Un’amica in terra straniera

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BIBLIOTECA DI CARUGATE
QUINTA CLASSIFICATA – OTTOBRE 2007

Sono settimane che aspetto questo messaggio ed ora che è arrivato, non oso aprirlo. Mio marito viene a prendermi. Quando è partito sei mesi fa mi ha detto: “Trovo una sistemazione poi torno a prenderti e ti porto con me”.

Mi è mancato il coraggio di fermarlo, di raccontargli dell’angoscia che provo al pensiero di lasciare il mio paese. Ho sorriso cercando di nascondere quel groppo che avevo in gola.

Così lui è partito senza sapere che sta per diventare padre.

Abbiamo tanto desiderato questo bambino e mi tormenta pensare che nascerà in terra straniera e il colore della sua pelle sarà diverso da quello dei suoi coetanei, la sua vita sarà una salita piena di porte che non si apriranno mai. Questa creatura che cresce dentro di me, mi ha tenuto compagnia nelle notti di solitudine, durante le quali mi sono chiesta più volte perché il destino vuole strapparmi da questa terra così amata ma così avara da costringere l’uomo a migrare come un uccello solitario.

Mohame quando mi chiama mi racconta dell’Italia e io lo ascolto mentre accarezzo il mio ventre che cresce come la mia inquietudine. Oggi il messaggio. “E’ tutto pronto. Arrivo il 13. Mohame”.

In forza della promessa fatta al mio uomo il giorno del nostro matrimonio, ho tre giorni di tempo per mettere la mia vita in una valigia e lasciare il mio paese.

                                             ***

Il viaggio in aereo mi fa paura, fingo di dormire, non ho voglia di parlare. La felicità di Mohame mi disturba, non lascia spazio al mio dolore. Quando ha visto il pancione è scoppiato in lacrime come un bambino.

“Samira è meraviglioso, quando nascerà?”

“A gennaio” rispondo “e sarà lontano migliaia di chilometri da casa sua”, vorrei aggiungere, ma rimango in silenzio.

Ho imparato da mia madre che una donna non deve mai mostrare i propri sentimenti.

L’hostess che annuncia l’atterraggio, mi riporta alla realtà, ad attenderci c’è il cugino di Mohame che ci accoglie con entusiasmo, ma appena esco dall’aeroporto un’aria gelida mi fa rabbrividire.

“Ho freddo Mohame” dico stringendomi a lui.

“Ti abituerai in fretta vedrai, basta coprirsi bene”.

Il viaggio in auto è lungo, all’arrivo mi sento ancora più stanca. L’appartamento si trova al terzo piano di una palazzina fatiscente senza ascensore. Dopo avere salito tutti i gradini sono esausta. Mohame apre la porta e si fa da parte per lasciarmi passare; vedo un piccolo locale ben riscaldato, arredato modestamente. Di fronte c’è un’altra porta che conduce alla camera da letto e al bagno. Sul tavolo un vaso di fiori freschi e appese al muro, stampe raffiguranti la mia terra. Due grosse lacrime rotolano lungo le mie guance e non riesco a fermarle.

“Samira cosa c’è?” mi domanda preoccupato “Non ti piace la casa? I mobili li ho presi alla Caritas, ma se non ti piacciono ne cercheremo altri.”

 “No, va tutto bene, voglio solo riposare”.

Mi accompagna in camera, mi stendo sul letto e chiudo gli occhi sfinita.

Sono trascorse due settimane dal mio arrivo in Italia, e  cerco di fare del mio meglio per non deludere Mohame, ma le difficoltà sono infinite. Tengo la casa in ordine, lavo, cucino, ma non parlo italiano, non mi vesto come le altre donne, e ho paura ad uscire da sola.

Mohame fa i turni anche di notte e quelli sono per me i momenti più duri perché la solitudine mi avvolge come la nebbia fredda che ho incontrato il giorno del mio arrivo.

Stamattina per la prima volta da quando sono arrivata, qualcuno ha suonato il campanello di casa. Con un po’ di timore ho socchiuso la porta e mi sono trovata davanti una piccola signora bionda che con un sorriso gentile mi ha detto qualcosa che naturalmente non ho compreso. Aveva in mano un piatto coperto da un tovagliolo, me l’ha dato, mi ha salutata ed è scesa di corsa.

Incuriosita ho sollevato il tovagliolo e ho trovato una fetta di torta.

Ho chiuso la porta, mi sono seduta e ho cominciato a sbocconcellarla,  e mentre la gustavo, la squisitezza di quel dolce si diffondeva in qualche modo in tutto il  mio corpo.

Si chiama Maria, mi racconta Mohame, è sposata,  ha due bambini e abita al primo piano, fa volontariato alla Caritas, è stata lei a chiedergli se gli serviva qualche mobile per arredare la casa.

Mi sono rifiutata sin dal primo giorno di imparare questa lingua pensando di non averne bisogno.

“Insegnami come si dice grazie” ho concluso.

Stamattina mi sono alzata di buon’ora. Ho preparato una forma di pane. Scendo le scale adagio, il pancione mi pesa, suono il campanello e mi apre un bambino che mi sorride, poi chiama mamma, una delle prime parole che ieri Mohame mi ha insegnato.

Maria arriva di corsa con un sorriso: “Ciao Samira, entra”.

Faccio segno di no con la testa e le porgo il piatto: il pane è ancora caldo e spero lo accetti, ma non so dire tutto questo e allora mi limito a sussurrare: ”Grazie”.

“Grazie a te Samira” risponde lei.

La saluto e salgo le scale, ma mi sento più leggera, nonostante il pancione.

Stasera Mohame non ha il turno, quindi possiamo cenare insieme. Ad un tratto sentiamo suonare il campanello, mio marito va a ad aprire e trova Maria che si scusa per l’orario ma ha bisogno di parlarmi e approfitta della presenza di Mohame come traduttore.

“Maria chiede se domattina vuoi andare al mercato con lei, se ti serve qualcosa per il bambino.”

Esito un attimo, poi lo sguardo dolce di Maria mi incoraggia. Allora sorrido e annuisco.

Come vola il tempo da quando non vivo più come una reclusa! E’ trascorso più di un mese dal mio arrivo in Italia, e nonostante il parto sia imminente, mi sento serena.

Maria mi aiuta moltissimo e Mohame ce la sta mettendo tutta per insegnarmi l’italiano, ho già imparato diverse parole e riesco a comprendere le frasi più semplici. Persino il freddo non mi pare più tanto pungente, e pensare alla mia terra e alla mia gente fa meno male da qualche giorno.

Stasera Mohame ha il turno di notte, ultimamente si preoccupa quando mi lascia sola, ma sapendo che c’è Maria, si sforza di andare a lavorare sereno. Mi stendo sul letto e cerco di chiudere gli occhi, sento il mio bambino scalciare e passo una mano sul ventre nel tentativo di calmarlo, ma c’è come un senso d’inquietudine in me che m’impedisce di addormentarmi.

Mi sveglia di soprassalto un dolore intenso alla schiena, dura un istante e poi passa, cerco di rilassarmi, ma dopo neanche cinque minuti ritorna più forte di prima: ”Mancano ancora due settimane, non può essere già arrivato il momento” penso un po’allarmata. Cerco di alzarmi adagio, vado in cucina, bevo un bicchiere d’acqua e sento di nuovo quel dolore, respiro profondamente aspettando che passi, poi mi decido a chiamare Maria.

Mi sembra di metterci un’eternità a scendere quei gradini, ma finalmente arrivo e suono il campanello. Apre la porta Maria in vestaglia, riesco solo a dire “Maria scusa, il bambino…”non serve aggiungere altro. “Samira per amor del cielo entra!” la sento esclamare “siediti cara non preoccuparti”. Mi fa sedere, poi chiama suo marito: “Alfio prepara la macchina, porto Samira in ospedale, tu rimani con i bambini e avvisa Mohame, digli di raggiungerci al più presto” poi mi guarda con dolcezza e dice: “Andrà tutto bene Samira, io non ti lascio” e improvvisamente mi sento al sicuro, avvolta in un abbraccio che mi scalda il cuore.

La piccola Iris ciuccia beatamente dal mio seno. Alzo lo sguardo e Mohame mi sorride innamorato. Maria sta in disparte, ha gli occhi lucidi, senza di lei non so come avrei fatto, non avrei mai creduto di trovare in questo paese straniero un’amica così sincera.

Fuori sta sorgendo l’alba, e capisco che in qualche modo anche per me comincia un nuovo giorno. Guardo mia figlia, e la strada non mi pare più tanto in salita, vedo una donna che saprà farsi rispettare, che non rinnegherà le sue origini, ma ne farà un punto di forza per costruire il suo futuro in un paese straniero, con dignità e fierezza.

“La mia terra è dove ci sono le persone che amo” penso “la mia terra, figlia mia è dove sei tu”.

LA TORTA DI MARIA

Se volete preparare questo dolce semplice ma delizioso, ecco la ricetta:
250 gr di farina
250 gr di zucchero
250 gr di ricotta o mascarpone
2 uova
1 bustina di lievito
Latte q.b.
Procedimento
Lavorate le uova con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso, aggiungete la ricotta o il mascarpone (quello che avete in casa), la farina a poco a poco continuando a mescolare (io uso lo sbattitore elettrico) e una bustina di lievito.
Potete aggiungere qualche goccia di latte, ma mi raccomando mettetene poco, l’impasto non deve essere liquido.
Se volete rendere la torta ancora più golosa potete aggiungere pezzetti di mela, gocce di cioccolato, amaretti sbriciolati, uvette e tutto quello che vi piace. Versate il composto in una teglia di diametro 28 rivestita di carta forno e infornate a 180 gradi per circa 30-35 minuti (solita prova stecchino mi raccomando 😉 ). Cospargete di zucchero a velo.

E’ una torta delicata ottima per colazione e merenda.

Se provate altre varianti fatemi sapere!

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10 pensieri su “Un’amica in terra straniera

  1. gessica

    Mi sono emozionata a leggere questa storia, ammiro il coraggio di Samira, e la dolcezza di Maria, come sempre la conferma che basta davvero poco per fare la differenza!
    PS grazie per la ricettina che testerò’ con i miei bimbi nel week end!!!!! Grazie cara Gio’!!!!!

    "Mi piace"

  2. ciao ho insegnato e ho avuto tanti alunni stranieri che non consocevano la lingua o che la conoscevano meglio dei genitori e quate volte alle udienze con gli insegnnati i bambini dovevano fare le traduzioni ai genitori. Spesso mi sono domandata come si trovano qua in Italia questi stranieri e glielo chiedevo. Erano bambini dell’Albania, del Pakistan o del Marocco. E molto spesso mi hanno detto che anche se qua in Italia stanno meglio che nei loro paesi di origine da grande vogliono tornare nel loro paese e sposare una donna del loro paese. grazie del contributo

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  3. Pingback: Cento di queste pagine – Comodamentesedute

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