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E poi sei arrivata tu

Pubblicato su Confidenze N. 47 Novembre 2015

Finalmente sei arrivata!

Ti sto aspettando dal primo giorno in cui mi hanno detto che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla, come scriveva la Fallaci nel suo libro indimenticabile “Lettera a un bambino mai nato”.

Non avrei mai creduto di arrivare fino a questo giorno, forse per scaramanzia, mi dicevo che sarei morta prima, che il Cielo non mi avrebbe fatto questo dono, perché diventare nonna, non è altro che uno stupendo, magnifico, inaspettato dono.

Diventare madre è più semplice in fondo, più scontato.

Ti fidanzi, ti sposi, poi arrivano i figli, li cresci e comincia quell’altalena faticosa di gioie e dolori, di preoccupazioni e compiacimenti destinata a non avere mai fine, una responsabilità che se ci pensi ti toglie il respiro, e che devi vivere giorno per giorno, perché a guardare troppo avanti, rischia di spezzarsi cuore talmente grande è la fatica.

Ma diventare nonna è tutta gratuità, gioia allo stato puro, un cerchio che si chiude e nemmeno te ne rendi conto, il compimento di tante storie che finalmente trovano un senso. Guardare negli occhi una creatura minuscola e non sentire il peso di doverla crescere, educare, sfamare, vestire, ma guardare lontano e scorgere soltanto risate, lunghe passeggiate, coccole, regali.

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Fai la cosa giusta

Pubblicato su Confidenze N: 19 Maggio 2017

Dico la verità, non è così che l’avevo immaginato. Di diventare nonna intendo. Mi sentivo così pronta, lo ero da almeno dieci anni.

E’ arrivata la sospirata pensione e di colpo mi sono ritrovata con un sacco di tempo libero.

Oddio quanto lo avrei voluto dedicare a un neonato che avesse gli occhi di mio figlio e magari a essere fortunata, anche qualcosa di mio.

Ho avuto un figlio solo, Gabriele, che si è caricato il peso della mia protezione, della mia cura, dei miei consigli, e quando è stato il momento di trovarsi una moglie, ha preferito andare vivere da solo, forse per disintossicarsi di tutto quell’amore che gli avevo dato io.

Ogni tanto mi raccontava di qualche ragazza, niente di impegnativo, e io sempre lì, a sperare nell’attesa di vederlo sistemato.

Mio marito perso nel suo lavoro e distante dalla vita del suo unico figlio, mi ripeteva: “Lascialo vivere Marisa, tu gli stai troppo addosso”.

Ma niente moglie significa niente nipoti.

E tutte le forze che ancora mi rimanevano, le sprecavo a pulire una casa già pulita e seguire un marito sempre preso.

Intanto Gabriele ha compiuto 36 anni e io ho cominciato a rassegnarmi.

Fino al giorno in cui mi ha detto che una ragazza aspettava un figlio da lui.

“Dunque, fammi capire” gli ho chiesto con il cuore in tumulto, “Hai conosciuto una ragazza, ti sei innamorato, avete corso un po’ troppo e adesso lei aspetta un bambino?”

Perché questa era l’unica successione temporale logica che la mia povera mente riusciva a elaborare.

No, mamma, non è andata proprio così.

A 36 anni suonati mi dice che sì, ha conosciuto questa ragazza, che peraltro di anni ne ha tredici meno di lui, che gli piaceva anche abbastanza, così sono usciti assieme qualche volta, ma niente di impegnativo, e poi ognuno per la sua strada.

Tranne il piccolo particolare che lei è rimasta incinta.

Ora, io non mi reputo una donna di mentalità ristretta, ho sempre cercato di guardare lontano, di comprendere anche se con fatica, ma santo cielo c’è un limite a tutto no?

Possibile che tu non abbia pensato alle conseguenze delle tue azioni? Ma che serietà ci può essere in un uomo che esce tre volte con una ragazza e se la porta a letto?

Credevo di aver fatto un buon lavoro con lui, di avergli inculcato qualche sano principio, e ora mi ritrovo a vergognarmi dell’unico figlio che ho.

“Tutto questo però ti porterà il nipotino che desideravi tanto” aveva risposto serafico mio marito  dopo aver ascoltato l’intera storia.

Ma come fa a vedere così lontano certe volte?

All’improvviso ho realizzato che nell’universo esisteva una creatura con tracce del mio DNA, sangue del mio sangue e avrei dato la vita per vederlo.

Il problema è che quando ne ho parlato a Gabriele non ha voluto sentire ragioni.

“Mamma per me non esiste questa cosa, l’ho detto anche a Romina, ha combinato lei il casino e lei se ne tirerà fuori in qualche modo. Mi ha preso in giro e io non ho più intenzione di rivederla”.

Ho rinunciato a tante cose nella vita, ho passato momenti duri, ho ingoiato delusioni e bocconi amari, ma stavolta non mi arrendo.

“Io non voglio rinunciare a questo bambino” ho detto a mio marito. “Da quando so che esiste non mi do più pace. Avremo il diritto di vederlo o no?”

“Se tuo figlio lo riconosce e si impegna a mantenerlo almeno in parte sì, altrimenti diritti zero”.

A sentire queste parole il cuore mi esce dal petto. Ci deve pur essere una soluzione, non posso rassegnarmi.

“Perché anziché urlargli contro ogni volta che ne hai l’occasione, non provi a parlare con lui guardandolo per l’uomo che è, e non soltanto un figlio al quale dire cosa fare o cosa non fare?”

Ecco appunto perché?

Perché ho sempre avuto l’impressione di doverlo guidare nella vita, ma mi accorgo guardando indietro, che più ho tentato di guidarlo, e peggio è stato, perché alla fine, faceva sempre di testa sua.

E adesso che si trova di fronte a una delle decisioni più importanti della sua vita, non è in grado di fare la scelta giusta.

Che disastro.

Le lacrime mi scendono a fiumi, e dentro sento qualcosa spezzarsi,che fa tremendamente male.

Ho taciuto per diversi giorni, ma quando una sera tornando dall’ufficio, Gabriele si è fermato da noi a cena, mi sono tornate in mente le parole di mio marito: “Guardarlo come un uomo e non come un figlio”.

Così ho preso un bel respiro e gli ho chiesto tra quanto nascerà il bambino.

Due mesi. Un soffio.

“Gabri hai 36 anni e io sono stanca di dirti ogni volta ti cacci in qualche pasticcio, cosa è meglio fare. In qualunque modo sia arrivato questo bambino, è parte di te, anche se non ami la ragazza con la quale l’hai concepito, anche se un figlio non era nei tuoi pensieri, nella tua storia, nella tua vita. I bambini arrivano e basta, non sono loro a chiedere di nascere, siamo noi che li andiamo a cercare”.

“Mamma per favore”.

“No ascolta non ho ancora finito.”

Non mi darò pace finché non avrò spiegato a mio figlio cosa significa diventare genitore, e giuro che sarà l’ultima volta che mi intrometterò nella sua vita. Ma deve sapere che un giorno questo bambino crescerà e chiederà a sua madre che ne è stato di suo padre, e  quando lei risponderà che non l’ha nemmeno voluto riconoscere, il suo cielo, si abbasserà di un palmo.

E’ questo che vuoi?

“Gabri, tu non sei così, puoi fare di meglio, puoi scegliere di fare la cosa giusta e sei ancora in tempo”.

Mi torna alla mente una frase che avevo sentito in un film: “Non sono le azioni che compiamo a fare di noi quello che siamo, ma il modo in cui noi reagiamo di fronte a queste azioni” .

Mi ha promesso che ci penserà, ma so che l’ha detto solo per farmi contenta.

Poi una mattina il telefono è suonato presto.

Gabri mi dice che l’ha chiamato Romina, perché sta andando in ospedale, sola.

“Ho pensato di raggiungerla, non sapevo che non avesse una famiglia. Vuoi venire con me? Magari un donna fa comodo in queste situazioni”.

Sono già con te, figliolo.

Quanti pensieri possono stare dentro la mente in un solo momento?

Mi pareva che mi scoppiasse la testa.

Il viaggio in auto è stato silenzioso, ma io dentro avevo un tumulto.

Poi in ospedale ci hanno detto che era già in sala parto e hanno chiesto a Gabri se era il padre e se voleva entrare.

E così, il mio immaturissimo figlio è cresciuto di colpo, affrontando uno dei momenti più emozionanti nella vita di un uomo.

Mentre aspetto penso a questo bambino al quale mancherà sempre una famiglia, con una mamma e un papà che vivono sotto lo stesso tetto, perché a questa mamma e questo papà è venuto a mancare l’amore necessario per costruirla.

Ma io ci sarò, se mi lasceranno esserci, a fare da collante, a dare una mano e a colmare qualche piccolo vuoto, ogni tanto.

Gabri mi bussa dal vetro con il piccolino in braccio.

“Mamma, lui è Andrea”.

Ciao Andrea. Hai percorso un sentiero difficile per arrivare fino a me, ma adesso sei qui, a dare un senso a quel che mi rimane da vivere.

Per me può bastare. Anzi, è infinitamente tanto.