Per il figlio che non ho mai avuto

Pubblicato su Confidenze N. 48 Novembre 2006

La penombra scende sulla mia casa, ma non ho voglia di accendere le luci.
Ho perso il mio bambino.
Pensarlo fa meno male che dirlo. Se non dai voce al dolore, non rimbalza di continuo come il rumore sordo di una palla, non echeggia come il grido di un’aquila fra le montagne.
Se il dolore si fa silenzio, forse prosciuga meno la voglia di vivere.
Otto anni di matrimonio. Dopo otto anni di speranza e illusioni, quando ormai eravamo rassegnati, accade che una mattina, una sottile linea rosa ci ripaga di tanta attesa, ci dice semplicemente che non siamo più soli e che da quel momento la nostra vita non sarà più la stessa.

Mentre sono qui distesa sul letto ad aspettare che le mie ferite in qualche modo si rimarginino, ripenso allo stupore di quella giornata, alla gioia incontenibile di Luca, mio marito che non smetteva di abbracciarmi. “Amore ma ci pensi? Avremo un figlio nostro! ”
Ridevo felice di questo entusiasmo.

“Eccola qui la felicità” ricordo di aver pensato quel giorno all’uscita dallo studio del ginecologo “apri la mano e ci sta dentro tutta, perché ha bisogno di piccole cose per realizzarsi. C’è un bambino che nasce e io sono la donna più felice di questa terra.”
Ricordare quei giorni mi fa ancora male, ma non posso farne a meno perché sono stati tra i più belli della mia vita.
Svegliarsi la mattina e pensare che non t’interessa se piove o se c’è il sole, se il tuo capo ha la luna storta o se i tuoi capelli non stanno in piega, tutto diventa talmente relativo che alla fine ti rendi conto che esisti solo per portare dentro di te questa creatura che cresce giorno dopo giorno e sei talmente concentrata in questo, che tutto il resto non conta più.

Tutto questo è durato dodici settimane.

Poi un sabato mattina mi sono svegliata con un senso di malessere. Sono andata in bagno ed erano lì. Due gocce, due minuscole gocce di sangue mi fissavano. Il cuore mi è balzato in gola. Ho chiuso gli occhi con la speranza che una volta riaperti sarebbero scomparse. Invece no. Adagio sono andata in soggiorno e ho chiamato il ginecologo che mi ha detto di raggiungerlo subito in ospedale e Luca che è volato a casa. Poi ho cominciato a piangere silenziosamente e non riuscivo più a smettere. Sentivo la disperazione crescere dentro il mio cuore fino a farlo scoppiare.
Quando ho fatto l’ecografia, sapevo già che il mio bambino non c’era più.
“Può succedere” mi ha detto “non si preoccupi, presto potrà provare di nuovo ad avere un altro bambino”.
Un altro bambino?
L’avevo guardato frastornata, incapace di parlare. “Io non voglio un altro bambino, io voglio il mio bambino, quello che portavo nel mio grembo, quello che già conoscevo, che ho amato fin dal suo primo alito di vita”.
E’ sconcertante vedere come nonostante il dolore ti tolga la voglia di continuare a vivere, tutto intorno a te rimanga immutato, ogni giorno si sussegue all’altro seguendo un preciso e misterioso ordine che t’impone di ricominciare, anche se non lo vorresti. Ma io non ho voglia di ricominciare. E’ trascorso un mese, e ancora tutto mi parla del mio bambino e continuo a sottrarmi alla vita perché, il tempo, solitamente balsamo per le ferite, stavolta ha su di me l’effetto contrario, più trascorre e più mi allontana dal desiderio di andare avanti. Luca cerca in ogni modo di rincuorarmi, mi ripete continuamente che dobbiamo rimanere uniti, che il nostro amore sarà la cura per guarire. Ma io sono sorda alle sue parole. Io voglio fermarmi. Io voglio il mio bambino.
Sento la porta d’ingresso aprirsi e capisco che è lui che torna.
Ogni giorno anticipa il suo rientro per non lasciarmi sola troppo a lungo.
“Amore dove sei?”
“Sono in camera, Luca”.
“Perché non accendi la luce? Cosa fai qui al buio?”
“Ho mal di testa, stavo riposando” rispondo cercando di essere convincente.
Sento che si toglie le scarpe e si sdraia accanto a me.
“Ho una sorpresa per te” dice mostrandomi un mazzo di chiavi. Non ho voglia di sorprese, non ho voglia di parlare.
“Cosa sono?” domando mio malgrado incuriosita.
“Me le ha date Carlo, sono le chiavi della sua casa di montagna. Noi ora prepariamo i bagagli e ce ne andiamo per una settimana”.
Carlo è il migliore amico di Luca. Anche sua moglie Ileana mi vuole molto bene, so che mi ha cercato spesso durante questo mese, ma mi sono sempre rifiutata di vederla. Lei e Carlo sono sposati da diversi anni e non hanno figli perché non ne vogliono. Lei ama molto il suo lavoro e spesso mi ripete che ha faticato tanto per guadagnare la posizione in cui si trova , e un figlio la costringerebbe a fare delle rinunce.
“Non credo proprio che sia una buona idea Luca”.
“Mara, ascoltami, abbiamo bisogno di allontanarci dai ricordi. Noi amiamo la montagna, ti ricordi quante escursioni abbiamo fatto da fidanzati?”
“Non ho voglia di vedere nessuno ti prego” insisto.
“La casa si trova ad Arosa, in Svizzera, a 1800 metri d’altitudine, Carlo dice che quando ci arrivi finisce la strada. Sono convinto che ci potrà fare solo bene andare via da qui per qualche tempo. Mara, dammi l’opportunità di guarire la tua ferita”.
Le sue parole mi fanno spuntare due lacrime agli occhi, e capisco che non posso continuare così.
“E va bene partiamo”.
L’indomani vola via dedicato ai preparativi, ho tirato fuori gli scarponcini che non usavo da tempo, i pile, i piumini. L’idea di andare al freddo non mi riempie di entusiasmo, ma il pensiero di una città caotica sarebbe peggio.

Al nostro arrivo troviamo un appartamento rifornito di tutto il necessario e Arosa è davvero carina.
I giorni volano via veloci, il tempo è stupendo e ogni giorno Luca ed io facciamo lunghe camminate.

Un pomeriggio ci chiama Carlo per sapere se va tutto bene.

Suggerisco a Luca di invitarli qui per qualche giorno perché improvvisamente ho desiderio di incontrare amici cari e trascorrere un po’ di tempo con loro. Probabilmente non aspettavano altro perché promettono di raggiungerci per l’indomani. Il loro arrivo rende queste vacanze ancora più piacevoli. Carlo è il solito simpaticone e Ileana mi sorprende per la sua inaspettata dolcezza nei miei confronti.
“A cosa stai pensando?” mi domanda Ileana vedendomi silenziosa un pomeriggio durante una camminata.
“Al mio bambino” rispondo d’impulso.
“Ti capisco Mara, anche se può sembrarti strano”.
“Credevo che tu non amassi i bambini” rispondo.
“Carlo ed io abbiamo sempre lasciato credere di non desiderare figli, in realtà ho subito un delicato intervento diversi anni fa che mi ha reso sterile.”
Questa confessione mi lascia senza parole. Credevo di conoscere bene la mia amica, in alcuni momenti avevo persino criticato le sue scelte e ora scopro che il suo bagaglio di sofferenza è quasi più grande del mio.
“Ile mi dispiace tanto, io non sapevo, non potevo immaginare” riesco a mormorare.
“Nessuno lo sa, soltanto la mia famiglia, perché ho preferito che la gente credesse che non volessimo avere figli piuttosto che subire i loro sguardi compassionevoli”.
“Io sono tua amica Ileana, non avrei mai potuto provare compassione nei tuoi confronti”.
“Anche io ho pensato la stessa cosa quando non hai voluto vedermi per settimane dopo aver perso il tuo bambino e questa cosa mi ha ferita profondamente, ma Carlo mi ha aiutato a capire che se prima io non ti avessi aperto il mio cuore, non avrei potuto meritarmi la tua fiducia. Per questo abbiamo accettato volentieri di raggiungervi qui per qualche giorno e poi volevamo darvi una notizia importante. Due anni fa abbiamo presentato domanda per adottare un bambino e finalmente ci hanno comunicato che il prossimo mese potremo andare in Romania per conoscerla e portarla a casa con noi. Ha cinque anni e si chiama Katja”.
“Ma…è meraviglioso Ileana” l’abbraccio forte e di fronte alla gioia dei nostri amici il cuore si fa più leggero.
Ognuno di noi si porta dentro un dolore con il quale non ha mai fatto pace, me se trovassimo il coraggio di condividerlo, potremmo scoprire nuove modalità per affrontarlo, potremmo imparare dagli altri preziose lezioni di coraggio e determinazione.
Penso che sia giunto il momento di fare ritorno a casa.

**************

Ritiro la posta e trovo una cartolina da Arosa.

E’ dei nostri amici Carlo e Ileana che si sono trasferiti là per qualche settimana con la piccola Katja della quale sono già innamorata. Vogliono trascorrere un periodo di tranquillità per imparare a conoscerla e io sono sicura che saranno dei genitori meravigliosi. Da quando è arrivata questa bambina, Luca ed io andiamo spesso a trovarli per poter stare più tempo con loro. Ho ripreso il lavoro e la consueta vita di tutti i giorni ma sono molto serena. Al ritorno da Arosa ho cominciato a fare un po’ di volontariato presso un’associazione in difesa della vita che si occupa di offrire assistenza e conforto alle donne che come me hanno vissuto il trauma di perdere il loro bambino e alle ragazze madri che hanno bisogno di un aiuto concreto. Quanto a me e Luca, abbiamo deciso di provare di nuovo ad avere un bambino, se il Cielo vorrà, ma di una cosa sono certa, finché avrò il suo amore, andrà tutto bene.         

5 pensieri su “Per il figlio che non ho mai avuto

  1. gessica

    …..e nulla….mi fai sempre piangere Gio!!!!! Meraviglia pura. Ho atteso il mio primo bimbo per oltre due anni, esami anche “faticosi” e poi una cura ormonale ed è arrivato ……..se non fosse stato così nel mio cuore sapevo gia’ che avrei seguito iter per l’adozione, ammiro tanto chi ha il coraggio di seguire questa “strada” . Sulla condivisione sai bene come la penso, con-dividere aiuta sempre , nelle gioie e nei dolori…… ti stringo fortissimo!!!!!

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  2. Fra

    Gio cara, grazie per aver espresso un sentimento comune a molte donne.
    Io ho perso due bimbi prima di avere Lorenzo.
    E’ stato un dolore lacerante, un lutto a cui solo da poco ho imparato a dare “dignità”, grazie alle parole di un’amica.
    Sai, nella mentalità comune, gli aborti spontanei sono cosa così naturale e il mondo è così pieno di tragedie più grandi che mi sono sempre sentita un po’ stupida nel pensare a queste mie due perdite come un dolore legittimo. Questa mia amica (che ha perso la sua bimba subito dopo il parto), durante un momento di confidenze, mi ha aiutata a capire che non conta quanto il tuo bimbo è stato dentro di te, ma è l’amore che hai riversato, la presenza nella tua vita, il suo già esserci, da subito, l’importanza che per te ha avuto che fa di questa perdita “comune” un vero e proprio lutto che una donna si porta dentro e dietro per sempre.
    Ricordo, come la tua Mara, di quella prima gravidanza la gioia immensa, la sensazione di camminare veramente a un metro da terra, il sentirmi quasi “magica”: avevo dentro di me una vita! Un miracolo pazzesco. Queste sensazioni sono state uniche, legate solo a questo figlio perduto, perché è stato il primo e perché nelle altre gravidanze la paura che riaccadesse (esponenziale alla terza gravidanza, visto che anche la seconda era finita a 12 settimane) è stato il leitmotiv che le ha accompagnate.
    E a tale gioia, così unica nella vita, si accompagna il ricordo del dolore, tornata dall’ospedale dopo il raschiamento. Io e Marco, nella nostra stanza, al buio, seduti uno accanto all’altra, le lacrime che scendevano silenziose, il calore dell’abbraccio, la condivisione dei cuori sofferenti.
    Poi la vita è arrivata, Lorenzo e Viola ce l’hanno fatta. I loro fratelli li vegliano dal Paradiso.

    Scusami per questa “sbrodolata” … si vede che mi hai donato l’occasione per tirarla fuori.

    Ti abbraccio

    Fra’

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    1. Fra, è la “sbrodolata” più emozionante che abbia mai letto. Ti ringrazio tanto per questa condivisione così intima e hai perfettamente ragione, quello di perdere un bimbo prima di averlo partorito è un dolore che merita di essere riconosciuto con dignità e rispetto.
      Ho attraversato anch’io molto tempo fa questa esperienza dolorosa e posso dire che rimane nel cuore una piccola ferita che non si dimentica. Ti abbraccio.

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