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Un blog per la risalita

Pubblicato su confidenze N. 50 Novembre 2020

Storia di Come, Quando e Perché è nato questo blog

Se non respiri attraverso la scrittura, se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo, allora non scrivere, perché alla nostra cultura non serve.
Anaïs Nin

L’idea è arrivata all’improvviso durante uno dei pomeriggi sonnolenti e pigri del lockdown. Per una persona attiva come me, sempre in movimento, con tanti pensieri per la testa e mille attività in corso, fermarsi improvvisamente era stato molto più faticoso di quanto non volessi ammettere.

Una famiglia che non faceva altro che chiedere di nutrirsi, un frigo sempre vuoto, una casa che non ne voleva sapere di rimanere pulita per più di due ore consecutive, due gatti, un cane e una tartaruga da accudire, stavano diventando una prigione dalla quale non riuscivo più a evadere.

Nonostante tutte queste incombenze di cui occuparmi, mi rimaneva ancora del tempo libero durante la giornata che sentivo il bisogno di riempire in qualche modo. E così un pomeriggio dopo aver pulito casa, ordinato la spesa, fatto un quantità esagerata di lavatrici, ho messo mano al PC per dedicarmi  finalmente a qualcosa che ho sempre amato fare: scrivere.

All’inizio non sapevo bene da che parte cominciare, di solito il tempo che dedico alla scrittura è un tempo rubato, sottratto alla mia famiglia, vissuto sempre con tanti sensi di colpa, e invece quel giorno lì ho capito che mentre ciascuno si dedicava senza rimorsi alle proprie piacevoli attività, pure io volevo provare questa bella sensazione.

Il lockdown aveva fatto scaturire in me tanti pensieri, tante riflessioni che avrei voluto condividere con qualcuno ma non sapevo con chi e in che modo.

Poi mi è venuta un’idea.

Proprio mentre me ne stavo sul divano comodamente seduta, ho immaginato che come me chissà quante altre donne si ritrovavano a godere di quel tempo regalato, domandandosi cosa farne.

Avevo seduto accanto mio figlio che sonnecchiava e gli ho chiesto: “Come si fa ad aprire un blog?”

Ha aperto un solo occhio e guardandomi pigramente ha risposto: “Usa wordpress che è semplice e per te va bene”.

Ignorando l’ultima parte della frase che stava evidentemente a significare che non sono più così giovane e brillante da potermi permettere attività al PC troppo complicate, ho ascoltato le brevi e concise istruzioni che mi ha dato e senza scoraggiarmi ho cominciato a cimentarmi.

Inizialmente non avevo ben chiaro a chi mi stessi rivolgendo e di cosa volessi esattamente parlare, così mi sono lasciata un po’ trasportare dal bisogno di dare voce ai pensieri che mi passavano per la testa.

A poco a poco ho capito che ciò che scrivevo in verità era rivolto soprattutto alle donne che come me si sentono in colpa ogni volta che si dedicano del tempo, alle donne che non si siedono mai e se lo fanno, stanno in pizzo alla sedia pronte a scattare in piedi se qualcuno dei familiari avanza una richiesta, donne che siedono solo per confortare qualcuno, per prendere in braccio un cucciolo d’uomo o di animale, o ancora per stare a una postazione di lavoro otto ore al giorno.

Le ho invitate a raccontarsi e ad ascoltarsi tirando fuori le emozioni, i mal di pancia, i giorni che funzionano e quelli che sembrano rotti e da buttare, quelli che volano e  quelli interminabili.

Insomma ho cominciato a scrivere e non mi sono più fermata.

A volte mi chiedevano “Ma di cosa si parla nel tuo blog?”

E io rispondevo : “Di ciò di cui le donne vogliono parlare: di ricette, di serie tv, di film, di libri, ma anche di amicizia e di amore e di fatica, di desiderio di cambiamento, di bisogni, aspettative, rimpianti e rimorsi, tutto condito con un pizzico di curiosità e leggerezza”.

Per la prima volta nella mia vita ho scoperto la dimensione della scrittura che prediligo, scrivere per dare voce ai miei pensieri, alle mie emozioni, alle mie storie e offrire a chi mi legge l’opportunità di rispecchiarsi in esse, per decidere a loro volta di raccontarsi e di scoprire il loro valore.

Ma nel momento in cui cominciavo a credere in questo bellissimo progetto, mio marito già gravemente malato da tempo, veniva a mancare nel giro di pochissimo tempo, lasciandomi nel dolore e nello sgomento.

Non voglio raccontare di ciò che significa perdere l’amore della propria vita, aver condiviso per oltre trent’ anni pensieri, parole, progetti, aver riso e pianto e litigato e fatto pace e guardato infinite serie tv e aver camminato su spiagge deserte d’inverno o dentro il traffico caotico di Milano e pensare di non poterlo più fare.

Tutto questo ti viene lasciato solo sottoforma di ricordo, ciò che hai avuto la fortuna di vivere resta nel cuore, nel corpo, nella mente, ma ciò che non hai vissuto non ti sarà più concesso di vivere.

Dopo il trambusto del funerale, seguito dalla lentissima ripresa post Covid, ho riaperto il mio blog che avevo messo in stand by e ho creato una nuova pagina dedicata a mio marito dove ogni tanto sentivo il bisogno di lasciar cadere qualche frammento di memoria a volte meraviglioso e a volte lacerante.

La vita riconquistava adagio il suo ritmo e a me mancavano quei giorni tutti uguali dei quali ci lamentiamo spesso, quella quotidianità che ci fa credere che non potrà mai accadere nulla di male finché tutti i giorni saranno uguali a se stessi.

Certe mattine mi svegliavo, guardavo la sua foto che tengo sul comodino e mi dicevo che dovevo alzarmi da quel letto almeno per i miei figli che non meritavano altro dolore oltre a quello già vissuto.

Ho sentito il bisogno di condividere quanto mi sentissi sola e infelice, ma anche quanto prepotente sentivo dentro di me l’urgenza di andare avanti con la mia vita seppur mutilata da questa perdita.

E le persone, tutte quelle persone che non ero pronta a rivedere, perché temevo che mi spezzassero il cuore per i ricordi che evocavano, hanno cominciato a darmi forza, speranza, spazio, stando a un passo da me, ma sempre accanto per tutto il tempo necessario.

Inconsapevolmente sono diventata strumento di coraggio per chi sta attraversando un lutto doloroso.

“Vorrei avere la tua fede, la tua serenità, la tua forza” mi scrivevano.

In realtà non sanno che attingo dal loro affetto il senso del mio andare avanti, che finché loro crederanno che ce la posso fare, ci crederò anch’io.

Continuo a scrivere per curare i miei giorni malinconici e sentirmi meno sola, scrivo per chi sta attraversando un momento difficile o per chi semplicemente trova piacere nel leggermi, perché mi sono accorta che alla fine  i sentimenti che proviamo sono simili e condividerli alleggerisce la fatica del vivere quotidiano.

Ho imparato ad anteporre la scrittura ai doveri familiari, perché ho capito che alla fine nessuno muore di fame e se le magliette non sono stirate vanno bene lo stesso e la voce lamentosa che sentivo con insistenza per avere tutto e subito non veniva da fuori, ma era dentro di me.

Mi hanno regalato una poesia dopo la morte di mio marito che rileggo ogni volta che sento il bisogno di una spinta e c’è una frase che amo particolarmente:

E impari a costruire tutte le tue strade su oggi
perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani
ed i progetti futuri hanno modo di cadere a metà del volo.
E impari che puoi davvero sopportare, che davvero sei forte

e che davvero hai un valore
e impari e impari, con ogni addio, impari.
Dopo un po’ – Veronica A. Shoffstall

A volte pensiamo con presunzione che il nostro futuro sia già definito e chiaro, io credevo di invecchiare accanto a mio marito e di vedere crescere con lui i nostri nipoti. In realtà nulla del domani ci appartiene e qualche volta i sogni si spezzano.

Tocca allora ricominciare, trovare nuove strade da percorrere, rimettersi in gioco anche se con sgomento e un po’ di paura.

Ma la vita è anche questa cosa qui.

C’è una forza dentro ciascuno di noi, che ci spinge a mettere un piede dopo l’altro, anche se pensavamo di non essere più in grado nemmeno di stare in piedi.

Che sia un blog, un corso di pittura, un salotto letterario, un gruppo di cammino , un impegno di volontariato o qualunque cosa  sentiamo il desiderio di sperimentare, vale la pena provarci perché sono tutte mani tese che ci aiutano a risalire da quel pozzo di infelicità nel quale per tante ragioni siamo precipitate. 

Ognuno trova un nuovo spazio dentro il quale stare senza che faccia troppo male e va avanti, in cerca di una nuova ragione di vivere.

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Persona di cuore

pubblicato su Confidenze N. 40 ottobre 2016

Qualcuno ha detto che si può sopportare qualsiasi cosa se la si racconta.

Ho una vita agiata, ho ereditato con mio fratello l’azienda paterna, che insieme abbiamo gestito con successo fino a due settimane fa, quando un incidente stradale lo ha ucciso sul colpo strappandolo alla sua vita meravigliosa.

Carlo era il mio unico fratello, maggiore di cinque anni. E’ stato il mio eroe fin da bambino, a lui devo tutto ciò che sono diventato.

Quando mio padre ha deciso di lasciare l’azienda, voleva tagliarmi fuori perché Carlo era il fratello perfetto, mentre io me ne ero andato da casa già da tempo. Mi sono sempre divertito, niente legami, qualche lavoro qua e là giusto per mantenermi, ma niente responsabilità. Carlo è venuto a prendermi e mi ha riportato a casa. O insieme o niente.

Solo anni dopo ho capito che affidandomi delle responsabilità, come aveva sempre fatto fin da quando eravamo piccoli, mi ha offerto la possibilità di diventare un uomo.

In pochi anni abbiamo raddoppiato il fatturato dell’azienda e avevamo in progetto ancora tanti investimenti, poi l’incidente e da quel momento, una discesa di dolore inarrestabile, una rabbia che non mi permette di andare avanti.

Senza di lui sperimento per la prima volta il peso della solitudine, la fatica di affrontare da solo tutto quanto e non riesco a voltare pagina. Continuo a pensare che sarei dovuto morire io, che lui ha lasciato una moglie e un figlio, mentre nessuno avrebbe pianto per me. Ma il destino commette errori enormi talvolta e noi non possiamo rimediare, ma soltanto adeguarci.

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La felicità altrove

pubblicato su Confidenze n.25 giugno 2017

Ho sempre pensato che la mia storia d’amore fosse già scritta. Ne ero felice.

Mi sono innamorata di Giacomo quando avevo vent’anni. Una sera durante un’uscita con amici, c’era anche lui, spuntato fuori da non so dove.

All’inizio non gli ho dato troppa importanza, poi me l’hanno presentato e abbiamo cominciato a parlare del più e del meno, niente di che, ma è bastato perché il mio cuore cominciasse a mandare strani segnali.

Abbiamo iniziato a frequentarci, abbiamo conosciuto le rispettive famiglie, abbiamo vissuto e goduto di questo amore per tanti anni, e una volta terminati gli studi e trovato un lavoro, io ero pronta a mettere su famiglia.

Giacomo ha cominciato a parlare di convivenza.

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