estate e della sua meravigliosa frutta, mi hanno fatto dimenticare una scorta di mele che nessuno voleva più mangiare.

Per fortuna hanno saputo aspettare con pazienza che mi ricordassi di loro e così oggi le ho gratificate trasformandole in una buonissima composta.

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L’ULTIMA MISSIONE

Pubblicato su Confidenze n.25 Giugno 2018

Diversi anni fa partecipai al funerale del figlio quindicenne di una mia cara amica, morto in un incidente stradale. Ricordo di aver pensato all’inizio della celebrazione, che avrei proprio voluto ascoltare l’omelia del sacerdote  per scoprire cosa si sarebbe inventato per rendere se non sensato almeno sopportabile quel dolore. Rimasi stupita quando lui semplicemente disse che ciascuno di noi nasce con il compito di portare a termine delle missioni, e soltanto nel momento in cui adempiamo a questo compito, siamo pronti per lasciare questa vita.

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LE RICORRENZE

Ci pensavo da giorni a questa ricorrenza.

Mi domandavo come avrei fatto a trascorrere indenne questa giornata senza esserne consumata dai ricordi.

Perché i giorni normali, quelli che si infilano uno dietro l’altro come perle di una collana, sono più semplici da gestire basta riempirli di pranzi, cene, lavatrici, spesa, e si fa in fretta ad arrivare a sera.

Ma i giorni contrassegnati dalle ricorrenze, quelli sì che sono faticosi da attraversare e la tentazione di scavalcarli è irresistibile.

Poi mi è venuta un’idea.

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CAMBIAMENTO

Il cambiamento ci appartiene, ci fa stare meglio, riporta equilibrio e serenità nella nostra storia.

Appena arriva è spiazzante, mette un po’ d’ansia, ma la capacità di accettarlo, di accoglierlo è il nostro punto di forza.

Cambiare auto, cambiare lavoro, cambiare casa, cambiare idea, o più semplicemente cambiare taglio di capelli, di abitudini, di sapori, ci concede un vantaggio sulla vita, ci convince che veramente possiamo cominciare dalle piccole cose per rimettere in ordine qualcosa che non sta funzionando e non ci fa stare bene.

Ci vuole coraggio, ma soltanto per partire, perché poi a sostenerci arrivano forza e determinazione e quelle siamo brave ad andare a procurarcele scavando a fondo dentro noi stesse.

Io oggi ho cambiato il tema del mio blog.

Ero un po’ preoccupata, non me la cavo troppo bene con la tecnologia e voglio fare sempre tutto da sola.

Ma siccome esattamente 3 mesi, fa scrivevo dentro a questo blog per la prima volta, ho sentito il bisogno di celebrare questo avvenimento, perché anche se non del tutto consapevole,  mi stavo costruendo una rete che mi avrebbe impedito di cadere duramente a terra, un giorno, e magari farmi anche del male.

Quindi, se da qualche parte, testa o cuore, avete in mente un cambiamento che non se ne vuole andare, cominciate a cullarlo, a considerarlo, a non soffocarlo. Lasciatelo emergere, guardatelo in faccia, affezionatevi e poi, a piccoli passi, senza fretta, e soprattutto senza aspettare l’approvazione di chi vi circonda, adoperatevi per realizzarlo.

Fate in modo che fuoriesca da voi per andare verso gli altri e non viceversa.

E infine, se ne avete voglia raccontatelo.

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ENRICO.LEGNO

Ci sono personaggi e ingredienti che mi stanno a cuore dentro la storia che sto per raccontare.

I personaggi sono mio fratello Enrico e la mia amica Marisa .

Gli ingredienti sono la passione, la determinazione e il coraggio, qualità che a entrambi non mancano.

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RICETTE DI CUORE

E’ evidente che avevo un grosso problema da risolvere.

Da troppo tempo ormai.

Quindi sempre per la serie “da qualche parte bisogna pur ricominciare” oggi ho preso coraggio e ho deciso di sistemare le ricette collezionate in anni di cucina.

Ora, ammetto che nel tempo è diventato molto più semplice, ma soprattutto più rapido cercare ricette con l’aiuto di Google e seguendole direttamente dal cellulare (che poi finisce sempre impiastricciato!).

Però.

Non so le vostre, ma le mie ricette hanno una storia da raccontare e racchiudono ricordi indelebili.

Ogni macchia,ogni appunto, ogni piega mi ricordano momenti piacevoli della mia vita, occasioni in cui ho cucinato per le persone a me care.

Allora mi è venuta un’idea e ve la condivido, così se in questi pigri pomeriggi d’estate vi venisse voglia di cimentarvi, poi potrete postare qui i vostri risultati.

OCCORRENTE:

  • Una bella quantità di buste trasparenti A4 con buchi, io le avevo in casa, ma anche acquistandole, la spesa è davvero irrisoria
  • Un raccoglitore ad anelli (se pensate di non averne in casa, prima di acquistarlo vi suggerisco di fare un giro nelle camere dei vostri figli, perché sicuramente troverete ciò che fa al caso vostro).

Ho riordinato le ricette suddividendole tra dolce e salato e le ho inserite nelle buste, naturalmente fronteretro per utilizzare tutti gli spazi.

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Ho infilato le buste nel raccoglitore e l’ho messo in bella vista nella mia cucina.

Ecco il risultato.

Ho pensato anche a quanto sarà comodo utilizzarle, semplicemente estraendo dal raccoglitore la ricetta che mi interessa senza il rischio di sporcarla mentre la consulto.

La portata emotiva di questo lavoro è stata notevole.

Ho rispolverato ricette che mi avevano passato amiche, sorelle, figlie, in una gara di solidarietà che solo noi donne conosciamo, ritrovandone alcune che non realizzavo da tempo e che mi è tornata la voglia di sperimentare.

L’arte di mescolare sapientemente ingredienti creando sapori squisiti ha origini antichissime https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_cucina e porta un benessere che fa bene al cuore.

Cuciniamo per rendere felici i nostri cari, per rilassarci, per dimenticare o per ricordare, perché siamo brave nel farlo e perché sentircelo dire gratifica sempre.

Il mio ricettario oggi mi ha ricordato tanti momenti belli, e il vostro?

Vi lascio con la ricetta della “Cheesecake della Giovanna”, così la chiama la mia amica Barbara, perché l’ho talmente modificata che ormai mi appartiene.

Dedicata a Irene, la sua piccola guerriera.

CHEESECAKE AL FORNO DELLA GIOVANNA

PER LA BASE:

  • 180 gr di biscotti (quelli che avete in casa, secchi, ai cereali, al cioccolato)
  • 80 gr di burro fuso

PER IL RIPIENO:

  • 250 gr. di ricotta
  • 250 gr. di mascarpone
  • 2 uova
  • 200 gr di zucchero
  • 2 cucchiai di farina setacciata
  • 1 bustina di vanillina
  • 1 cucchiaio di cacao amaro

PROCEDIMENTO:

Tritare i biscotti (con il mixer oppure metteteli in un sacchetto trasparente e passateci sopra il mattarello), unire il burro, amalgamare e versare il composto in una tortiera bassa ( io ne utilizzo una di vetro, ma anche ceramica va benissimo o ancora meglio quelle a cerchio apribile) da 27 cm. imburrata e infarinata. Livellate bene premendo con un cucchiaio e mettete in frigorifero per una mezz’oretta.

Nel frattempo lavorate le uova con lo zucchero e unite uno dopo l’altro tutti gli ingredienti ad eccezione del cacao.

Versate tre quarti del composto sulla base, aggiungete il cacao all’impasto rimanente e versatelo sopra l’altro. Con i rebbi di una forchetta variegate gli impasti.

Infornare a 170 gradi  per circa 35 minuti – 40 minuti, finché la superficie sarà asciutta.

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COMODAMENTESEDUTE PERCHE’

Ci sono donne che difficilmente si mettono comodamente sedute.

Su un divano poi, figuriamoci.

Una donna si siede perché dove siede ha da lavorare.

Siede davanti a una postazione di lavoro.

Siede di fianco a un marito da sostenere, a un figlio da incoraggiare, a un genitore da ascoltare.

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FLY VOLO LEGGERO

pubblicato su Confidenze n. 17 Aprile 2018

Il primo cane che è entrato a far parte della nostra famiglia l’avevamo chiamata Lulù, una cucciola meticcia color miele arrivata a bordo di un furgone partito dal sud dopo un  viaggio  di oltre dieci ore dentro una gabbia. La mia mamma era morta da poco tempo a causa di un cancro che in soli due mesi me l’aveva portata via.Quando ho visto la foto di Lulù, ho capito che solo in quel modo sarei riuscita a chiudere la spaccatura nel cuore che la morte di una persona cara provoca, scava e allarga oltremisura. In famiglia non sapevamo niente di cani. Non potrò mai dimenticare il momento in cui me l’hanno messa tra le braccia e lei timidamente mi ha leccato la mano. Nascono così certi amori primordiali e non sono destinati a finire come quelli tra gli umani, perché durano fino alla morte. E’ stato come risvegliare sensi assopiti, come scoprire di avere un pozzo di amore al quale nessuno aveva mai attinto, e mi sono chiesta come avessi fatto ad arrivare a quel momento privandomi di un sentimento così forte e coinvolgente. Certo non era vita facile, Lulù era incontenibile, abbaiava in continuazione, mordeva tutto ciò che le capitava a tiro, tende, mobili, giochi,un disastro.E poi scappava.

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CAMMINARE CON IL MIO CANE

Il problema non è tanto
che io parlo e lui non mi capisce.
Semmai il contrario: il vero enigma
è il cane, che tutto sa di me
e mai ne riferisce.
L’enigma del cane di Franco Marcoaldi

Camminare con il mio cane riporta equilibrio nella mia vita.

Mi invita a stare al suo passo, a guardarmi in giro, ad osservare il cielo e i prati e domandarmi dove vanno a finire.

Camminare con il mio cane mi obbliga a stare nel qui e ora, ad assecondare i suoi bisogni anziché i miei, a domandarmi con curiosità cosa c’è di tanto buono nell’aria da sentire il bisogno di annusarla ad occhi chiusi.

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PROFUMO DI AMMORBIDENTE

PUBBLICATO SU CONFIDENZE N. 44  OTTOBRE 2018

Non mi è mai piaciuto il silenzio. Sono cresciuta in una famiglia numerosa, con tre fratelli e due sorelle e c’era sempre un gran viavai in casa mia. Poi mi sono sposata e ho avuto tre figli meravigliosi che sono diventati il senso della mia vita riempiendo ogni angolo di questa casa con la loro presenza. Mio marito è una brava persona ma come dicono loro, un po’ orso, insomma uno di quegli uomini con il quale fare conversazione non è molto semplice. Gran lavoratore con un senso del dovere oltremisura, mantiene la famiglia da trent’anni, ma niente di più, perché quando rientra a casa si siede sul divano, accende la tv e mi chiede a che ora si cena. In comune abbiamo sempre avuto molto poco, però avevo quasi trent’anni quando l’ho conosciuto e cominciavo a perdere la speranza di crearmi una famiglia, quindi,  non ho perso troppo tempo alla ricerca del principe azzurro.

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INSTANT FAMILY

C’era bisogno di leggerezza, ieri sera.

Qualcuno ha proposto di guardare un film e ho accettato con la certezza che mi sarei addormentata nel giro di breve tempo.

Invece la scelta è caduta piacevolmente su INSTANT FAMILY, una commedia che racconta la storia di una coppia che decide di adottare un’adolescente ribelle e i suoi due fratellini.

La trama è semplicissima, ma il cuore del film è molto bello: questa coppia rischia di andare in crisi perché decide di mettersi in gioco, abbandonando la sua tranquilla e confortevole vita, per aprire la propria casa a tre giovani sconosciuti con un passato faticoso.

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IMPARERÒ

Imparerò.

A cuocere meno pasta e meno riso e a fare torte più piccole, che sennò avanzeranno sempre.

Imparerò a ricordare scadenze, chiavi e fazzoletti.

Imparerò a guardare il cielo per capire se andrà a piovere, anziché domandartelo.

Imparerò a fare ordine, anche se eri tu quello preciso e io ti avevo sposato per non perdermi.

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ACCETTAZIONE

A guardarla, solo per come è scritta non la si potrebbe definire proprio una gran bella parola.

Anche la pronuncia è dura, fredda, quasi intimidatoria.

Eppure nel suo significato più profondo,  Accettazione significa accoglienza che invece è una parola confortante, morbida nella bocca, di quelle che ti spiace pronunciare perché te la vorresti tenere tutta dentro.

Credo che il pezzetto che venga richiesto di fare, sia quello lì, quando la speranza se l’è data a gambe levate e si ha la sensazione di scivolare nelle tenebre.

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GIGIUANNA: STORIA DI UN NOME

Avevo 17 anni quando sono diventata zia.

Ricordo un’emozione così intensa da farmi quasi male.

Quando ho visto Gabriele per la prima volta, figlio di mio fratello, mi sono chiesta come potesse essere la dimensione di amore di un genitore, se già quello di una zia era così potente da ubriacarmi.

Poi negli anni diventando genitore, ho capito che l’amore non è così facilmente misurabile come forse ci farebbe comodo che fosse in certi momenti della nostra vita.

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MARMELLATA DI CILIEGIE

Domenica mattina di quelle indolenti.

Squilla il telefono. “Siete a casa? Arriva Maurizio con una cosa per voi”.

Maurizio e Assunta sono una coppia di amici di quelli a noi cari, molto cari.

Maurizio arriva puntuale con una grande quantità di ciliegie meravigliose.

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Sono le prime della stagione e portano tanta allegria sulla tavola.

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RITRATTO DI DONNA

Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo

Wislawa Szymborska

Non so voi, ma c’è un momento della giornata che appartiene soltanto a me.

E’ di mattina presto.

E’ l’istante che anticipa il risveglio della famiglia, dell’impegno e della fatica.

Precede i pensieri che in fila come soldatini si presentano alla mente con la pretesa di essere considerati,  esaminati e possibilmente risolti.

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CIAO MA’

Me lo ricordo quel giorno lì.

E’ stata l’ultima Pasqua che hai trascorso in nostra compagnia. A riguardarla, scorgo sul tuo viso le tracce di una malattia che di lì a poco sarebbe insorta, catturandoti tutta e portandoti via nel giro di poco tempo.

Ero passata a salutarti e il solito Aprile ballerino, mi aveva colta di sorpresa con un abbraccio infreddolito.

“Metti il mio scialletto, sai come ti tiene caldo?”

Me l’hai posato sulle spalle con un fugace abbraccio.

Mi sono sentita così ridicola eppure mai, credo, così amata.

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“CHIAMATEMI ANNA” SERIE TV DA GUARDARE CON LA FIGLIA ADOLESCENTE

Una serie tv non cambia certo la vita.

Ci vuole ben altro per costruire relazioni con i figli, ci vogliono tempo, fatica, impegno e tantissima pazienza.

Ma anche una serie tv alle volte, diventa un’alleata preziosa per fermarsi un momento a riflettere su qualcosa che fino a quel momento lì, ci era sempre sfuggito di mano, un’occasione per capire dove stanno con la testa i nostri figli senza chiederglielo apertamente (che tanto non risponderebbero).

Io mi sono sentita così guardando “Chiamatemi Anna” in compagnia di mia figlia che tra pochi giorni compirà 17 anni.

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SIATE CAUTI

Pensando a questo tanto atteso 4 Maggio, mi risuonano di continuo nella testa queste parole.

Siate cauti.

Se cerchiamo nel vocabolario il significato dice cosi:

Che procede con attenzione e avvedutezza, per evitare danni a sé e agli altri; prudente, accorto, guardingo”.

Siate cauti.

Come lo sareste entrando in una stanza mentre il nonno sta dormendo e non lo vorreste disturbare,

Come lo sareste avvicinandovi al vostro gatto per fargli una carezza senza volerlo spaventare,

Come lo sareste sedendovi accanto a un figlio per fargli una carezza, mentre è intento a giocare, studiare, guardare la TV.

Come lo sareste accostandovi a vostro marito o vostra moglie, dopo una brutta discussione per cercare il loro sguardo e fare pace

Come lo sareste entrando in una chiesa per affiancare qualcuno che sta pregando con fervore.

Come lo sareste di fronte a una persona malata, che sta combattendo la più dura delle sue battaglie, di fronte a chi ha perduto una persona cara e si domanda come continuare a vivere, di fronte a chi non sa come arrivare alla fine del mese e non ha il coraggio di chiedere aiuto.

Siate cauti.

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LIBERTA’ RISALI A IERI

Sento tanto parlare di libertà perduta in questo periodo e vorrei fare alcune riflessioni a questo proposito.

Mi sono chiesta se veramente eravamo liberi prima del coronavirus o se in realtà lo siamo molto più ora.

Quanto spazio si è liberato nella nostra testa fino a ieri piena zeppa di scadenze, appuntamenti, pensieri, progetti, e noie?

Liberare spazio come si fa con i pc, non per smarrire informazioni importanti, ma per lasciare posto ad altre, magari più preziose.

Durante questi due mesi mi è stata certamente negata la libertà di uscire come e quando volevo, senza munirmi di permessi, guanti e mascherina, ma in realtà che uso o che abuso ne facevo di questa libertà?

Veramente le mie giornate erano come desideravo che fossero?

Veramente da mattina a sera facevo tutto ciò che desideravo fare?

Oppure una sorta di obbligo morale,  di senso del dovere, mi imponeva tanti comportamenti?

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