La pazienza delle donne

Ai tempi del coronavirus.

Donne che sono figlie, alle prese con genitori anziani, che nella migliore delle storie, fanno a pugni con la loro testardaggine e la loro indipendenza.

Donne che sono mogli, di mariti che all’inizio non erano mica così e chissà quand’è che si sono trasformati. Donne che sognavano soltanto di invecchiare in loro compagnia, ma qualcosa si è spezzato e l’amore è finito ancora prima di cominciare.

Donne che sono madri che d’improvviso si ritrovano a dover prendere il posto di insegnanti, allenatrici, baby sitter, madri a tempo pieno che non hanno ancora deciso se ci stanno bene dentro a quel ruolo, dove tocca  inventare giochi, passatempi, merende e storie, rubando tempo al lavoro, alla casa, a se stesse.

Cos’è che ci permette di andare avanti nonostante i giorni intrisi di fatica?

La pazienza delle donne attinge da un serbatoio inesauribile ed è la salvezza di chi le circonda, di chi non può vivere senza di lei, nonostante tutto.

E non è vero che la pazienza ha un limite, perché quel limite lì, lo spostiamo ogni volta un poco più in là, se serve.

Si chiama amore.

Cantami una canzone

Siamo una famiglia di musicisti e cantanti.

Mi correggo, mio marito e i miei figli sono musicisti e cantanti.

La mia conoscenza musicale è vergognosa, basti pensare che le ultime nozioni le ho apprese ai tempi della  scuola media, numerosi lustri orsono.

Però mi è sempre piaciuto cantare, l’ho fatto per anni nel coro parrocchiale e lo faccio tutt’ora mentre cammino sul tapis roulant oppure quando sono sotto la doccia.

Cantare ha un potere liberatorio, utilizzare parole scritte sapientemente  da persone capaci di interpretare il nostro stato d’animo permettendoci di esprimerlo, è qualcosa che ho sempre rispettato con profonda ammirazione.

Ma come dicevo, il resto della mia famiglia ha la musica che scorre nel sangue.

Mio marito possiede un organo (sì avete letto bene, abbiamo un organo in casa e ogni giorno ci allieta con melodie stile messa in casa).

La sua cultura musicale ha origini lontane, molto più lontane del tempo in cui ci siamo conosciuti.

Da lì giocoforza, anche i nostri figli hanno imparato a suonare uno strumento: pianoforte, chitarra, batteria, basso, ukulele e chi più ne ha più ne metta.

E poi cantano.

Ieri pomeriggio ad esempio era uno di quei momenti lì.

Momenti in cui il secondogenito ha iniziato a suonare e la terzogenita gli è andata dietro cantando.

Mi hanno dato l’ impressione di divertirsi un sacco.

Ecco, se mai nella vita mi fosse capitato di domandarmi perché avessi deciso di mettere al mondo dei figli, ebbene, una delle ragioni più o meno profonde è proprio quella di poterli sentire cantare.

I figli che cantano nella loro camera danno un senso alle giornate pesanti, riportano equilibrio nel creato, contribuiscono a rinfrancare gli animi, quando sembrano perduti.

Un figlio che canta ti sta facendo un regalo, ti dice sono chiuso nella mia camera perché sto bene da solo e ne ho bisogno, però lascio uscire un pezzetto di me per condividerlo con la famiglia, perché spero che questa cosa vi faccia stare bene.

Cantare significa avere le tasche piene di sogni, avere una carta da giocare quando la malinconia si insinua dentro inesorabile, quando non troviamo le parole per raccontarci e sappiamo che una canzone ci verrà sempre incontro.

Se regalerete ai vostri figli questa opportunità, poi quando meno ve l’aspettate e quando più ne avrete bisogno, farà ritorno al vostro cuore come un boomerang e tutta la ricchezza si spartirà.  

Il bicchiere mezzo pieno

Oggi mi va di vederlo mezzo pieno sto bicchiere.

Oggi mi va di trovare qualcosa di bello in questo isolamento forzato.

E’ Lunedì dopo Pasqua e mi domando cosa stavo facendo lo scorso anno in un giorno come questo.

Lo so cosa stavo facendo, quello che più o meno ho fatto ogni anno della mia vita a Pasquetta.

Mi stavo arrovellando per cercare una meta dove trascorrere una giornata all’aria aperta con marito, figli, amici, famiglia d’origine.

Una fatica a metterli d’accordo tutti, una fatica a trovare un posto al quale non avessero già pensato altre mille persone, una fatica a decidere l’orario di partenza, il cibo da portare appresso e soprattutto una fatica a guardare di continuo il cielo per capire come sarebbe stato il tempo. Perché Pasquetta è così, ti frega ogni volta, se fa caldo e parti leggero poi arriva il freddo e prima di sera sei malato, se fa freddo e parti coperto, prima di sera ti sei spogliato, hai fatto una sudataccia e prima di sera, sei comunque malato.

 E la sera, stanca ma felice (forse), pensi già all’indomani che si torna a lavorare.

Ok.

Oggi, lunedì di Pasquetta dell’anno 2020, ho dormito un po’ più del solito, non m’importa se fuori c’è il sole o piove, se tira vento o c’è un principio di estate.

Oggi si mangiano gli avanzi di ieri, e se ci va stasera prepariamo una bella pizza, non metto il naso fuori di casa, ma me ne sto qui sul divano comodamente seduta, a fare qualcosa che veramente mi piace fare: scrivere, qualcosa che mi rende felice, che mi appartiene e che non devo necessariamente condividere.

Questo è il mio bicchiere mezzo pieno.

E il vostro qual è?

Questo tempo di quarantena sia l’occasione per praticare del sano egoismo, per regalarci opportunità di benessere, prenderci rivincite dalla fatica quotidiana dei doveri che si susseguono uno dietro l’altro come grani di un rosario, perché alla fine, un po’ di spazio dentro e fuori di noi, ce lo meritiamo .