NON SARÒ MAI PIÙ SOLA

Pubblicato su Confidenze N. 6 – Febbraio 2010

di Giovanna Fumagalli Biollo

Sono di nuovo sola. Non faccio che pensare e ripensare a questo. Anche adesso che sono seduta qui in pizzeria e guardo l’orologio un po’ innervosita dal ritardo di Angela, il mio pensiero fisso è che sono di nuovo sola. Ripenso a cosa sono stati questi anni per me e mi appaiono d’un tratto così lontani. Ho cinquant’anni, pochi per pensare di non avere più nulla da dare e da ricevere, troppi per anche solo lontanamente immaginare di poter ricominciare da zero. Ho inseguito così a lungo la felicità che quando lei mi è venuta incontro, mi sono voltata indietro perché ero convinta che non stesse cercando me. Avevo quasi smesso di crederci. Sono un’insegnante e fino a cinque anni fa ero la classica single, quella che una volta chiamavano impietosamente zitelle, dedita all’insegnamento e ai miei ragazzi. Avevo così ben costruito la mia esistenza su correzioni di compiti in classe, impegno politico, gite con il CAI e genitori anziani da accudire, che mi ero persino illusa di avere una vita piena e soddisfacente. Insomma a quarantacinque anni bisogna crederci che la nostra vita ci appaga completamente, altrimenti quello che rimane è il nulla.

Io vivevo così. Poi quando ho conosciuto Renato ho capito che fino a quel momento il mio era stato soltanto un semplice andare avanti. Non avrei mai creduto di innamorarmi così perdutamente alla mia età, peggio di un’adolescente alle prese con la prima cotta della sua vita. Insomma per farla breve un anno dopo eravamo già marito e moglie. Ho cominciato a gustare la vita, ma sul serio. E’ come se fino a quel momento fossi rimasta in stand by, in attesa non so nemmeno io di cosa, come viaggiare a bordo di un treno senza scendere mai, a nessuna fermata e limitarsi a guardare il paesaggio fuori dal finestrino. Sposando Renato ho capito cosa significa prendersi cura di qualcuno, mettersi nei suoi panni, amare così tanto da essere pronti a sacrificare se stessi per il bene dell’altro e fare qualunque cosa pur di non ferirlo. Ho capito perché il buon Dio ha creato i tramonti, gli arcobaleni e l’alba al mare in una mattina di inverno. Ho capito cosa significa la bellezza dello stare insieme, ritrovarsi la sera in una casa calda e accogliente, mangiare insieme e non buttare giù un boccone davanti alla TV, ma cenare come un’occasione di raccontarsi la giornata, anche le piccole cose, e ti pare di vivere una vita speciale tutti i giorni. E dormire insieme, ascoltare il respiro dell’altro e lasciarsi cullare come una ninna nanna e fare l’amore tutte le volte che lo desideri e sentirsi appagata e completa. Oddio quanto sono stata felice in questi quattro anni. I miei ragazzi a scuola erano sorpresi e piacevolmente stupiti da questo mio cambiamento. Da donna sicura di sé, realizzata, decisa, ero diventata così vulnerabile da commuovermi se una mia allieva era in crisi perché il suo ragazzo l’aveva lasciata o se aveva problemi in famiglia. L’amore ti cambia, ti muove dentro e storie non ce ne sono. E se mi guardo indietro sono convinta che i quattro anni trascorsi con Renato siano stati in assoluto i più belli della mia vita. Ma la mia storia non era stata ancora scritta fino in fondo e nessuno conosceva il finale. Nove mesi fa Renato è morto tra le mie braccia per un infarto. Stavamo facendo un’escursione in montagna e all’improvviso mi ha detto che si sentiva stanco, voleva fermarsi un attimo. Ci siamo seduti sopra un sasso gli ho dato da bere e lui si è accasciato. L’ho sorretto al volo pensando ad uno svenimento, ma poi ho capito che era qualcosa di grave, allora ho chiamato il 118 e sono arrivati a prenderlo con l’elicottero, anche se ormai non c’era più niente da fare. Cosa si prova a perdere qualcuno che ami? E’come una ferita che non smette mai di sanguinare. E’ stato come se il cielo si fosse oscurato e tutta l’aria che c’era intorno a me, fosse venuta a mancare e al posto della terra sotto i miei piedi si fosse creata una palude nella quale mi sentivo sprofondare inesorabilmente. All’inizio ho creduto di impazzire, poi la ragione e la rassegnazione a poco a poco si sono fatte strada dentro di me e ho capito che dovevo semplicemente tornare alla mia vita di prima, quella da zitella, quella per la quale probabilmente ero predestinata, e che Renato era stato semplicemente un grande immenso e meraviglioso regalo che ora non c’era più. Piano piano ho ripreso a lavorare, a fare la spesa, a riordinare la casa e occuparmi di nuovo di sostituire le lampadine bruciate, di portare fuori la spazzatura, di pagare le bollette. Sono tornata quella di prima. Solo con un vuoto dentro che nessuno colmerà più. E sono inesorabilmente e disperatamente sola. Stasera per la prima volta, ho accettato di uscire con un’amica che non vedo da tanto tempo. Ho fatto un’eccezione perché abita a 200 chilometri da casa mia e non la vedo da una vita. Eravamo compagne di università ed entrambe ci siamo dedicate all’insegnamento. Arriva trafelata e si scusa. Dopo i saluti ordiniamo la pizza e mentre addenta un boccone finalmente trova il coraggio di chiedermi come va. “Cosa vuoi che ti dica Angela” le ho risposto “il cuore è spezzato ma bisogna andare avanti. Ho ripreso la mia vita di prima e cerco di non pensare a quello che è stato. Lo vedi? Alla fine sono tornata come te al punto di partenza”. Lei si ferma con il boccone a mezz’aria e capisco di aver detto qualcosa che non condivide, anche se non so esattamente cosa. “Non starai parlando sul serio vero?” Certo che sì ho risposto e lei ha smesso di mangiare e mi ha guardata negli occhi. “Tu non capisci Luciana, che ogni esperienza ti cambia e non si torna mai indietro. Io sono rimasta ferma ai blocchi di partenza, ma tu hai corso una gara meravigliosa che ti ha aperto gli occhi e il cuore e hai visto cose stupefacenti e anche se qualcuno ti ha fermato con una crudeltà che ti ha spezzato il cuore, tu fino a quel momento hai corso”. Abbasso lo sguardo un po’ imbarazzata ma Angela sembra un fiume in piena e non riesco a fermarla. “Io sono rimasta lì, a vederti correre e amare e fare della tua vita un disegno prezioso, e adesso che sei tornata indietro, lo leggo nei tuoi occhi che non sei più quella di cinque anni fa, perciò non offendere la memoria di tuo marito dicendo che sei la stessa di prima, perché è certo che l’averlo conosciuto e amato ha fatto senza dubbio di te una persona migliore”. Sto di nuovo piangendo, ma lei ancora non ha finito. “Luciana, fai tesoro di quello che è stata la tua vita con lui, attingi da questa ricchezza per nutrire gli altri di sorrisi e parole e sguardi così che vedendoti possano pensare che sì Luciana ora è di nuovo sola, ma quanto perfetta è stata la sua vita e come ancora il suo sguardo luminoso parla per lei”. Ci salutiamo con un abbraccio, ma tornando a casa, mi sento irrequieta. Mentre preparo una camomilla mi cade lo sguardo sulla foto che ritrae me e Renato il giorno del nostro matrimonio e mi viene un’idea. Mi siedo alla scrivania e comincio a scrivere tutti i ricordi belli che mi tornano alla mente. Riempio dieci pagine e poi vado a dormire. Stamattina c’è come un’aria fresca che mi fa sentire più leggera. Ho deciso che quando la tristezza si farà più pungente, andrò a rileggere quello che ho scritto e mi nutrirò di questi ricordi e ripeterò a me stessa che sono una donna fortunata perché anche se per poco ho conosciuto l’Amore quello con la A maiuscola. Ci son persone che vivono una vita senza sapere come mai Dio ha creato i tramonti e gli arcobaleni, io invece lo so. E ogni volta che mi capiterà di vederne uno, penserò che non sono sola, non più. Mi tornano alla mente le parole di una canzone di Jovanotti: “Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo, io lo so che non sono solo, e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango”. Guardo fuori dalla finestra e sento che ce la posso fare.

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