Tutto in un giorno

I CONTENUTI DEL MIO BLOG: CONCORSI LETTERARI

Concorso letterario “Tuttiscrittori” Coarezza
Giugno 2017
Quarta classificata

Sono sotto le coperte da ore, ma di prendere sonno non se ne parla proprio. Continuo a ripercorrere questa giornata che non dimenticherò mai e non sarò la sola, la ripercorro come un film, avanti e indietro senza stancarmi, senza fermarmi, senza capire, a dirla tutta.

Ma io la voglio raccontare, per me stessa innanzitutto, per aiutarmi a fare chiarezza, e per non dimenticare, che anch’io sono una persona speciale.

Sono nata all’ombra di mia sorella, sei anni dopo di lei, quando nessuno più mi aspettava. Celeste con gli occhi azzurri più belli del mondo, cominciava la scuola, i miei genitori che gestiscono un bar, finalmente uscivano da notti insonni e pannolini sporchi e ricominciavano a fare ciò che hanno sempre amato fare: lavorare. Ma io con prepotenza sono venuta al mondo ignara di quanto avrei dovuto faticare nella vita per brillare di luce che fosse soltanto mia. Celeste naturalmente era la figlia perfetta: bella ma di quella bellezza proprio che fa girare la testa ai ragazzi quando cammina per strada, brava, sempre la prima della classe, prima nello sport e con i ragazzi. Mai un grillo per la testa, mai un grattacapo.

Penserete che non andavamo d’accordo. Sbagliato: io la adoro come si adora una dea, irraggiungibile e inimitabile e lei con me sempre carina, amorevole, complice pronta a coprire tutte le mie scappatelle.

“Elisabetta, quando ti decidi a maturare? Guarda tua sorella, impara da lei”.

Innanzitutto sono scura di capelli, di carnagione, di occhi, ho preso dalla famiglia di mio padre, che fortuna. Sono alta almeno una spanna meno di lei e i chili che le mancano me li sono presi tutti io.

Per carità non sono da buttare, ho avuto anch’io le mie storie, non mi lamento, però il principe azzurro che ha trovato lei, io mica l’ho mai incontrato. Guglielmo, di buona famiglia, medico di professione, se l’è acciuffato in ospedale tra un turno e l’altro del suo lavoro di fisioterapista. Fidanzati da oltre cinque anni, finalmente sei mesi fa si sono decisi per il grande passo.

Non vi dico che impresa organizzare questo matrimonio: tutto doveva essere perfetto e unico, senza badare a spese. Così, mentre sostituivo mia madre al bar (dove ho finito per lavorare visto il mio scarso entusiasmo per la scuola), lei e Celeste si divertivano a organizzare i preparativi: abito, ristorante, cerimonia, invitati, bomboniere, viaggio di nozze.

“Cosa ne pensi delle Maldive Cele?”

“La invitiamo la zia Isa oppure no?”

Ancora una volta mi sono fatta da parte per lasciarle la scena, consolata dal fatto che questa sarebbe stata l’ultima volta. Ogni tanto mi lamentavo un po’ con Cecilia, la mia amica del cuore, e lei mi tirava su di morale come poteva.

“Eli ma chettifrega? Non sarai mica gelosa di tua sorella. Guarda che tu hai una vita splendida, lavori in un bar dove hai l’occasione di incontrare un sacco di persone, sei simpatica, socievole, i tuoi genitori ti lasciano fare tutto quello che vuoi, insomma di cosa ti lamenti?”

Di niente, in realtà. Forse mi mancava un po’ essere principessa per un giorno, un giorno soltanto. Provare l’ebbrezza di essere desiderata, unica, speciale insomma.  Comunque, a parte le mie storie, io mi ero accorta che durante questi mesi, Cele era cambiata. La vedevo nervosa, insofferente, persa nei suoi pensieri.

Certo organizzare un matrimonio non è cosa da poco e richiede altro che notti insonni, ma tutto quel rigirarsi nel letto non mi pareva poi così normale. Figurarsi se si confidava con me. Ho lasciato perdere e siamo andate avanti così.

Fino a oggi, il grande giorno. Stamattina già le cose si erano messe maluccio.

L’abito non entrava perché Celeste ha messo su un chilo nel giro di una settimana, la parrucchiera ha trovato traffico ed è arrivata tardi, anche se fortunatamente io porto capelli cortissimi e non ne avevo bisogno. Vista l’ansia della mamma e di Celeste ho cercato di darmi da fare accogliendo come potevo gli ospiti e devo dire che nelle vesti di padrona di casa mi sono sentita  a mio agio.

Intrappolata nel mio abitino verde smeraldo cominciavo a sudare copiosamente e a temere il peggio per il mio trucco.

“Mi sembri in difficoltà, posso darti una mano?”

Al suono della voce più profonda che avessi mai udito, mi sono girata e di fronte a me c’era Superman in abito gessato. Ho abbozzato un sorriso, ma di spiccicare una frase nemmeno a parlarne: avevo la bocca e la gola completamente inaridite.

“Mi chiamo Michele sono un amico degli sposi e tu sei la sorella di Celeste o sbaglio?” ha proseguito vedendo probabilmente la mia faccia inebetita, togliendomi dalle mani il vassoio con gli aperitivi.

“Sì, cioè no, nel senso, sono la sorella di Celeste ma non ho bisogno grazie me la cavo benissimo da sola” ho risposto dandomi mentalmente dell’idiota.

“Va beh ti do lo stesso una mano, altrimenti mi annoio”.

E’ cominciato così, l’attimo in cui mi sono perdutamente innamorata dell’uomo dei miei sogni. Ora, so benissimo cosa starete pensando, e cioè che non esistono i colpi di fulmine e che ai matrimoni delle sorelle gli amici sono sempre bruttarelli e di occasioni di incontro ce ne sono veramente poche.

Eppure è andata così: Michele era lì in carne e ossa e dopo aver distribuito aperitivi a tutto il parentado è tornato di nuovo da me con l’intento di proseguire la conversazione. Quando finalmente ci siamo mossi per raggiungere la chiesa, l’ho perso di vista, ma il mio cuore non era più in grado di dare segni vitali.

Poi tutto è precipitato all’improvviso e nella scala dei valori Michele è scivolato drasticamente all’ultimo posto.

Mia sorella è entrata al suono della marcia nuziale, aggrappata letteralmente al braccio di papà, il viso imperlato di sudore, continuava a guardarsi intorno in maniera esageratamente angosciata come una sposa non dovrebbe fare. Ha incontrato il mio sguardo, io le ho sorriso, le ho fatto l’occhiolino, ma non era la Celeste di sempre.

Il suo futuro marito l’aspettava sorridente ed emozionato all’altare totalmente ignaro del panico dipinto sul volto  di mia sorella. Ho guardato mia madre e nemmeno lei sembrava capire.

Eppure qualcosa stava accadendo.

Appena Celeste ha raggiunto l’altare e ha guardato negli occhi Guglielmo è crollata, si è letteralmente lasciata cadere tra le sue braccia. Io sono volata da lei e mentre Guglielmo la sosteneva e il panico si diffondeva a macchia d’olio lungo la chiesa, l’ho sentita sussurrare “Mi spiace Guli, non ce la faccio”

A fare cosa? Mi sono domandata.

“Cele, cosa succede? “ le ho chiesto spostandole con dolcezza i capelli dal viso.

“Eli non posso sposarlo, fai qualcosa ti prego”.

Ora, fare qualcosa in queste situazioni può rivelarsi estremamente pericoloso, qualunque cosa si faccia. Sentivo il brusio degli invitati agitati e increduli penetrarmi nelle orecchie. Con la coda dell’occhio ho visto la mamma avvicinarsi pericolosamente a noi e con gesto deciso l’ho fermata: su quell’altare eravamo già in troppi. Poi, il mio sguardo, mentre fa una panoramica veloce sugli invitati, incontra lo sguardo di Michele, che tranquillo, con le braccia conserte mi osserva in attesa di non so cosa.

“Celeste ti prego dimmi qualcosa” insisto dolcemente.

Lei guarda me, poi Guglielmo, poi come se avesse fatto appello a tutte le sue forze dichiara: “Io sono incinta, ma il bambino non è tuo Guli perdonami ”.

Poi ha cercato qualcuno tra la folla e con mia immensa disperata sorpresa ho visto Michele farsi avanti, prenderla in braccio e portarla letteralmente fuori di chiesa.

“Non ci posso credere, che cretina sono stata”.

Pensate un po’il destino come si era divertito in un solo giorno a farmi incontrare e perdere al tempo stesso l’uomo della mia vita, cioè, il padre del bambino che mia sorella aspettava. Avevo il cuore così pesante da non trovare nemmeno parole per mia madre, mio padre, Guglielmo, gli invitati.

Perché devo consolarli io? Ho il cuore a pezzi, sto peggio di loro e devo anche trovare parole buona da dire?

Furibonda ho lasciato la chiesa e sono corsa fuori con l’intenzione di salire sulla mia auto e allontanarmi da lì il più velocemente possibile. Fuori dalla chiesa, appoggiato proprio al cofano della mia auto, intento a fumare tranquillamente una sigaretta, Michele mi fa un cenno di saluto.

 “Ce ne hai messo di tempo a venire fuori da quella bolgia eh?”

Sono furiosa e per quanto i tacchi alti me lo consentano mi avvicino rapidamente a lui incerta se mollargli uno schiaffone o un calcio negli stinchi.

“Cosa ci fai qui? Dov’è mia sorella?”

“Ha preferito andarsene, aspettare che si calmino le acque, penso che per qualche giorno non la rivedrai”.

“Ma dove diavolo è andata? Si rende conto di quello che ha combinato? Sono io quella che fa disperare in famiglia non lei” grido esasperata vedendomi usurpato anche quel ruolo.

“Con mio fratello Roberto e chi altri?”

“Ma tu? Lui, voi due non siete..”

Michele scoppia a ridere e a me scoppia la testa.

“Ma va cos’avevi capito? Io ero qui per prendere Celeste al momento opportuno e portala in salvo dal suo amato. Mio fratello sapeva che non avrebbe avuto il coraggio di arrivare fino in fondo e mi ha chiesto di esser presente per intervenire al momento opportuno. Cosi l’ho portata fuori, lui l’ha caricata in auto e se ne sono andati”.

Ossignore.

La mia perfettissima sorella che abbandona lo sposo all’altare per un altro uomo ed è pure incinta. Alla fine mi fa pena, ha voluto a tutti i costi mantenere un ruolo che le stava per rovinare la vita. Meno male che l’ha capito in tempo.

Io mi tolgo i sandali che fanno un male cane, cammino verso Michele e poi finalmente scoppio a ridere. Lui mi guarda, mi cinge i fianchi e ridacchiando mi dice “Hai veramente pensato che mi mettessi a flirtare con te, sapendo che ero innamorato della sposa? Ti prego!”.

Ora capite perché non riesco a prendere sonno? Quello che doveva essere un bel matrimonio, alla fine si è rivelato un bel casino. Ma tutto si sistemerà, ne sono sicura.

Io intanto, in questa lunghissima giornata ho incontrato l’amore della mia vita.

Dicono che l’amore è cieco?

Secondo me è soltanto un po’ miope, ma con un buon paio di occhiali, alla fine ci vede benissimo.

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