La forza dei sogni

I CONTENUTI DEL MIO BLOG: CONCORSI LETTERARI

CONCORSO LETTERARIO PAROLE DI DONNA QUARTA EDIZIONE
CONSULTA FEMMINILE CITTA’ DI LECCO

OPERA SEGNALATA – MARZO 2010

Stamattina mi ha svegliato un pensiero: io sono una persona per bene. Ho quasi 50 anni, un buon lavoro in uno studio notarile e vivo sola in un grazioso appartamento arredato con buon gusto che non necessitava di grandi pulizie fino a tre settimane fa, quando la mia vita ha subito uno scossone dal quale non mi sono ancora ripresa.

Di là nella stanza degli ospiti dorme Francesca mia nipote, la figlia di mia sorella Luisa molto più giovane di me e che praticamente ho cresciuto da sola perché i nostri genitori sono morti quando lei era ancora molto piccola. Abita a 200 km da qui e non chiama mai. Siamo completamente diverse: tanto precisa io, quanto disordinata e pasticciona lei. A diciotto anni è rimasta incinta, ma non si è mai sposata e con l’ostinazione che l’ha sempre contraddistinta, ha cresciuto Francesca da sola.

Di questo devo renderle merito per carità, però non ho mai condiviso le sue scelte estreme.

Francesca l’ho vista pochissimo nel corso degli anni e non è che la cosa mi sia pesata, non sono portata per stare con i bambini e poi avevo la mia vita.

Tutto questo fino a tre settimane fa, quando Luisa mi ha chiamata dicendomi che aveva bisogno di un piacere: tenere Francesca con me fino alla fine dell’anno scolastico.

Siamo a Gennaio, dico io, mancano più di sei mesi, e tu questo lo chiami piacere? Piacere è chiedere in prestito dei soldi, un vestito, la casa al mare, piacere è farti la spesa o stirare le camicie, non prendermi in carico una ragazzina di 14 anni che non vedo da almeno dieci.

Dico la verità, mi sono sentita morire.

“Ma che diavolo stai combinando Luisa?” ho sbottato al telefono.

“Non ho combinato proprio niente, ho davanti mesi difficili e lei è in un età delicata, non posso rischiare che perda un anno di scuola e non ho nessun altro a cui affidarla. Sei mia sorella accidenti ed è la prima volta che ti chiedo un piacere, non puoi negarmelo”.

“E va bene portala qui, ma lei cosa ne pensa?”

“Lei è furiosa con me, con te e con il mondo intero, ma tutto questo non ha importanza. Grazie Marta, ci vediamo Domenica”.

Al loro arrivo Francesca mi ha salutata a malapena, si è rifugiata nella sua camera senza dire una parola e ha acceso la musica a tutto volume. Luisa invece era di un pallore estremo, dimagrita e per niente in forma. Si è seduta sul divano e ha chiuso gli occhi sfinita.

“Allora? Posso almeno sapere in che pasticcio ti sei cacciata?”

“Marta, ho il cancro”.

Credevo di essere una donna forte, temprata dalla vita, ma in quel momento, mi sono resa conto che davanti a certe parole, non c’è modo di difendersi perché scivolano dritte a spezzare il cuore.

 “Luisa, cosa dici? Sei sicura?”

“Sì Marta sono sicura, ho già fatto tutti gli accertamenti e mi devo sottoporre ad una chemioterapia pesantissima prima di fare l’intervento. Per questo ti ho portato Francesca. Lei non deve vedermi in questo stato, ha solo 14 anni e non è giusto caricarla di questo peso. Ho già parlato con la scuola e non ci saranno problemi per l’inserimento”.

“Sì ma tu? Chi si prenderà cura di te?” domando con un filo di voce.

“Non devi pensare a me, lo so che non sarà facile, ma credimi Marta, sapere che Francesca è al sicuro renderà davvero tutto più semplice.”

La vedo così minuta e così forte al tempo stesso, la sorella che ho cresciuto cercando di proteggerla dal mondo intero. E’ sempre andata in cerca di guai, di cattive compagnie, di provocazioni. Per tutta la vita ho pensato di essere una pessima sorella, e adesso che mi si presenta l’occasione di farle capire che le voglio bene, non posso proprio tirarmi indietro.

“Farò tutto il possibile per aiutarti Luisa non preoccuparti”.

Restiamo d’accordo che non la chiamerò, si farà viva lei, ma soprattutto Francesca non deve sapere che lei è malata. Tutto ciò che sa è che sua madre ha avuto una grossa opportunità di lavoro e deve partire per il Canada.

Appena se n’è andata ho raggiunto Francesca in camera e le ho chiesto di abbassare il volume. Per tutta risposta lei mi ha guardato con aria di sfida e mi ha detto solo poche parole.

“Chiariamo subito una cosa: io sono incazzata nera e non c’è niente che tu possa dire o fare per farmi cambiare idea su mia madre e sulla scelta che mi ha imposto è chiaro? E adesso lasciami in pace”.

Da quel momento è guerra fredda. Io sono via tutto il giorno e lei va e viene da scuola, studia pochissimo, mi riduce la casa un porcile, è disordinata sciatta e non si lava. In più si mangia le unghie con una ferocia che mi spaventa. La voglia di prenderla a schiaffi si fa sempre più impellente.

********

Sono tre settimane che andiamo avanti così, anzi indietro a dire il vero, non abbiamo fatto progressi, non riusciamo a dialogare, lei studia poco e io in ufficio sono  distratta e combino poco. Insomma un disastro. Senza contare la preoccupazione per mia sorella.

Oggi è sabato, avrei voluto dormire un po’ di più ma non posso. Francesca è andata a letto tardi ieri sera e ha lasciato in giro uno schifo come al solito. Ma come si permette? Avrei voglia di andare a svegliarla con uno strattone e obbligarla a darmi una mano nelle pulizie, ma poi ci rinuncio perché più dorme e meno combina guai.

Arriva in soggiorno che è quasi mezzogiorno con i capelli arruffati e gli occhi gonfi di sonno. Non mi ero resa conto di quanto fosse magra.

“Ciao Francesca c’è della spremuta di arancia in frigorifero io vado a fare la spesa”.

Lo apre senza dire una parola, poi quando lo richiude, si sofferma a leggere una frase che ho appeso qualche tempo fa perché mi piaceva molto.

“Se piangi non ti rimane il rimpianto del pianto, ma se sogni, ti rimane sì il rimpianto del sogno. Perciò non sognare, ma preferisci un pianto ad un sogno”.

“Beh? Che c’è ora?” domando perplessa.
“No, niente” risponde  “ è solo che…”
“Sì?”
“Credo di non aver mai letto niente di più triste in vita mia”.
“Suvvia non esagerare, è soltanto una frase”.
“Veramente ti piace?”
“Non mi piace sognare Francesca, perché difficilmente i sogni si realizzano e quando ciò non avviene rimane solo una grande amarezza nel cuore”.

Lei mi fissa per un lungo momento, incerta se ribattere o meno, poi decide di sì.

“Io invece credo che i sogni aiutino a vivere e che adoperarsi per realizzarli sia quanto di più bello ci sia nella vita.”
“Mi dispiace deluderti mia giovane ragazza, ma io credo solo in me stessa, nelle mie capacità, in ciò che sono diventata dopo anni di sacrifici” rispondo forse un po’ troppo duramente. 
“Ma tu cosa ne sai dei sacrifici?” ribatte con rabbia “cosa ne sai della fatica che ha fatto mia madre per crescermi e non farmi mancare niente, perché i soldi non bastavano mai?”

Mi sento ferita ingiustamente.

“Francesca mi dispiace io non avevo idea che fosse così difficile, tua madre non mi ha mai detto niente…”

“Certo che non ti ha chiamata perché è una donna orgogliosa che ha sempre cercato di cavarsela da sola, però per piacere non mi venire a dire che per te la vita è stata dura, basta guardarsi intorno per vedere che vivi nell’agio”.

Non mi lascia nemmeno il tempo di rispondere e se ne torna di nuovo in camera. Se non fosse per sua madre l’avrei già messa alla porta da un pezzo. Mentre vado al supermercato ripenso a ciò che mi ha detto. Non è giusto che pensi che per me non sia stato faticoso. Non è colpa mia se Luisa non ha mai voluto proseguire gli studi, passando da una storia all’altra con la facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua. Cosa crede, che sia stato facile rinunciare ai miei sogni per lavorare tutta la vita nello studio di un notaio? Però adesso posso dirmi serena e senza problemi economici, accidenti, sono una formica, non una cicala.

                            **********************************

Francesca è qui da due mesi e io faccio ancora fatica ad accettarla. Sono stanca e penso a Luisa ogni momento della giornata. Ho fatto i colloqui con i professori e non mi sono per niente piaciuti. Francesca non contribuisce minimamente a migliorare la situazione. A due mesi dal suo arrivo la strada è ancora tutta in salita, ma per il bene di Luisa devo fare un ulteriore sforzo.

Nel pomeriggio quando la chiamo dall’ufficio non risponde, forse è da qualche compagna a fare i compiti. Decido di fermarmi a comprare pizza e coca cola prima di rientrare, così le faccio una sorpresa. Mi sento leggera mentre torno a casa, è come se fossi animata da una vena di ottimismo. In ufficio ho avuto una buona giornata, se so gestire un lavoro posso anche gestire una nipote tutto sommato. Ma quando entro in casa Francesca non c’è, non risponde al cellulare e non è nemmeno da qualche compagna.

“Gesu’ dove mai sarà finita?”

Mi prende un’ansia che non mi permette di stare in casa. Cosi rimetto il cappotto e scendo in strada per vedere se sta arrivando. Ma ho fatto due passi e la trovo all’angolo, spalmata sul muro mentre un ragazzino che sembra avere poco più della sua età, le sta mettendo le mani addosso con un’indecenza che mi fa salire il sangue alla testa. Del momento che segue ho un ricordo confuso, credo di aver gridato con quanto fiato avevo in gola facendolo scappare a gambe levate. Non dimenticherò mai lo sguardo di disprezzo con cui mi ha fissato Francesca soprattutto le parole che mi hanno sferzato il cuore come un frammento di vetro.

“Cosa c’è zia, sei invidiosa perché tu non l’hai mai fatto ?”

Non so da dove mi sia venuta la forza per darle quello schiaffo, e quando ho visto il suo labbro sanguinare ormai era troppo tardi.

“Come, come ti sei permessa? Io voglio tornare a casa da mia madre”.
“Certo ti piacerebbe vero?” ho risposto furiosa “per fare la sua fine magari? Farti mettere incinta dal primo che capita e rovinarti l’intera esistenza?”

Non sono io che pronuncio queste parole, non è possibile, non posso essere arrivata a tanto. Francesca si allontana correndo e nonostante la chiami non si volta nemmeno.

“Oddio cosa ho combinato?”

A fatica mi trascino in casa e senza nemmeno spogliarmi mi lascio cadere sul divano.

“Ho rovinato tutto” penso, “adesso mi odierà per davvero”.

Non so per quanto tempo sono rimasta così, poi ad un certo ho sentito la porta d’ingresso aprirsi. E’ lei che è tornata. Infreddolita, stanca, ha il rimmel sulle guance, traccia di lacrime. Per l’amore del cielo, come ho potuto infierire così su una ragazzina di 14 anni?

“Francesca, vieni qui un momento a sederti accanto a me, ti prego”.

Senza dire niente si avvicina e si siede accanto a me.

“Un pomeriggio di tanti anni fa, quando tua madre aveva pressappoco la tua età è scomparsa per una giornata intera senza dire niente a nessuno. Io sono tornata dall’ufficio e lei non c’era. Non c’erano i cellulari per poterla rintracciare, e dopo aver chiamato le sue amiche, disperata sono uscita e mi sono messa cercarla. Vagavo per la strada chiedendo a destra e a manca se l’avessero vista, ma di lei nessuna traccia. Continuavo a pensare alle parole di mia madre prima che morisse: “Marta ti prego prenditi cura di lei, prometti che non la lascerai sola”. E mi sentivo così responsabile da sbattere via la testa ogni qualvolta ritardava anche solo di mezz’ora.

L’ho trovata in un campo nomadi che fumava in compagnia di un ragazzo più grande di lei. Non ci ho visto più, ero come una pazza, l’ho presa per i capelli e l’ho portata a casa urlandole tutta la mia rabbia. È stato in quel momento che l’ho perduta per sempre, perché non avevo capito i suoi bisogni e i suoi desideri. Da quel giorno è stato tutto un declino fino a quando mi sono rassegnata e l’ho lasciata andare per la sua strada, rendendomi conto che non avrei mai potuto mantenere la promessa fatta a nostra madre. Convivo ancora oggi con questo senso di fallimento.

Quando ti ho vista con quel ragazzo mi è sembrato di rivivere la stessa scena, di nuovo ho sentito il sapore amaro della sconfitta e della paura, di nuovo qualcuno mi aveva affidato sua figlia ed io non ero in grado di prendermene cura.”

Francesca mi ha ascoltato in silenzio senza rendermi conto ha appoggiato la sua testa sulla mia spalla.

“Perché la mamma non mi vuole più?”

Quanto può reggere un cuore? Quante bugie si possono dire per risparmiare un dolore?

Non posso più tacere, perché la verità fa certamente meno male del sentirsi abbandonata.

“Francesca tua madre non ti ha abbandonata, è malata, ha il cancro e ha bisogno di curarsi. Non voleva che tu la vedessi, non voleva che ti sentissi responsabile per lei e mi ha chiesto di prendermi cura di te fino a che si fosse ristabilita”.

La sento singhiozzare in silenzio come un bimbo piccolo che ha paura del buio. Piano piano le accarezzo i capelli e penso che siamo come due naufraghi aggrappati l’uno all’altro nel disperato tentativo di non affondare. Forse è questo il bene che nessuna di noi ha mai sperimentato prima, forse di questo abbiamo un enorme bisogno.

“Mi porteresti da lei?”

Una nuova promessa ne cancella un’altra appena infranta.

                                               ****************

Brutto posto l’ospedale. Da quando siamo entrate Francesca non mi ha lasciato un solo momento la mano.

Sua madre si arrabbierà lo so, ma so anche che questa era la cosa giusta da fare. Davanti alla porta della camera ci fermiamo un momento e ci scambiamo uno sguardo.

“Pronta?” le chiedo con il cuore in subbuglio.

“Pronta”.

Entriamo in silenzio e improvvisamente un nodo mi chiude la gola.

Luisa è lì in quel letto così incredibilmente grande rispetto a lei, piccola e fragile. Ha perso i capelli ed è pallidissima, ha gli occhi chiusi, ma quasi come se sentisse la nostra presenza, li apre per un momento e poi li spalanca.

Francesca vola tra le sue braccia e capisco che non è più tempo di parole. Né di spiegazioni. C’è solo una realtà da affrontare e per quanto infinitamente dura e dolorosa possa essere, è la nostra realtà e non possiamo sottrarci ad essa.

Mi avvicino lentamente al letto e le avvolgo in un abbraccio stretto stretto.

“Andrà tutto bene” sussurro.

Ora capisco che non sono più i legami di sangue a tenermi unite a queste due donne, ma è il mio bisogno immenso di amare qualcuno e di essere amata. La mia forza basterà per tutte.

La forza dei sogni che diventano realtà.

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