La famiglia che vorrei

pubblicato su Confidenze n. 22 Maggio 2019

“Ma di una cosa sarei sempre stato convinto:
qualunque cosa fosse successa, io avrei sempre saputo a chi rivolgermi.
E questa è la migliore definizione di famiglia che mi venga in mente”.

Non sono una cattiva persona.
Ho una laurea in economia, un lavoro di responsabilità, dirigo un’azienda che mi da’ grandi soddisfazioni.
e tutto quello che ho raggiunto me lo sono guadagnato con fatica e con impegno. Davvero, non sono una cattiva persona.
Solo che dopo anni di terapia ho capito che nessuno mi ha insegnato ad amare.
I miei genitori non hanno mai avuto tempo per me, si sono separati quando avevo cinque anni  e mi hanno affidato fin da piccolo a tate, scuole a tempo pieno, vacanze studio all’estero. Non ho imparato a capire cosa significa donarsi all’altro, crederci veramente, costruire qualcosa e prendersene cura.
Non fino quando ho incontrato Chiara.
Svegliarsi la mattina, trovarsela accanto, credere che sei importante per qualcuno e  provare un enorme senso di gratitudine. Abbiamo una bambina, Federica che ha sei mesi, e poi c’è Mattia che ha sette anni.

Raccontata così sembrerebbe una storia perfetta.

Ma il passato che mi sono costruito prima di arrivare fino a qui, non lo posso dimenticare.
Perché Chiara è la terza donna della mia vita. Il primo amore, ma la terza donna.

Quando ho conosciuto Monica all’università, non capivo proprio niente, avevo solo un gran bisogno di riversare addosso a qualcuno il desiderio di essere amato. Ci siamo messi insieme quasi per gioco e dopo sei mesi aspettavamo un bambino.
Che idiota sono stato.
Per fare contente le nostre famiglie ci siamo pure sposati. Peccato che dopo un anno era già tutto finito, l’amore, i soldi, la speranza di una vita insieme. Oggi Monica si è rifatta una vita, e Stefano il figlio nato dalla nostra unione ha 17 anni, vive con sua madre e il suo compagno e sembra felice. Lo sento ogni tanto, lui sa che ci sono, ma non voglio turbare la loro serenità, perché ho imparato cosa significa essere figlio di una coppia separata. L’esperienza mi è servita ad andarci piano con le relazioni e infatti sono arrivato a 34 anni prima di combinare la seconda fesseria.

Quando ho conosciuto Roberta, non ho mai pensato di sposarla né tantomeno di avere figli, ma lei aveva la mia età, il suo orologio biologico girava troppo velocemente e quando ho cercato di farle capire che i suoi bisogni non erano i miei, Roberta non si è arresa, e dopo nemmeno un anno è arrivato Mattia.

Giuro che ci ho provato a fare il padre, a costruire una famiglia vera, ad amarli entrambi, ma alla fine abbiamo capito che non ero l’amore della sua vita. Ci è voluto un po’ a risollevare il mio orgoglio ferito, ad ammettere ancora una volta di aver fallito come compagno e come padre e così mi sono buttato a capofitto nel lavoro cercando di convincermi che non ero proprio fatto per le relazioni.

Ma Chiara era diversa da tutte le altre. Aveva una luce negli occhi che non avevo mai visto prima in nessuna donna.

Insomma, dopo 17 anni mi sono di nuovo risposato e poi è nata Federica e mi sembrava di avere in qualche modo rimesso posto tutte le tessere del puzzle della mia caotica vita.

Ma una mattina di un anno fa, è squillato il cellulare e il mondo è andato a gambe per aria.

“Sono Roberta”.

Non la sentivo da mesi, e non avevo tutta questa voglia di rivederla.

“Devo parlarti, è importante”.

“Sono un po’preso con il lavoro non possiamo fare la prossima settimana?”

“Giorgio ho un tumore, non ho più tutto questo tempo”.

Mi sono sempre chiesto come facciano le persone a continuare ad andare avanti nella quotidianità, quando scoprono che improvvisamente e irrimediabilmente, per quanto possa durare, la loro vita non sarà mai più quella del giorno prima. Eppure lo fanno, setacciano i pensieri fino a far saltare fuori quelli intrisi di speranza, e con quelli si alzano la mattina e vanno a dormire la sera.

Ci siamo dati appuntamento in un bar, come ha chiesto lei e dopo un momento di imbarazzo, non ha perso tempo  e ha cominciato a raccontare. Tumore inoperabile, chemioterapia, radioterapia ma niente illusioni.

“Non ho bisogno di te Giorgio, non ti devi preoccupare, ho un compagno che mi ama e sono sicura che mi starà vicino. Ma c’è Mattia a cui pensare, ha solo 6 anni e tu sei il suo papà”.

“Cosa dovrei fare? Lo conosco appena”.

“Appunto, il tempo è poco e devi recuperarlo in fretta. D’ora in avanti passerai tutti gli week end con lui e piano piano farete conoscenza. E’ tutto quello che ti chiedo. Ho così fortemente voluto questo figlio contro il tuo parere lo so, ma la vita ha deciso diversamente e non voglio che lui paghi per il mio egoismo”.

Non c’è egoismo quando si desidera un bambino, ma anche questa lezione, l’ho imparata troppo tardi. Mentre facevo ritorno a casa, sentivo il cuore stretto in una morsa. Sono un uomo adulto, prendo decisioni importanti tutti i giorni eppure ricordo quanto mi ero sentito impotente di fronte a quello che la vita stava scegliendo per me.

La sera quando sono rientrato ne avevo parlato con Chiara, anche se c’era poco da dire.

“C’è soltanto una cosa che puoi fare” mi aveva risposto.

Lo so, è quello che farò.

Tutti i venerdì sera passavo da Roberta a prendere Mattia e lo portavo nel mio appartamento, quello in cui vivevo prima di conoscere Chiara, che per fortuna non avevo venduto. Trascorrevamo lì il fine settimana, poi la domenica sera lo riportavo da sua mamma. I primi incontri sono stati durissimi, Mattia mi conosceva a malapena.
“Mi fa schifo stare con te” diceva.
“Pensa che invece io non vedo l’ora che arrivi il venerdì sera per stare un po’ di tempo con te”.
E’ un bambino molto orgoglioso, molto intelligente, hai i miei occhi e questo mi faceva stare ancora più male. Le prime settimane non voleva nemmeno uscire di casa, guardava l’orologio di continuo e non vedeva l’ora di tornare dalla mamma.

Io pensavo a Federica, che cresceva senza di me, perché in settimana quando rientravo a casa lei dormiva già e l’week end era solo per Mattia. Di nuovo con il terzo figlio stavo commettendo lo stesso errore. Di nuovo mi stavo negando l’opportunità di vederla crescere e questa volta non per scelta. Forse il destino mi stava punendo.

Quando la domenica sera lo riaccompagnavo da sua madre, sempre più pallida e magra, mi guardava speranzosa chiedendomi come fosse andata. Quanto avrei voluto mentire per farla contenta, ma Mattia entrava urlando che con me non ci voleva stare e che non ero io il suo vero papà.

Poi un venerdì, prima di passare a prenderlo, ho chiamato Roberta e le ho chiesto se c’era un posto nel quale erano stati che gli era piaciuto tanto e lei ci ha pensato un po’ e poi mi ha detto che l’estate prima erano stati a Gardaland e a Mattia era piaciuto moltissimo.

“Non andiamo a casa” ho esordito quel venerdì pomeriggio “Ti porto in un posto speciale”.

Naturalmente aveva dato fuori di matto dicendo che non voleva venire con me da nessuna parte. Ma ormai ero deciso, ho rischiato, e per una volta ho avuto ragione. Quando siamo arrivati, Mattia ha di colpo dimenticato tutta la sua rabbia e si è catapultato in quel mondo di divertimento. Avevo prenotato un hotel dentro il parco e ne siamo usciti solo domenica pomeriggio, a malincuore. Ci siamo fatti tutte le giostre per bambini e qualcuna anche per bambini un po’ più grandi di lui, e devo ammettere che pure io mi sono divertito come non mi capitava da tempo.

E’ stata la prima volta che ho cominciato a sperare che forse le cose si sarebbero potute aggiustare in un modo o nell’altro.

“Il prossimo passo sarà dirgli che non è lui il centro della tua vita, ma che hai una moglie e una figlia, e pure una ex moglie e un figlio grande” mi dicevo e non ci dormivo la notte con sto pensiero che mi girava nella testa. Roberta aveva ragione, un conto è trascorrere del tempo con mio figlio e poi riportarlo alla mamma, un conto è cominciare a pensare che devo fargli spazio nella mia vita, nella mia famiglia, che lui non lo sa, ma è un fratello maggiore che dovrà crescere senza la sua mamma.

Chiara si era accorta del mio malumore ma non parlava.

“Tu non dici niente ma sei dentro questa storia almeno quanto me” le avevo detto una mattina per provocarla.

“Credi che non lo sappia Giorgio?”

“Non so se posso chiederti quello che ti sto chiedendo Chiara, qui si tratta di accogliere un bambino che non è tuo, non so se ne ho il diritto”.

Si era seduta accanto a me e aveva cominciato a parlare.

“Lascia decidere a me va bene?”

Mi ha raccontato che aveva trascorso interi week end a pensare alla nostra vita futura, che certi giorni moriva di paura al pensiero.

“E poi?”

“E poi una mattina ho chiamato Roberta e le ho chiesto se potevamo vederci”.

Non ne sapevo nulla. Mi dice che ci ha pensato tanto e che se lei fosse stata al posto di Roberta, avrebbe voluto conoscermi di sicuro. Mi racconta del loro incontro, delle parole dette e non dette, di promesse e impegni da mantenere, di lacrime e di rimpianti. Questa è la donna della mia vita, avevo pensato.

E’ trascorso quasi un anno da quel giorno in cui Roberta mi ha telefonato per la prima volta.

Lei se ne è andata e noi siamo rimasti qui a cercare di andare avanti nel migliore dei modi. Siamo una famiglia, un po’ anomala, ma pur sempre una famiglia.

Mattia oggi ha compiuto 7 anni e abbiamo organizzato una grande festa invitando tutti i parenti che abbiamo, che in realtà con lui di legame parentale hanno proprio poco. E’ arrivata la mia prima moglie con mio figlio adolescente che si è ritagliato un ruolo  di fratello maggiore che sembra non dispiacergli affatto. C’era il compagno di Roberta, che rivede spesso Mattia e so che gli vuole bene, e poi ci siamo noi tre, io, Chiara e la piccola Federica che muove i primi passi e adora Mattia, e spero che tutto questo gli possa bastare.

L’altra sera Chiara stava leggendo un libro di Sara Rattaro e ad un certo punto me l’ha messo davanti agli occhi dicendomi : “Leggi qui” .

“Ma di una cosa sarei sempre stato convinto:
qualunque cosa fosse successa, io avrei sempre saputo a chi rivolgermi.
E questa è la migliore definizione di famiglia che mi venga in mente”.

Questa non è forse la famiglia che hai sognato di avere Mattia, ma è pur sempre una famiglia, un luogo pieno di affetti alla quale potrai fare ritorno, sempre.

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