Il segreto di nonna Aldina Capitolo 5

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Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

I colpi al portone mi hanno svegliata all’improvviso.

C’è un tale silenzio dentro il convento, che qualunque rumore anche se molto distante dalle camere, si sente forte e chiaro.

“Che diamine sta succedendo?” mi sono chiesta nel tentativo di infilarmi le pantofole e gettarmi addosso la vestaglia di flanella, mentre un vago senso di vertigine mi coglieva all’improvviso.

Ho aperto la porta della camera e in corridoio ho visto passare di fretta la Madre Superiora seguita da suor Angelica, l’unica incaricata al colloquio con gli estranei.

“Che succede Reverenda Madre?” ho chiesto preoccupata.

Mi ha risposto senza fermarsi, la voce bassa e roca di chi è stato svegliato nel cuore della notte, il velo calcato in testa in qualche modo.

“Ancora non lo sappiamo suor Aldina, ma qualcuno sta chiedendo aiuto ed è nostro dovere aprire il portone. Rientra nella tua camera per favore e non uscire più.”

Ho lasciato che mi superassero e poi le ho seguite in silenzio pensando vagamente al nuovo peccato che avrei avuto da raccontare la prossima settimana al confessore.

Mi sono fermata dietro uno dei grandi pilastri che si trovano nell’ingresso austero e lugubre del convento e ho ascoltato.

Suor Angelica apre prima la finestrella per vedere guardinga chi sta disturbando la tranquilla notte di un convento di suore.

“Chi siete? Cosa volete?”

Una giovane voce di donna implora aiuto e pietà, continua a gridare frasi senza senso e racconta di un uomo che vuol farle del male.

Mentre un brivido inaspettato mi percorre la schiena, vedo le due suore scambiarsi uno sguardo di assenso e aprire la porta.

E poi la vedo.

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ISABELLA

Corre a perdifiato nella notte, incurante dell’oscurità che pare volerla inghiottire, ad ogni respiro il fiato corto le esce dalla bocca formando dense nuvole di vapore caldo e una fitta intensa alla milza le rammenta di essere ancora viva, nonostante tutto.

Si passa le mani tra i capelli intrisi di umidità per allontanarli dagli occhi, poi si tocca il labbro inferiore e lo sente gonfio e tumefatto, segno tangibile che quello che sta vivendo non è un incubo, ma la più terrificante delle realtà.

La borsa a tracolla batte ritmicamente sulla coscia destra, come a scandire il tempo e i piedi sembrano affondare ad ogni passo nel terreno sconnesso e cedevole.

Giunge davanti ad un bivio  e si costringe a fermarsi un istante, si  piega  leggermente in avanti, poggia le mani sulle ginocchia nel tentativo di riempire i polmoni d’ossigeno, poi si guarda furtivamente alle spalle e riprende a correre proseguendo verso destra.

“Dove accidenti mi trovo?” pensa.

Uscendo di casa poche ore prima, si era diretta alla fermata degli autobus, troppo sconvolta per poter guidare, e aveva acquistato un biglietto per la destinazione più lontana.

Dopo due ore di viaggio, era scesa e senza esitare aveva cominciato a correre, convinta che presto lui si sarebbe svegliato e l’avrebbe cercata fino in capo al mondo.

“Stavolta non torno indietro” pensa tra sé “ ho ventanni maledizione se voglio posso continuare a correre per ore, non lascerò che mi riporti con sé, non questa volta”.

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ALDINA

Stamattina quando ho aperto gli occhi, ho creduto per un momento di stare ancora nel mio letto, nella casa di via Ripesecche. Mi pareva quasi di sentire mia madre in cucina che preparava la colazione.

Il profumo del caffè mi solleticava le narici e lei non aveva mai bisogno di venire a svegliarmi, perché bastava quell’aroma a farmi saltare giù dal letto.

Le mattine in cui faticavo ad alzarmi, facevo un gioco, mi sforzavo di trovare qualcosa di buono nella giornata che mi attendeva e che mi avrebbe dato la forza per affrontare tutto il resto.

Quando ho compreso che il letto nel quale stavo distesa stamattina, era lo stesso del giorno prima e del giorno prima ancora, e le pareti spoglie che mi circondavano erano quelle della mia piccola camera in convento, ho richiuso gli occhi e ho tentato disperatamente di fare di nuovo quel gioco.

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