PROFUMO DI AMMORBIDENTE

PUBBLICATO SU CONFIDENZE N. 44  OTTOBRE 2018

Non mi è mai piaciuto il silenzio. Sono cresciuta in una famiglia numerosa, con tre fratelli e due sorelle e c’era sempre un gran viavai in casa mia. Poi mi sono sposata e ho avuto tre figli meravigliosi che sono diventati il senso della mia vita u angolo di questa casa con la loro presenza. Mio marito è una brava persona ma come dicono loro, un po’ orso, insomma uno di quegli uomini con il quale fare conversazione non è molto semplice. Gran lavoratore con un senso del dovere oltremisura, mantiene la famiglia da trent’anni, ma niente di più, perché quando rientra a casa si siede sul divano, accende la tv e mi chiede a che ora si cena. In comune abbiamo sempre avuto molto poco, però avevo quasi trent’anni quando l’ho conosciuto e cominciavo a perdere la speranza di crearmi una famiglia, quindi,  non ho perso troppo tempo alla ricerca del principe azzurro.

Ho imparato a volergli bene, e la scorsa settimana abbiamo festeggiato trent’anni di matrimonio, i nostri figli sono laureati, hanno trovato un ottimo lavoro e davvero non posso desiderare altro dalla vita. Tutto l’amore che avevo dentro l’ho riversato su di loro, perché i figli, diciamoci la verità, li mettiamo al mondo anche per soddisfare il bisogno immenso che ci portiamo dentro di amare qualcuno e di essere amati. Per loro ho lasciato un lavoro che mi piaceva tanto e mi sono dedicata a tempo pieno al mestiere di mamma. Poi, a uno a uno se ne sono andati, e d’improvviso questa casa si è fatta silenziosa, vuota, pulita. Per la prima volta dopo anni, mi ritrovo in compagnia di qualcosa che non avevo mai sperimentato: il tempo libero. Stamattina ad esempio sono rimasta a letto a poltrire, perché non ho colazioni né pranzi da preparare, Carlo non tornerà prima di sera e già so che a mezzogiorno mi preparerò un panino. Quando c’erano i figli cominciavo a cucinare la mattina per la sera, spezzatini, arrosti, torte salate e dolci, ed era un piacere per me. Vedevo le mia amiche frequentare corsi di ginnastica, andare a camminare, fare volontariato, ma a me non interessava, la mia vita era tra le mura di casa mia a prendermi cura della mia famiglia, seguire i figli nei compiti, nelle attività sportive, accompagnarli in ogni dove, insomma esserci. E adesso che sono alla soglia dei 60, e i nipotini che ho tanto sognato tardano ad arrivare, io mi ritrovo così sola che mi viene da piangere al pensiero. Dove sono finiti i momenti trascorsi insieme? Attingo  in continuazione al pozzo dei ricordi, guardo album di fotografie  e ripenso  al tempo in cui questa casa traboccava di voci, risate e allegria. Mi mancano persino i litigi e le discussioni che ogni tanto esplodevano fra loro e che io cercavo di smorzare. C’è un tale senso d’inutilità dentro di me che mi lascia senza respiro. Stamattina prima di andare a lavorare Carlo mi ha consigliato di riordinare un po’ la soffitta e di liberarmi dei ricordi. Salto fuori dal letto, mi preparo e salgo a dare un’occhiata. Entrando mi assale una ventata di nostalgia. Sarebbe stato meglio lasciar perdere. Carrozzina, passeggino, lettino,box, girello, per non parlare dei due bauli che troneggiano in mezzo al locale. Perché non mi sono liberata di questa roba anni fa? Pensavo di conservare tutto per i nipotini, ma dubito che alle nuore potrebbero piacere. Forza Rossella, hai trovato qualcosa da fare, una bella ripulita ti metterà di buon umore. E’ una faticaccia ma piano piano porto giù tutto quanto e alla fine il giardino si è riempito in attesa andare in discarica. Decido di preparami un caffè e prendere un momento fiato prima della fase finale. Mentre mi concedo anche un biscottino sento suonare il campanello. Chi mi disturba in questa giornata di lavoro? Per fortuna è Anna la mia amica, perché sono proprio messa male, tutta impolverata con i capelli raccolti in qualche modo. “Rosy ma cosa stai combinando? Passavo di qua e ho visto fuori tutta quella roba, diventi nonna per caso?” La invito a bere un caffè e le racconto che è proprio perché non vedo nipotini all’orizzonte e mi sono stufata di aspettare che ho deciso di liberare la soffitta. “Adesso vado in discarica e prima di sera ho eliminato tutto”. “Ma quale discarica Rosy? E’ tutta roba in buono stato, perché non li porti al CAV, il centro di aiuto alla vita?” Non avevo mai sentito parlare di questa associazione, e scopro che c’è una sede a pochi chilometri da casa che ritira tutto quanto per metterlo a disposizione di mamme in situazioni di difficoltà economiche e sociali. Ok decido di andare fino in fondo e telefono. Mi risponde una signora gentilissima che si dimostra veramente interessata a tutte questa roba. Dice che mi aspetta volentieri nel pomeriggio e mi chiede se ho bisogno di aiuto per il trasporto, ma ho ancora la station wagon capiente e riesco a cavarmela da sola. Mi do una ripulita e parto. Quando raggiungo la sede rimango stupita. In realtà si tratta di una bella casa ristrutturata. Carmen, la responsabile, mi accoglie con gentilezza e quando si rende conto di quello che ho da regalare è davvero felice. “Ho portato anche un borsone di tutine, e abitini, sono un po’ datati ma ancora in buono stato, ci sara da dare una rinfrescatina a tutto quanto”. “Ah per quello non c’è problema, vieni ti mostro una cosa.” Appena entro sento un delicato profumo di ammorbidente, due signore che avranno all’incirca la mia età si stanno occupando di quello che viene definito guardaroba: loro lavano, stirano, cuciono se necessario, tutto ciò che arriva in sede, insomma tra le loro mani gli indumenti riprendono vita pronti per essere riutilizzati di nuovo. Tutto è ordinato e perfetto. Ma tu pensa che bello spazio. “Abbiamo accolto anche ragazze che volevano abortire e che trovando un’ accoglienza qui hanno cambiato idea. Arrivano ragazze straniere, alcune in fuga dai loro mariti violenti, cerchiamo di dare una mano a tutte” . Lascio tutta la roba, ma mentre faccio ritorno a casa, mi accorgo di aver lasciato in quella struttura anche qualcos’altro che non so come definire, sembrerebbe un pezzetto di cuore. Nei giorni seguenti ripenso a quel profumo di ammorbidente che regalava alla casa un senso di protezione e di accoglienza e dentro sento un rimescolamento che non mi da pace. Penso a quanto sia stato meraviglioso per me diventare madre e poter vivere questa esperienza nel conforto di una casa accogliente, con un marito, una famiglia e come invece certe donne debbano faticare, fuggire, soffrire per mettere al mondo dei figli. Qualcosa che dovrebbe essere una gioia immensa si trasforma in un incubo. Alla fine richiamo Carmen e le chiedo come posso rendermi utile. “E’ il cielo che ti manda, sai che Dolores si è rotta una gamba?” Dolores è una delle due volontarie che si occupava del guardaroba e adesso sono davvero in difficoltà. La sera a letto sorrido al pensiero di ciò che comincerò a fare da domani: lavare, stirare, piegare, cucire, tutte mansioni che so svolgere molto bene. Alle volte si pensa che per fare volontariato servano chissà quali competenze, mentre invece ciò che conta è il desiderio di rendersi utili e io non vedevo l’ora di provare di nuovo questa meravigliosa sensazione. Ho iniziato così la mia collaborazione al CAV, e qualche volta, se capita l’occasione, prendo tra le braccia qualche minuscolo angioletto e in quei momenti, mi pare di fare un salto indietro negli anni, e l’emozione mi fa battere il cuore a mille. E’ sorprendente vedere come certe cose non si dimenticano mai, cullare un neonato, canticchiare una canzoncina, o semplicemente  rimanere incantati a osservare il loro respiro mentre dormono. Mi sono tuffata a capofitto in questa avventura e a poco a poco quello spaventoso senso di inutilità che rischiava di soffocarmi, è svanito. Ancora non sono riuscita a capire cosa pensi Carlo di questo impegno, ma so che quando c’è stato bisogno di imbiancare i locali della sede, si è offerto di dare una mano. Le volontarie mi hanno detto che mio marito è davvero un brav’uomo e sono fortunata. Ho deciso che per il momento può bastare.

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