Qualche volta ritornano

pubblicato su Confidenze n. 33 Agosto 2009

Rigiro tra le mani la scatolina di velluto rosso e continuo a domandarmi come ho fatto a finire in questa situazione. Se non ci fosse da piangere, quasi mi verrebbe da ridere.

A me, che ho superato la sessantina già da un pezzo, vedova da tempo immemorabile, madre di un figlio quasi trentenne, a me una scatolina di velluto rosso.

La apro ancora una volta, per essere sicura di avere visto giusto e l’anello è sempre lì, che mi fissa superbo, certo che prima o poi, cederò alla tentazione di infilarlo al dito.

Un anello di fidanzamento.

Insomma, vuole dire tante cose. La più importante me l’ha detta lui, guardandomi negli occhi e facendomi sciogliere come un budino.

“Enrica vuoi sposarmi?”

Ogni volta che mi ripeto nella mente questa frase sento come un piccolo tuffo al cuore, come se saltasse un battito.

“Vivere insieme a qualcuno? E chi si ricorda più cosa significa? Avevo un marito, tanto tempo fa, è morto che non avevo nemmeno 40 anni lasciandomi con un figlio di dieci anni da crescere.

Sono sempre stata una persona orgogliosa, e pur di dimostrare che ce l’avrei fatta, mi sono ammazzata di lavoro per garantirgli una sicurezza economica. E non ho pensato ad altro per tanti, tantissimi anni.

Federico si è laureato, ha trovato un buon posto di lavoro e poi ha conosciuto Sonia, brava ragazza, devo dire. Mi è un po’ spiaciuto quando lo scorso anno mi hanno detto che volevano provare a convivere, sinceramente speravo in qualcosa di più definitivo, insomma un bel matrimonio da organizzare che mi facesse sentire davvero realizzata.

Comunque ho accettato anche questa cosa. Hanno trovato un appartamentino in affitto e si sono trasferiti e la mia casa si è fatta improvvisamente vuota e silenziosa.

Da una parte è stato un sollievo, perché mi sono resa conto che in tutti questi anni avevo vissuto proiettata nella vita di Federico, ma dall’altra ho sentito un grande vuoto che non sapevo proprio da che parte cominciare a colmare.

Prima mi sono occupata della mia casa, che adoro. Ho imbiancato le pareti, girato un po’ i mobili, fatto qualche lavoretto di manutenzione. Nonostante questo le giornate erano interminabili.

Poi una mattina mentre ero in sala d’aspetto dal mio medico, ho visto il cartello: Gruppi di Cammino. Che diavolo saranno mai? Mi sono chiesta. Ho chiesto al mio medico e lui mi ha spiegato che è rivolto a persone che hanno voglia e bisogno di camminare.

Si danno appuntamento una volta la settimana e camminano insieme per un’oretta. Proviamo mi sono detta.

E cosi mi sono presentata la prima volta e ho conosciuto proprio un bel gruppetto di persone, più o meno della mia età, con le quali ho fatto subito amicizia.

Si cammina, si chiacchiera, si ride e qualche volta si piange, perché ognuno ha le sue storie e mica sempre sono a lieto fine. Poi mi sono iscritta alla Pro Loco e ogni tanto faccio qualche viaggetto, un week end, un’uscita a teatro, un concerto.

Non credevo che la vita potesse essere così interessante, davvero. Mi pare di essere rinata.

Per carità non rimpiango niente di ciò che ho fatto, però…però non voglio più perdere opportunità insomma, perché non posso dedicare qualche momento anche a me stessa?

Ecco, è stato in quel momento che ho conosciuto l’Umberto. E’ il cugino di una mia amica, vedovo senza figli, che lei ha voluto a tutti i costi trascinare a Siena quando ci siamo andate otto mesi fa.

Quando me l’ha presentato non ci ho fatto molto caso, sì ho pensato che fosse un bell’uomo, ma niente di più.

Poi trascorrere insieme due giorni, stesso pullman, stesso hotel, vicini a pranzo e a cena, visitare Siena, acquistare souvenir, non saprei dire con esattezza in che momento ho cominciato guardarlo con occhi diversi, so soltanto che quando ci siamo salutati la domenica sera e lui mi ha chiesto il numero di telefono, io un po’ gliel’ho dato.

E’ cominciata in questo modo la nostra storia. Non avevo mai conosciuto una persona così raffinata, così gentile e perbene insomma. Quando l’ho presentato a Federico e a Sonia, mi sono sembrati contenti, anzi Federico mi sembrava quasi sollevato dal fatto di non sapermi più sola.

Ecco il pensiero che accompagna le mie giornate da otto mesi a questa parte: non sono più sola. E’ come un venticello di primavera che soffia quando ne senti il bisogno, una carezza leggera, un buon bicchiere di vino che scende e scalda il cuore.

Sorrido ancora se penso alla prima volta in cui ci siamo baciati. Centoventi anni in due alle prese con il primo bacio impacciati come due ragazzini.

Chi l’ha detto che c’è un’età per ogni cosa? Io credo invece che ci siano cose per tutte le età e una di queste è proprio innamorarsi di qualcuno.

Non lo so se mi merito tutto questo, ma non voglio farne a meno. Certo non avrei mai creduto di spingermi così lontano.

Quando due mesi fa Umberto ha tirato fuori questo astuccio rosso e mi ha mostrato l’anello, mi è sembrato di sognare. “Enrica, vuoi sposarmi?”

Sposarmi io? Di nuovo?

Come avrei fatto a dire alle mie amiche che per la seconda volta sarei entrata in una chiesa a giurare amore e fedeltà eterna ad un uomo? Però che bello tirare il fiato, lasciare che qualcun altro si occupi di te, che ti porti la colazione a letto la mattina, che apparecchi la tavola e controlli le bollette.

Che bello comprarsi un vestito e avere qualcuno a cui mostrarlo e sentire il suo parere e lasciare che il suo sguardo scivoli lungo il tuo corpo e sentire quel brivido che avevi dimenticato.

Insomma, proprio il motivo per dire di no a Umberto non ce l’avevo. Cioè, non ce l’avevo fino a un mese fa, quando è suonato il campanello e mi sono trovata davanti Federico con un trolley in mano e io ho capito che la mia pace era finita.

Federico mi ha raccontato che lui e Sonia si sono lasciati, che hanno capito che non avrebbe funzionato e quindi arrivederci e grazie, ognuno per la sua strada. Lei ha il suo carattere io il mio, lei ha le sue abitudini, nessuno dei due vuole rinunciare a niente. Oddio che tristezza.

“Ora che farai?” ho domandato sconsolata.

E poi la stoccata finale.

“Ti spiace se torno a stare qui da te per un po’? Finché non trovo una sistemazione, questione di poche settimane”.

Come facevo a buttare fuori di casa mio figlio?

Quando ho cercato di spiegare tutto questo a Umberto, lui come al solito, si è dimostrato comprensivo.

“E le nostre nozze?”

E chi si ricordava più dell’astuccio rosso. Figurarsi se avevo in mente il matrimonio.

Con Federico di nuovo in casa mi è caduto il mondo addosso. Nel giro di una settimana mi sono sfinita di stanchezza. Federico si cambia tutti i giorni e io ho continuamente da lavare e stirare. Poi la mia casa non è più pulita come prima, insomma, un conto se ci abito soltanto io, ma con un figlio c’è sempre roba in giro. Non parliamo della cena. A pranzo per fortuna è via, ma alla sera quando torna è affamato e io mi scervello a preparare sempre piatti nuovi.

Il fatto è che non ho più tempo per niente.

Senza contare che l’Umberto in casa mia non ci viene quasi più. Insomma la sera ci piaceva cenare e poi guardare un bel film, magari accoccolati sul divano e con Federico tra i piedi la cosa è piuttosto imbarazzante.

Non ha orari e va e viene quando vuole. Certo è pur sempre mio figlio, però devo ammettere che un po’ mi sono infastidita per questo suo atteggiamento.

Insomma quante volte una madre ha il dovere di riprendersi in casa il proprio figlio? Anche Umberto seppure con molta discrezione mi abbia fatto notare che sono un po’ meno disponibile.

“Continui a dire che si tratta di un periodo provvisorio Enrica, ma la mia impressione è che Federico in questa casa stia molto bene e non abbia nessuna intenzione di andarsene”.

“Senza contare che sto aspettando ancora una risposta”.

Accidenti quanto mi dispiace. Se penso a quanto era perfetta la mia vita fino a qualche tempo fa, mi viene una rabbia che non ci voglio pensare.

 “Umberto mi dispiace tanto davvero, lo so che ti avevo chiesto tempo, e ti prometto che parlerò con Federico per capire quali sono le sue intenzioni…”

“Vieni a vivere con me Enrica”. O cielo beato.

Ha cominciato a dirmi che non era necessario che ci sposassimo, insomma non subito perlomeno, che siamo persone mature e si poteva convivere un po’ finché la situazione non si sarebbe sistemata.

Ma mi ci vedete a fare la convivente? Insomma, proprio non è il mio caso. Il problema è che quando l’ho detto a Umberto lui si è fatto silenzioso e poi se ne è andato e sono 3 giorni, dico tre giorni che non lo sento.

Sto proprio da cani. Non credevo che mi sarebbe mancato così tanto, e adesso sono qui a rigirare la scatolina tra le mani confusa e preoccupata. Cosa devo dire? Cosa devo fare?

Quello che so è che non voglio più sprecare un solo attimo della mia vita.

Allora ho deciso che chiamo Umberto e lo invito a cena poi gli preparo qualcosa di buono e cercherò di fargli capire che tutto si sistemerà. Sì farò così.

E’ tutto pronto. Ho chiesto a Federico di stare fuori dalle scatole almeno per stasera, la tavola è apparecchiata benissimo, ho preparato un menù speciale, un buon vino, candele accese atmosfera romantica, mi sento emozionata come una bambina.

Quando suona il campanello sussulto. Che bell’uomo ho davanti ai miei occhi.

Com’è possibile che una così bella persona nutra interesse per me?

“Signora mi lasci dire che è bellissima stasera” mi dice baciandomi la mano e porgendomi un mazzo di fiori splendido.

In effetti, mi sono impegnata. Sono andata dalla parrucchiera, ho messo lo smalto alle unghie e anche un po’ di trucco sul viso, e ho tirato fuori un abitino che non mettevo da anni, ma che mi sta ancora bene.

La serata è splendida, ritrovo il mio Umberto di sempre e quando metto un po’ di musica, lui mi prende la mano e mi invita ballare. E mentre mi lascio andare tra le sue braccia penso che sì, la vita può essere meravigliosa anche a sessanta anni.

Chiudo gli occhi e lascio che Umberto mi baci con tutta dolcezza di cui lui solo è capace.

Ma proprio quando “Vieni a stare da me Enrica ti prego, saprò renderti felice e mi prenderò cura di te” mi sussurra tra i capelli.

Poi la sua mano scivola lungo il mio corpo e io rivivo sensazioni rimaste sopite da anni, cosa dico, da secoli. Non capisco più niente, stavolta mi lascio andare, solo per questa volta lo giuro.

“Ma? Scusami ho dimenticato il portafogli sono tornato prenderlo”.

Forse un infarto arriva così.

Manca totalmente il respiro, gira la testa e ti senti avvampare. O forse si chiama vergogna. Mio Dio cosa stavo per fare.

Guardo Umberto imbarazzato che cerca di ricomporsi, io passo una mano tra i capelli arruffati e dentro qualcosa adagio adagio si spegne e vorrei morire.

Federico è ammutolito. Forse non si aspettava di vedere ciò che vede, le candele, la musica e noi due abbracciati… allontano l’immagine dalla mente perché non credo di riuscire a sopportarla.

“Scusate ho interrotto qualcosa?” domanda mio figlio.

“No, no me ne stavo andando” risponde Umberto.

Lo imploro di restare, ma capisco che è veramente umiliato. Lo accompagno alla porta e quando torno vedo mio figlio mangiucchiare tranquillo gli avanzi del cibo.

Io sento una rabbia crescere dentro di me, e mi pare di esplodere.

“Ci sono cose che non si possono evitare” ho letto su un libro “bisogna per forza passarci attraverso”.

Vado in camera mia e prendo la mia vecchia valigia, infilo due o tre cose e mi dirigo alla porta, ma prima di uscire mi metto davanti a lui e finalmente trovo il coraggio di parlare. Gli dico che vado a stare qualche giorno da Umberto.

Giusto il tempo che lui trovi una sistemazione e se ne vada da questa casa, nella quale voglio vivere da donna sposata, perché io, faccio le cose per bene. Gli dico che dopo quanto è accaduto stasera, avrei voluto cacciarlo a calci, ma per la memoria di suo padre, mi sono fatta coraggio e ho resistito.

“Sono tua madre, ti amo più della mia vita e per te ci sarò sempre, ma è giunto il momento che tu ti prenda le tue responsabilità” concludo.

Sì, è vero, qualche volta i figli se ne vanno e poi ritornano.
Ma è amore anche mandarli via di nuovo.

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