Raccontami una storia

Pubblicata su Confidenze n. 21 Maggio 2020

Per quanto scavi dentro la mia memoria, faccio fatica a ricordare un pranzo della mia vita in cui non sia stata seduta a tavola con i miei nonni.

Loro ci sono sempre stati, dentro la mia infanzia, la mia adolescenza e ancora oggi che ho diciotto anni compiuti, non vado a dormire se prima non sono salita da loro per un saluto. Sono i genitori della mia mamma, e abitano sopra di noi da sempre, anzi, noi abitiamo sotto di loro, perché quando si sono sposati i miei genitori, i nonni hanno fatto alzare il tetto della casa e ricavato un piccolo appartamento per lasciare a loro la casa più grande.

Per i miei genitori è stata una grande fortuna poter contare sui nonni, la mamma mi racconta sempre che per ogni cosa ci sono sempre stati.

Quando partivamo per le vacanze non c’era nemmeno il problema di chiudere casa, perché la nonna scendeva, la ripuliva per bene e al nostro ritorno trovavamo sempre profumo di pulito e frutta fresca sul tavolo.

E’ stata semplice e meravigliosa la vita con i nonni.

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La passione che muove il mondo

Dopo una settimana di isolamento ero in astinenza da passeggiate con il mio cane.

Così ieri mattina anziché il consueto giretto, mi sono spinta un po’più in là, senza tuttavia esagerare, anche perché i postumi del Covid sono piuttosto impegnativi da debellare.

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Il segreto di nonna Aldina Capitolo 10: il finale

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

ALDINA

Mi hanno raccontato che sono stata tra la vita e la morte per interi giorni.
Poi in qualche modo ha vinto la vita.
Una mattina ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata i volti delle mie sorelle di clausura che mi guardavano con una corona di rosario tra le mani.
Avevo navigato così a lungo in quel mare di dolore confuso e disperato che mi ero convinta che non avrei più fatto ritorno a riva.

E’stato due giorni dopo il mio risveglio, mentre con pazienza suor Angelica mi aiutava a mandare giù di malavoglia qualche cucchiaio di brodo, che dai recessi più profondi della mia povera devastata memoria, mi è apparsa all’improvviso come un pugno nello stomaco.

Dov’è Isabella?

Come in una scena a rallentatore ho visto la ciotola fare un volo in aria e precipitare brutalmente al suolo infrangendosi in mille pezzi, senza nemmeno rendermi conto che ero stata io a causare quel disastro, e mentre sentivo un lamento profondo salire dalle viscere più profonde del mio corpo ed esplodere di fronte a una suor Angelica terrorizzata, ho capito che qualcosa mi si stava spezzando dentro e nessun collante l’avrebbe mai più aggiustato.

Emorragia post partum. Cosi hanno chiamato quello che si è portato via Isabella.

Morta a vent’anni di parto dopo aver dato alla luce una bambina, senza che nessuno potesse fare niente per salvarla.

I giorni si sono susseguiti lenti, penosi, insopportabili.

Poi sono diventate settimane, mesi e infine anni.

Mi trascinavo in quel convento stanca e debole per via della malattia e della fatica di vivere che non ne voleva sapere di concedermi una tregua.

Non ho mai voluto conoscere la piccola Sofia, che consideravo responsabile della morte di sua madre, nonostante le suore mi raccontassero di quanto fosse amorevole.

In realtà ancora una volta ero io ad aver fallito, ad aver abbandonato Isabella dopo averla raccolta, come un uccellino caduto dal nido.

Ma dovevo trovare un capro espiatorio per sopravvivere a una simile assurda follia.
Avevo un tale vuoto dentro lasciato da Isabella, dalla sua giovinezza, dalla sua voglia di vivere nonostante avesse attraversato l’inferno.

In quei pochi mesi in cui eravamo state insieme avevo imparato tante cose da lei.

Che si può fuggire dalle situazioni che non ci appartengono, che non ci vogliono.

Che ogni mattina in cui ci svegliamo è una buona occasione per ricominciare tutto daccapo.

Mentre lei aveva speso la sua vita a tirarsi fuori da situazioni ingarbugliate, io non avevo fatto che infilarmici dentro.

Poi una mattina la Madre Superiora mi ha chiamata per chiedermi di lasciare il convento.

“Ti abbiamo tenuta fin oltre le nostre possibilità Aldina, ma questa non è la vita che fa per te. E nemmeno per Sofia.”.

Avevo pianto, supplicato, implorato, ma in cuor mio sapevo che non c’era verità più grande.

Non avrei voluto portare Sofia con me, ma aveva tre anni e doveva iniziare a condurre una vita normale.

Ogni cosa si aggiusterà, mi aveva detto la Madre Superiora.

Avevo faticato a crederlo, ma poi in qualche modo nel tempo, le ho dato ragione.

Le suore mi trovarono una casa, un lavoro e io cercai di crescere Sofia con tutto l’impegno che mi fu possibile trovare dentro di me, senza tuttavia imparare ad amarla e lei questo non me l’ha mai perdonato.

Ma era come se il cuore si fosse fermato per sempre, e per quanto mi sforzassi, non ne veniva fuori nulla di buono.
Nemmeno quando Andrea, che aveva lasciato i voti da tempo, bussò un giorno alla mia porta.

Attese con pazienza per due anni prima che mi decisi a sposarlo, accettando persino di vivere il nostro matrimonio in totale castità per tutta la vita.
Ci portò a vivere nella splendida dimora appartenuta ai suoi genitori e amò Sofia anche per me.

Poi un giorno sei arrivata tu Miranda e solo in quel momento come per magia, il mio cuore dopo tanti anni ha ripreso a funzionare.

Ma ho tanto da farmi perdonare e non so se vivrò abbastanza.

So di aver risparmiato a tua madre un padre violento, ma anche di averle nascosto le sue origini, la storia della sua mamma per troppo tempo e quando le ho rivelato tutto molti anni fa, lei che già soffriva del mio mancato amore, se ne andò di casa per anni.

La mia vita ha cambiato strada molte volte Miranda e ogni volta ero scontenta di affrontarla, ogni volta non era la scelta che avrei voluto fare.

Ci sono stati giorni in cui mi sono convinta che l’errore più grande di tutti l’ho commesso quando ho ignorato i bisogni del mio cuore.

Poi però mi dico che se avessi ascoltato solo quello forse tu non saresti arrivata da me e quindi sono felice per ogni scelta sbagliata, ogni forzatura, ogni fallimento compiuto, ogni sì sussurrato quando avrei voluto urlare no a pieni polmoni.

Perché cammina cammina una cosa alla fine l’ho imparata: che tutto in qualche modo riconduce al bene e non esistono vite che non abbiano portato almeno una volta qualcosa di buono e generativo. Mi piace pensare che anche per me sia stato così.