Insieme per costruire

Pubblicato su Confidenze N. 15 Aprile 2017

L’ago entra ed esce con regolarità dal tessuto, il filo lo segue docile e piano piano il ricamo prende forma.

Mi fermo un momento per sfregarmi gli occhi, ho passato la settantina da un pezzo e ricamare non è più così facile come una volta, ma non riesco a rinunciare a questa passione.

Ricamo da quando avevo sette anni, mi aveva insegnato la mia mamma con pazienza, perché ero una bambina ribelle desiderosa soltanto di correre a perdifiato nei campi di fronte a casa mia, piuttosto che stare seduta per ore a sforzarmi di non pungermi le dita.

Volevo essere libera come mio fratello, che è sempre stato il mio eroe.

E’ per lui che sto ricamando questa veste.

E’ un missionario e vive in Africa da quarant’anni ormai.

La sua è proprio una di quelle vocazioni che ti nascono dentro fin da bambino, e  rimangono per tutta la vita.

Ricordo ancora quando sono arrivati i missionari nella nostra parrocchia, tantissimi anni fa, erano simpatici, predicavano bene, non annoiavano come il nostro anziano parroco che parlava troppo di inferno e poco di Paradiso.

Luigino aveva 7 anni, e un giorno di ritorno dalla messa, si era messo a sedere dinanzi a mia mamma, l’aveva guardata negli occhi e le aveva detto: “Ma’io da grande voglio andare in missione in Africa.”

A me era venuto da ridere, e mi ero domandata come mai lei non lo avesse liquidato con una battuta com’era solita fare quando le sparavamo troppo grosse.

Era rimasta in silenzio per un momento fin troppo  lungo, e poi gli aveva detto: “Guarda che è un bel sacrificio, ma se è questo che vuoi, allora va bene”.

Non avevo mai visto mio fratello così determinato. Andava a messa tutte le mattine all’alba percorrendo un lungo tratto di strada a piedi, e aveva una luce negli occhi che non gli avevo mai visto prima.

“Luigino” gli avevo chiesto una sera, nel buio della stanza nella quale dormivamo  “ma davvero vuoi fare il prete? Sei così piccolo, magari cambi idea”.

“No, non cambio idea voglio fare il missionario, voglio andare in Africa ad aiutare i negretti”.

“Va bene” risposi “ti aiuterò come posso”.

Da quel giorno è iniziato il suo cammino e un po’ anche il mio. La vita ci ha tenuti distanti per un po’, lui in seminario, lo vedevo di rado, mentre io impegnata a costruirmi una famiglia. Poi quando è partito per la prima volta per il Kenya, mi sono resa conto di quanto avrei voluto partire con lui.

Nonostante la mia vita piena con un marito, due figli, tanto volontariato in ambito parrocchiale, tante amicizie e tanta pazienza nel prendermi cura dei miei genitori, sentivo sempre un vuoto dentro che si colmava solo quando ricevevo le lettere di Luigino, nelle quali mi raccontava della sua fatica di vivere in un paese così lontano, ma anche del suo entusiasmo nel condividere la vita con gente così aperta, sincera, povera ma dignitosa. Certo era un continuo rimboccarsi le maniche, ogni volta che cambiava comunità doveva ricominciare da zero. Servivano chiese, scuole, ospedali  e tutto questo senza un sostegno dall’Italia era impossibile da realizzare.

Negli anni sono andata diverse volte a trovarlo, ma non dimenticherò mai la prima volta che sono atterrata in terra africana. Avevo sentito parlare del mal d’Africa e ci credevo poco. Come è possibile, mi dicevo innamorarsi di una terra così povera? Poi quando sono arrivata alla missione, ho capito.

Il sole del Kenya non è il nostro sole, splende in maniera diversa, l’aria che respiri non entra solo nei polmoni, ma dentro ogni fibra del tuo corpo, il paesaggio che ti circonda, le albe, i tramonti riempiono così profondamente i tuoi occhi da non desiderare di vedere altro. E la gente, i bambini che ti vengono incontro e sorridono grati per una caramella o un palloncino, ti fanno capire quanto tempo perdiamo a rincorrere cose vane.

Li tutto è concretezza, ci sono campi da coltivare, chiese e scuole da costruire, e poi si balla, si canta, si prega. Forse è per questo che la sensazione che provo è quella di essere nel posto giusto.

Siamo diventati un bel gruppo e almeno una volta all’anno organizziamo una partenza. Molti tra cui mio cognato sono muratori e hanno insegnato tante cose alla gente del posto. Io con mia sorella e altre amiche mi occupo di pulire, cucinare, avvicinare le donne e i bambini, offrire la mia amicizia, qualche parola perché ne conosco poche, tanti sorrisi. Poi chissà come mai quando torno a casa ho la sensazione di avere le tasche più piene di quando sono partita. Perché alla fine, dedicarsi al prossimo, fa sempre un po’ questo effetto.

Per questo in Italia parenti e amici di Padre Luigino hanno dato vita a un’associazione onlus che si chiama INSIEME PER COSTRUIRE che ha lo scopo di supportare l’attività missionaria di mio fratello. Chi ne fa parte si adopera in Italia o in Africa, mettendo a disposizione del tempo per raccogliere fondi da inviare alla missione. Con l’aiuto dei nostri figli abbiamo anche creato un sito WWW.INSIEMEPERCOSTRUIRE.IT nel quale raccontiamo  tutto quello che facciamo.

Tra pochi giorni partirò di nuovo.

So che la mia partenza porta sempre un po’ di scompiglio nella mia famiglia, non sono più quella di una volta, lo spirito mi porta lontano, ma gli acciacchi cominciano a farsi sentire e mi rendo conto che questa cosa li preoccupa non poco.

Certo il viaggio è faticoso, non tanto per il volo, quanto per il tragitto che dobbiamo percorrere per raggiungere la missione che si trova a oltre 2000 metri di altitudine. Le strade sono in pessime condizioni e i mezzi molto malandati. Ricordo che una volta abbiamo corso un grosso rischio uscendo di strada e ribaltandoci giù per un burrone. Ancora oggi  mi domando come abbiamo fatto a uscirne tutti miracolosamente illesi.

Ma finché avrò salute non lascerò mio fratello, perché gliel’ho promesso che per lui ci sarò sempre, e così sarà fino all’ultimo giorno. Lui ha fatto una scelta importante, ha dedicato la vita ai suoi negretti, ma non sa che in questo modo, ha dato un senso anche alla mia.

Ho imparato tante cose da lui e dall’Africa.

Ho imparato da mio fratello, che è la persona più generosa che io abbia mai conosciuto, che se dai con gratuità, ricevi il centuplo, e ti basta per una vita intera.

Madre Teresa diceva:

Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno. Non possiamo fare grandi cose su questa Terra, solo piccole cose con grande amore”.

Guardo con soddisfazione il ricamo sulla veste, ho fatto un buon lavoro. Quando la indosserà per dire messa, sarà come essere lì ad avvolgerlo in grande abbraccio.

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