HO LOTTATO PER I MIEI FIGLI

di Giovanna Fumagalli Biollo

pubblicato su Confidenze N. 4 – Ottobre 2011

Stanotte ho sognato paesaggi strani e solitari. Li percorrevo controvento e scostavo continuamente i capelli dal viso quasi infastidita. Il cielo era nero da far paura, ma non ero spaventata, mi sentivo soprattutto sola. Mi sono svegliata in un bagno di sudore e naturalmente non sono più riuscita a riprendere sonno. I pensieri hanno cominciato a volare nella mia mente come farfalle impossibili da catturare e ho finito per girarmi e rigirarmi nel letto fino al suono della sveglia. Un’altra dura e pesante giornata da affrontare con la sola prospettiva di arrivare fino a sera senza perdere la ragione. Giuro che non mi sono mai sentita così sola in tutta la mia vita, nonostante nella camera accanto dormano i miei due figli, Benedetto e Pietro. I miei figli.

Fa sempre un certo effetto dire i miei figli, soprattutto se hai cominciato a pronunciare queste parole da pochi anni, rivolte a due bambini dei quali non conosco il passato, due bambini che ho cominciato ad amare quando erano già grandi. Lorenzo ed io li abbiamo adottati un anno fa dopo un’attesa faticosa e paziente. Avevamo fatto domanda per un figlio, ma quando ci hanno chiamato dicendo che c’erano due fratellini disponibili non ce la siamo sentiti di dire no, era troppo grande il rischio di perdere l’opportunità di avere dei figli. Quanto li abbiamo desiderati dei figli io e Lory. Dopo otto di anni di matrimonio e un’infinità di tentativi falliti abbiamo cominciato a percorrere la strada dell’adozione. Io in verità ci pensavo già da un po’ di tempo, ma Lory era scettico, aveva paura. L’adozione è una cosa strana, dicono che c’è pieno il mondo di bambini orfani, ma quando ti offri per adottarne uno, si mette in  moto una burocrazia che è come una catena che ti stringe, ti avvinghia, ti soffoca fino a toglierti il respiro. E quando pensi che non ci siano più speranze e cominci a rassegnarti, ecco che si apre uno spiraglio di cielo e arriva un bimbo. Nel nostra caso due, già grandicelli. Benedetto aveva 6 anni e Pietro 8. Sono trascorsi 4 anni, e loro stanno crescendo e sono meravigliosi. Dico la verità, non è stato facile. All’inizio mi sembrava di impazzire. Non mangiavano, non dormivano, ogni settimana li portavo dalla pediatra con il terrore che fossero malati. Mi sono sentita la madre più inadeguata di questo mondo. La notte si svegliavano prigionieri di chissà quali incubi, soprattutto Pietro il più grandicello, e io me li tenevo nel lettone a dormire, a cantare ninna nanne fino a non avere più voce, a coccolarli e scacciare via i fantasmi del passato. Ancora adesso sono due bambini schivi, introversi, che hanno veramente faticato ad inserirsi in paese. A scuola i risultati sono buoni, però che fatica dicono gli insegnanti. Ho chiesto il part time per affiancarli nei compiti, nello studio, ma mi pareva che non bastasse mai. “Dovrebbero integrarsi di più, fare uno sforzo”mi diceva Lorenzo. “Secondo te come ci si sente a essere abbandonati per chissà quale ragione dalla propria famiglia, a chiamare mamma e papà due sconosciuti anche se ti amano così tanto. Nonostante la fatica però, credevo di avercela fatta a diventare una buona madre. Non mi ero resa conto che nel frattempo, stavo diventando una pessima moglie. Lo so che c’è stato un momento fin troppo lungo in cui Lorenzo si è sentito messo da parte perché ero completamente assorbita dai bambini, ma ero convinta che capisse, che pazientasse, perché stavamo lavorando per crescere due figli, e questo era soltanto un sogno fino a qualche anno fa. Non è andata così. Non c’è nessun lieto fine in questa storia, perché mio marito sei mesi fa mi ha lasciata. “Mi dispiace Carmen credimi ci ho provato, Iddio solo sa quanto ci ho provato, ma io non sono come te, non riesco ad annullarmi per questi figli. Sì li amo ma mi sento soffocare capisci? Ho bisogno di rimanere da solo per un po’, di capire se ti amo ancora, se è questa la vita che volevo”. Nella tragedia della situazione, mi era venuta voglia di ridergli in faccia sentendo quelle parole. Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme, la fatica, lo sconforto, i dispiaceri, le attese condivise in questi anni, scoprire di non poter avere bambini e accettare la realtà per quanto triste, poi inerpicarsi per la faticosa strada dell’adozione e poi e crescere due figli tra mille difficoltà, e lui chiude semplicemente la nostra storia dicendo che non ce la fa, che gli dispiace. Di cosa ti dispiace?  Di aver mandato in frantumi la mia vita? Di aver spezzato il cuore ai nostri bambini. Non voglio sprecare parole per raccontare ciò che ho passato in questi mesi. Mi sono letteralmente lasciata morire. Se non avessi avuto Lara la mia più cara amica, non ce l’avrei fatta. Sì, perché dopo che Lorenzo se n’è andato, ho cominciato ad avere attacchi di panico. All’inizio non ci volevo credere. Mi dicevo, non possono capitare tutte a me, il destino non può essere così ingiusto. E invece pensa un po’, può esserlo eccome. La prima volta che mi è successo è stato di ritorno da una corsa nel parco. Ho cominciato a correre da pochi mesi, prima per occupare il tempo e la mente, poi mi sono appassionata e ha cominciato a piacermi. Mi alzo la mattina presto e prima di cominciare la giornata dedico 35 – 40 minuti alla corsa. Fino a quel giorno maledetto in cui sono tornata a casa e ho cominciato a sentire che mi mancava il respiro, che non riuscivo più a muovere un solo muscolo, ero come paralizzata e per la prima volta nella mia vita, ho veramente creduto di morire. Ho chiamato Lara e lei ha subito chiamato il 118. Al momento mi hanno tranquillizzata con del Valium, ma quando l’effetto è finito e io mi sono sentita peggio di prima, sono andata al Pronto Soccorso dove mi hanno fatto una serie di esami e accertamenti e hanno concluso che quello che ho avuto è stato un attacco di panico. Ho cominciato ad avere paura e a chiudermi in casa. Pensavo di continuo: “E se mi succede mentre guido? Mentre lavoro? Mentre sono al supermercato?” “Carmen sei troppo ansiosa, devi darti una calmata” mi ripeteva Lara. Io mi sono resa conto che se non passi attraverso certe situazioni, certi stati d’animo, non puoi davvero capire come ci si sente: sei fragile, vulnerabile, e soprattutto ciò che veramente ti schiaccia il cuore, è il pensiero disperato di non riuscire più a prenderti cura dei tuoi figli. Ho detto a Lara che per un po’ non la voglio vedere. Sono stanca di sentirmi dire cosa devo e non devo fare. Voglio pensare ai miei figli e già questo mi prosciuga un sacco di energia. Anche oggi sono qui seduta sul divano a sfogliare giornali e a pensare a come è cambiata la mia vita in così poco tempo. Credevo di avere la felicità a portata di mano e in un momento tutto è andato in frantumi. Il suono del campanello mi disturba. A fatica vado ad aprire. Che cretina non chiedere chi sia. “Ciao Carmen ti disturbo?” Il mio ex marito si presenta sulla soglia di casa bello come il sole, elegante profumato e io sento di odiarlo profondamente. Mi disturbi? Ti presenti all’improvviso senza nemmeno degnarti di fare una telefonata dopo mesi che non ti sento e mi trovi in vestaglia, struccata con i capelli unti? Ecco quello che avrei voluto gridargli in faccia. Invece mi limito a dirgli di andarsene che non ho voglia di vedere nessuno. Lui mi prega di farlo entrare che ha bisogno di parlarmi. E poi comincia dirmi che ha saputo che ho avuto qualche problema (e io non so se amare o odiare la mia amica Lara in questo momento), che è preoccupato per me e per i bambini, che vorrebbe aiutarmi. “Ma se sei tu la causa del mio crollo fisico ed emotivo? Gli domando. Ora che hai distrutto vuoi ricostruire? E lui a rispondere che non avrebbe mai creduto, che insomma mi credeva più forte e pensava di essere lui quello debole della famiglia. “Posso anche essere la più forte Lorenzo, ma c’è un limite a tutto”. Poi mi dice che devo farmi aiutare. Tira fuori un biglietto da visita e me lo porge. “Questo è un mio amico, è neuropsichiatra, è specializzato in patologie come  l’ansia e gli attacchi di panico. Gli ho parlato di te, se vuoi farci un salto ti aspetta volentieri”. D’improvviso sento il respiro farsi corto,il calore mi sale alle guance e ho paura di esplodere. “Ma un po’ ti vergogni Lorenzo? No dico, mi lasci dopo dieci anni di matrimonio con due figli adottati per i quali abbiamo spaccato in due il mondo per riuscire ad averli e ti presenti qui come se niente fosse a darmi il nome di uno psichiatra per metterti la coscienza a posto?” “Carmen non è come credi”. “Stai zitto” grido fuori di me” “sei tu che non sai niente, e adesso per favore vattene, esci dalla mia vita e non farti più vedere hai capito?” Ormai sono fuori di me e non riesco più a fermarmi. Prima di andarsene lo sento promettere che si prenderà cura dei bambini che farà di tutto per darmi una mano. “Nessuno si salva da solo Carmen, lasciati aiutare, se non da me da qualcun altro, ma lasciati aiutare”. Nessuno si salva da solo. Sono giorni che ripenso a questa frase e mi è venuto in mente che è il titolo di un libro che ho letto. E’ venuta anche Lara e tra abbracci e lacrime le ho promesso che mi tirerò in piedi. Stamattina c’è il sole, i bambini sono partiti per il campeggio estivo con l’oratorio e io ho deciso di provare a risalire la china. Benedetto prima di andarsene mi ha abbracciata forte e mi ha detto: “Io rivoglio la mia mamma”. Credevo che parlasse della sua mamma naturale, poi ho capito. Lui vuole la persona che l’ha amato e accudito fino a qualche mese fa, non la sua ombra. Per loro devo almeno provare. Al mio arrivo una signorina gentile mi accoglie e mi accompagna in una sala d’attesa. Dopo pochi  minuti entro nello studio del dottor Guzzi. Me l’ero immaginato un po’ anziano e invece è un bell’uomo poco più vecchio di me. Cerca di mettermi a suo agio, e prima di tutto mi chiede se il fatto che sia amico del mio ex marito mi crea qualche problema. No, nessun problema, rispondo, ho bisogno di aiuto e gli chiedo se lui sia in grado di darmelo. “Io vorrei davvero provare ad aiutarla. Deve solo fidarsi di me”. Cosa avevo da perdere dopotutto? Gli attacchi di panico mi stavano uccidendo e così non potevo certamente andare avanti. Ho pensato ai miei figli, ho preso fiato e ho detto ok. Con il suo tono pacato ha cominciato a spiegarmi cosa sono gli attacchi di panico, perché non possiamo pretendere di uscirne da soli, che probabilmente potrebbe essere necessario avvalersi dell’aiuto di farmaci, ma questo non ci deve spaventare, perché è un po’ come avere mal di testa o mal di denti e curarsi con dei farmaci. La strada sarà lunga ma alla fine la meta è certamente raggiungibile. Sono uscita dal suo studio così leggera che non mi pareva di essere la stessa persona che era entrata più di un’ora fa. So che non farà miracoli, ma mi sento fiduciosa, per la prima volta mi sento al sicuro nelle mani di qualcuno che vuole prendersi cura di me. Posso farcela, sì, lo so che posso. Sono volati questi sei mesi e non mi pare vero di stare in qualche modo risalendo la china. Sto ricominciando piano piano a prendere in mano la mia vita, ho ripreso a lavorare, a prendermi cura di me stessa, dei miei figli. Il dottor Guzzi mi ha aiutato molto e naturalmente aveva ragione quando diceva che da sola non ce l’avrei mai fatta, pero è contento di vedere che mi sto reggendo sulle mie gambe. Lorenzo qualche volta chiama, esce con i nostri figli, mi ha anche chiesto di tornare a vivere con noi, ma non c’è premura. Questa volta voglio prendermi un po’ di tempo da dedicare a me stessa, voglio potermi sentire forte ma anche fragile senza avere paura delle mie fragilità. Voglio godermi il bello e il buono della vita, giorno per giorno e so che lo posso fare.

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