Una bella storia

C’è bisogno di nutrirsi anche di belle storie, ogni tanto.

Questa è la storia di un incontro tra Malvagità e Bontà d’animo.

E’anche la storia di  Madre Natura, capace di aggiustare le cose, quando gli esseri umani combinano pasticci più o meno inconsapevolmente.

Una gatta senza padrone aveva partorito tre gattini in un luogo non gradito a Malvagità, la quale, approfittando di un momento in cui la gatta si era allontanata, li ha presi e scaraventati lungo il greto di un torrente.

I rovi che ne hanno impedito il rotolamento nel torrente, e il loro incessante, disperato, miagolio, li hanno salvati da morte sicura.

Bontà d’animo, che passava di lì per caso, li ha sentiti e in men che non si dica, ha organizzato il loro salvataggio. I micini, stremati dalla fatica e dalla fame, sono stati affidati alle cure di una gattara la quale indovinate un po’?

Aveva in casa una mamma gatta che aveva partorito da pochi giorni due micini e che naturalmente ha fatto un po’ spazio per accoglierli e sfamarli.

Eccolo qui il risultato.

Io sono rimasta a guardarli in silenzio per un tempo infinito mentre i pensieri cadevano a pioggia dentro la mia testa.

Ho pensato che per fortuna ad ogni cattiveria, corrisponde un gesto di bontà, altrimenti il mondo sarebbe già estinto e non per il corona virus ma per il nostro spaventoso egoismo.

Ho pensato che dagli animali c’è sempre e soltanto da imparare lezioni preziose: accogliere i diversi, donare senza riserve, voler bene senza fare fatica.

Ogni volta che abbiamo la fortuna di sfiorare storie come questa, facciamo pace con il mondo intero, e parole come fiducia e speranza, tornano ad albergare dentro il nostro cuore, e Iddio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.

Se avete dei bimbi, stasera, raccontate loro questa storia, sono sicura che ne faranno tesoro. Loro la sanno lunga sull’amore incondizionato.

Monumento ai caduti del coronavirus

PER NON DIMENTICARE

Se c’è qualcosa che non è mai venuto a mancare in questo tempo di coronavirus, sono stati i numeri: in crescita, in calo, portatori di ansia e di speranza a giorni alterni.

Ce ne siamo nutriti per illuderci di poter in qualche modo tenere sotto controllo lo tsunami che ci ha investito.

Ma ora che lentamente, molto lentamente, sono in discesa, come in ogni guerra che si rispetti, arriva inesorabile la conta dei caduti, e di molti di loro, ci accorgiamo di non conoscere neppure il nome.

Si avvicina il 25 Aprile e il pensiero corre ai nostri soldati caduti in guerra, per i quali sono stati eretti monumenti allo scopo di celebrarne il coraggio e il valore, di dare senso al loro sacrificio.

Monumenti eretti per creare un riconoscimento comunitario, affinché non venissero ricordati nel tempo soltanto per aver compiuto qualcosa di profondamente significativo, ma soprattutto per dare loro un’identità, un nome e un cognome da non dimenticare.

Penso alle vittime di questa guerra dentro la quale nostro malgrado ci siamo ritrovati a combattere,  e penso a chi è mancato in silenzio, senza un necrologio, una cerimonia funebre di commiato e di ricordo, senza un pensiero o un preghiera comunitaria.

Ci penso e non mi do pace.

Per favore, diamo un nome e un volto a queste persone.

I decessi nelle case di riposo sono occasione di scontro politico, di ricerca di colpe e responsabilità, senza pensare che prima di divenire numeri, queste persone sono state padri, madri, nonni, persone che hanno fatto la storia, e hanno lavorato sodo per fare bello il presente in cui viviamo.

Per favore diamo un nome e un volto a queste persone.

Che ci sia concesso il privilegio di ricordarli e salutarli con il rispetto e la dignità che meritano.

Raccontateceli con nostalgia e rimpianto, permettete alla comunità di stringerli in un grande abbraccio, di erigere un monumento di solidarietà e partecipazione.

Per favore diamo un nome e un volto a queste persone.

Per non dimenticare.

La pazienza delle donne

Ai tempi del coronavirus.

Donne che sono figlie, alle prese con genitori anziani, che nella migliore delle storie, fanno a pugni con la loro testardaggine e la loro indipendenza.

Donne che sono mogli, di mariti che all’inizio non erano mica così e chissà quand’è che si sono trasformati. Donne che sognavano soltanto di invecchiare in loro compagnia, ma qualcosa si è spezzato e l’amore è finito ancora prima di cominciare.

Donne che sono madri che d’improvviso si ritrovano a dover prendere il posto di insegnanti, allenatrici, baby sitter, madri a tempo pieno che non hanno ancora deciso se ci stanno bene dentro a quel ruolo, dove tocca  inventare giochi, passatempi, merende e storie, rubando tempo al lavoro, alla casa, a se stesse.

Cos’è che ci permette di andare avanti nonostante i giorni intrisi di fatica?

La pazienza delle donne attinge da un serbatoio inesauribile ed è la salvezza di chi le circonda, di chi non può vivere senza di lei, nonostante tutto.

E non è vero che la pazienza ha un limite, perché quel limite lì, lo spostiamo ogni volta un poco più in là, se serve.

Si chiama amore.