Stralci di te

Ho già avuto modo di raccontare nelle pagine di questo blog quanto spesso la scrittura mi sia stata di grande supporto per cercare di dare un senso agli eventi più o meno faticosi che hanno attraversato la mia vita.

Uno di questi, è stata la perdita della mia mamma, avvenuta 10 anni fa per una terribile malattia.
Nei giorni difficili di accudimento, giorni intrappolati tra la disperazione e la speranza, ho messo per iscritto parole che come scialuppe di salvataggio mi hanno aiutata a non annegare in quel mare di dolore.
Quando ho saputo che l’associazione Noi,amici dell’hospice e dell’ospedale di Eboli, aveva organizzato il concorso “Le parole che non ho detto”, ho pensato che non avrei potuto trovare mani migliori alle quali affidare il mio racconto, convinta come loro, che non ci sia nulla di più prezioso di un’esperienza condivisa, per alleviare e consolare chi la scrive e chi la legge.

Oggi a quasi due anni da quel giorno, sono accadute due cose importanti:

1 Mi sono classificata prima

2 La mia storia assieme a quella di altri partecipanti, è diventata un antologia che potrete acquistare qui e i cui proventi andranno a sostenere questa preziosa realtà.

C’è solo un luogo nel quale paradossalmente la gioia e il dolore possono convivere ed è la nostra vita.

STRALCI DI TE

La malattia fa girare il mondo al contrario, niente è come dovrebbe essere.
Non distingui più il bello dal brutto, il buono dal cattivo.
Neppure i sapori, né gli odori  hanno un senso.
Dicono che il coraggio uno non se lo può dare, o lo possiede oppure no.
Ho imparato che non è vero. Nel bisogno il coraggio uno lo trova, eccome.
E quando l’ha trovato cosa ne fa? Dipende.
Ad esempio può dire a sua madre che le rimane un mese di vita.

ALL’INIZIO
All’inizio ci sono stati giorni buoni.
Ne ricordo uno in particolare in cui il dolore era sotto controllo, avevi mangiato il gelato alla vaniglia che amavi tanto, avevi incontrato i tuoi figli, tuo marito era lì accanto a te, non avevi vomitato.
Nei giorni buoni non avevi tutta quella sete che non riuscivi mai a placare, indossavi l’abito più bello, uscivi sul balcone a guardare i tuoi fiori e salutavi anche i vicini di casa.
E poi ci ascoltavi, ascoltavi le nostre storie quotidiane che a te non era dato di vivere, accumulavi  sorrisi, gesti, parole.

Ce n’era abbastanza per definirlo un giorno buono.
I giorni buoni sono quelli che la vita ci concede risparmiandoci la fatica di viverli.
Sono quelli che si susseguono uno uguale all’altro, ma che privilegio possederli!
Significa che nessun mutamento è venuto a spezzarci il cuore, significa che per oggi non moriremo.
Dio benedica i giorni buoni.

STO MORENDO?
Avrei voluto abitarci io nel tuo corpo consumato dal male che ti inchiodava a letto con la mente che guizzava via da quella gabbia per spiccare voli pindarici intrisi di domande senza risposte.
Una mattina mi hai guardata diritta negli occhi e mi hai chiesto: “Sto morendo?”
Avevi tutto il diritto di fare quella domanda così come avevi il diritto di ricevere una risposta dignitosa e sincera.

Ma non mi è uscita dalla bocca.
Per quanti sforzi facessi per non  mentirti mai, quel giorno ti ho risposto che tutti stiamo morendo un poco, ogni giorno, che la vita non è altro che un viaggio verso la morte e prima o poi tutti quanti ci arriviamo.

Avevi guardato a lungo un punto lontano, probabilmente visibile a te soltanto, poi a bassa voce avevi pronunciato poche parole: “Tu non mi dici la verità”.
E io mi sentivo morire come te.
Sentivo il peso delle parole non dette, che aleggiavano nell’aria e non se ne volevano andare.
Avrei voluto imbastire discorsi di fede e di speranza,  perché ero dannatamente brava in quello, ma tu ti innervosivi subito e io dovevo cambiare argomento.
Certo avrei potuto liberarmi il cuore di quel peso e dirti che sì, stavi morendo e non c’era niente che potessimo fare per prolungare anche di un solo istante la tua vita, perché l’amore alla fine non è mica vero che può tutto.

Ma non sempre è la verità quella che vogliamo sentirci raccontare, non è detto che sia un balsamo che risana le ferite, anzi certe volte è come sale puro versato su pelle squarciata.
Allora cambiavo rotta, raccontavo di Susanna e delle sue marachelle, dei successi canori di Sara, delle canzoni scritte da Samuele e tu ritornavi a sorridere.
Parlarti di loro era l’unico modo per distoglierti dal divoratore, per loro, eri disposta a dimenticare che soffrivi tanto, tantissimo.

I nipoti sono sempre stati la tua ragione di vita.
Ti prendevi il merito se combinavano qualcosa di buono e mi rimproveravi se sbagliavano perché naturalmente era colpa mia. I nipoti danno un senso al cerchio dell’esistenza.
E oggi ritrovo in loro un piccola parte di te.

IN PARADISO CON LE CIABATTE
Un pomeriggio sul tardi ti ho trovata stranamente distesa sul letto, girata su un fianco, gli occhi socchiusi che rifiutavano di cedere al sonno, una mano che sosteneva la guancia, l’altra posata mollemente sul cuscino.

Non mi hai sentita arrivare e allora, mi sono concessa il lusso di stare ad osservarti per un istante, senza dover sostenere il tuo sguardo carico di perché.
Attraverso la camicia leggera, vedevo la tua pelle stanca rivestire le ossa, i capelli scomposti, che ne sono certa, se ne avessi avuto la forza, ti saresti aggiustata almeno un poco con la mano, la bocca socchiusa a invocare un respiro dopo l’altro come una conquista.
Mi sono distesa accanto a te e il mondo ha cambiato prospettiva.
Ho guardato il soffitto che tu conosci a memoria, il crocefisso al quale ti sei stancata di rivolgere invocazioni e suppliche, l’armadio che continua a sprigionare fragranza di lavanda, come se nulla fosse cambiato, e poi sul comodino, la sveglia che scandisce il tempo come un conto alla rovescia.
Ho provato a chiudere gli occhi, a esprimere un desiderio, come facevo da bambina, ma anche quel giorno, come allora, riaprendoli, tutto rimaneva immutato.
E ti ho guardato ancora una volta. Finalmente hai aperto gli occhi.
“In ciabatte” hai sussurrato.
“Come?” ho risposto pur avendo compreso benissimo.
“In Paradiso posso andarci con le ciabatte?”
Ci sono parole che sono come ossigeno, le aspiri a pieni polmoni, te ne nutri, le ingoi, le digerisci, e diventano parte di te, parole che non vuoi dimenticare, che supplichi la tua mente di tenere vive, e quando il dolore si fa così pungente da credere che trapasserà il cuore da parte a parte, le tiri fuori, e le spalmi come un balsamo sull’intero corpo.
“Si che ci puoi andare” ho risposto ingoiando lacrime e rabbia.
“Allora ricordatelo, quando viene l’ora”.

CAMBIARE IL MONDO
Non mi domandavi mai come stavano i miei fiori .
So che non me lo chiedevi per timore di  una triste risposta oppure una bugia.
Quanto hai amato i miei fiori. Ci perdevi delle ore a sistemarli, accudirli, bagnarli.
Dicevi che gli dovevi dare un’ “indrizzata” che stava per raddrizzare qualcosa. Usavi spesso questo termine con i fiori, i figli, gli animali, per te era tutto da indrizzare, avevi una tua visione del mondo e della vita che ti pareva l’unica concepibile, l’unica diritta e quindi tutto ciò che non quadrava con te e con l’armonia delle tue idee, era da indrizzare. In qualche modo hai provato anche tu a cambiare il mondo, mamma.

FIGLI DI QUALCUNO
Ci sono dolori che ci vengono risparmiati.
Chi non si innamora non corre il rischio di veder morire il proprio amato prima di lui, chi non ha  figli, non teme di perderli.
Ma c è un cammino che ciascuno di noi è costretto a percorrere ed è quello in cui perdiamo i nostri genitori.

Perché siamo tutti figli di qualcuno, destinati a prima o poi a fare i conti con questa dolorosa perdita. A condizione che non si muoia noi, prima di loro.
In quei momenti, un infinito, penoso senso di smarrimento ci pervade.
Non possiamo scegliere i pensieri perché si accavallano nella mente con una rapidità che il nostro corpo non riconosce, sono immediati, feroci, nitidi e non sono quelli che vorremmo.

Perché sono tutte le parole sbagliate pronunciate nei loro confronti, le litigate, le discussioni, i ferimenti e le battaglie fatte di musi lunghi e silenzi.
E ci si pente di tutto, si chiede perdono per le parole, le opere, le omissioni, per gli sguardi che hanno ferito, per i giorni in cui non si è trovato il tempo per chiamarli, perché mancava la voglia di ascoltare prediche, e c’era sempre qualcosa di più urgente da fare.

Ci si pente di tutto.
Solo che è troppo tardi.

QUANDO TI PENSO
Qualche volta mi concedo di pensarti.
Avevo letto un libro che raccontava di una giovane donna che aveva perso l’amore della sua vita e per poter sopravvivere, si concedeva di pensare a lui un’ora al giorno.
Durante quel tempo poteva piangere, guardare foto, ricordare, disperarsi anche.
Per me sarebbe troppo, dico la verità.
Sarebbe come calarsi in un pozzo profondo dal quale dover faticosamente risalire ogni volta sempre più indebolita.
Però ogni tanto sì, anche se non ti vado a cercare io con il pensiero, arrivi tu con prepotenza facendomi incontrare profumi, colori, pietanze, tutto ciò che mi parla di te, in qualche modo.
In quei momenti lascio cadere le barriere di protezione che erigo ogni giorno per continuare a vivere senza di te, lascio correre il filo della memoria e ti vedo sul mio pergolato che sorridi, baciata dall’ultimo sole di autunno.
Ti vedo elegante che vai al mercato e ti fermi per un caffè con le tue amiche, ti vedo in bicicletta pedalare per le strade del paese e fermarti volentieri per una chiacchierata non programmata.
In quei momenti sei così limpida che potrei allungare una mano e toccarti, contare ogni tua ruga, veder il colore dello smalto che ti sei messa l’ultima volta, il taglio di capelli sbarazzino che portavi sempre con una molletta rubata alla Susi.
Mi torna alla mente la leggerezza di cui parlava Calvino, “prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.
Tu la conoscevi bene la leggerezza della vita. Ne avevi fatto il tuo abito preferito.
Ti bastava poco per essere felice e rendere felice qualcuno. Dio quanto amavi stupire coloro che amavi: avevi la capacità di far apparire prezioso il più insignificante dei regali, “Ogni cosa è preziosa se donata con il cuore” dicevi.
E tu il cuore ce lo incartavi sempre insieme al regalo.

IN SOGNO
Qualche volta mi appari in sogno e sei bellissima.
Mi dici che stai bene dove ti trovi e io desidero disperatamente crederci, riesco quasi a pensare che la morte fa un po’ meno paura, se ci sei tu ad aspettarmi.
Ho sprecato così tante occasioni di stare ad ascoltarti e di raccontarti le cose.
In sogno ti racconto che adesso sono più attenta alla pulizia della casa, tolgo le ragnatele e pulisco anche negli angoli. E scopo in giardino e cambio le lenzuola senza lamentarmi, anche quelle di papà. Saresti cosi orgogliosa di me. Allora mi accarezzi.
E dentro, sento ogni organo del mio corpo sciogliersi.
Ti guardo e mi perdo in te.

7 pensieri su “Stralci di te

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